mercoledì 10 maggio 2017
mercoledì 12 aprile 2017
Della resilienza. E di una bella canzone che stringo a due mani.
Well I've been rained on, rode hard and put up wet
Danced with the devil 'till I'm in debt
Took all I got and there ain't much left of me
I've been knocked down, drug out and left for dead
Barely held together by a few old threads
And I'm still here there ain't much left to see,no
Well I'm still holding on and there ain't much left of me
Thought that I hit bottom but I ain't there yet
'Cause you'd be surprised of how low a man can get
I watched stolen dreams slip through my hands
And now I'm getting out of here still while I still can
Blackberry Smoke - Ain't Much Left Of Me Lyrics
martedì 24 gennaio 2017
Dell'insonnia che diventa mia alleata
Mi sveglio presto, anche prima delle cinque e lo faccio - involontariamente - da tempo ormai. Al mio corpo non interessa che sia un giorno di lavoro oppure un giorno di festa, se pretende che io mi svegli, non posso fare nient'altro che accondiscendere e rassegnarmi. Non che sia una modalità che io sappia accettare di buon grado, ma cerco almeno di non soffrire fino a rasentare la pena, perchè non avrebbe senso consentire qualsiasi forma di accanimento, anche quella della mancanza di sonno sufficiente.
Ci sono i pensieri che mi rosicchiano l'anima quasi fossi tarlata. Ci sono preoccupazioni che sembrano ingigantirsi a dismisura e alcune volte mi soffocano, altre volte mi sfiniscono, altre volte arrivano e se ne vanno distrattamente. Poi ci sono anche le aspettative che mi rendono trepidante e che vorrei già poter stringere tra le mani.
Infine ci sono le mancanze, quelle oggettive e fisiologiche, quelle che solo la pazienza potrà ammansire e il tempo - semmai - compensare.
Domenica mattina la sveglia è stata improvvisa - e immotivata - ben prima delle cinque. Ero spaventata all'idea di trascorrere una giornata vuota, trascinandomi per casa in modo inconcludente. In fondo, si trattava pur sempre dell' unico giorno senza lavoro della settimana. Ma poi ho avuto un'intuizione, mi sono presa di coraggio e, in compagnia del mio fido bestiolino, ho deciso di sfidare il freddo e l'orario proibitivo e ho guidato fino a Colico: ho guidato fino a Casa.
Poche ore. Ore intense, rigeneranti, salvifiche.
Momenti fatti di Bloodino libero di correre sulla spiaggia, tra sassi, conchiglie e legni portati a riva dal lago. Momenti trascorsi a godere della fiducia che sono riuscita a costruire con quel cagnolino confuso, disorientato, che meno di un anno fa coglieva ogni occasione per scappare. Momenti in cui perdermi nel sole che accendeva di tepore lo specchio d'acqua che cinicamente fingeva di non essere gelido.
Momenti in cui godere della solitudine, del privilegio di non dover rendere conto a nessuno, della grazia di non dover subire più - mai più - nessuno.
Dibò me l'ha fatta davvero grossa quando, preso dall'estasi che la libertà senza guinzaglio infonde, si è lanciato senza remore nel lago cacciando un gruppo di papere, uscendone subito dopo stranito, congelato, tremante. Un soccorso di emergenza fatto della mia sciarpa che gli frizionava il pelo, carezze per capire quanto fosse inzuppato e quanto invece congelato, un asciugacapelli a disposizione a soli 10 minuti di macchina, ringraziando chi di dovere in Cielo.
E poi l'allegria per aver trascorso insieme alcune ore in un silenzio surreale, ovattato da gelo e una spolverata di neve, tra erba che scricchiola e si spezza sotto i piedi, una manciata di croccantini golosi in tasca, un tè caldo ben riposto in un thermos e sei gradi al di sotto dello zero a pizzicarmi in viso.
I paesaggi sono sempre quelli, così come lo sono i luoghi, eppure, per ritrovare me stessa e per dare voce a quello che accartoccio e nascondo nella pancia, mi capita sempre più spesso di cercare i miei luoghi sicuri, quelli che mi confortano e mi infondono energia. E domenica ne ho ritrovati molti. E mi sono sentita bene.
E poi un hamburger per me e uno per Bodibò, un pisolino vicini, una leggerezza al cuore che ieri mattina continuava a canticchiare leggera e spensierata, perchè ci sono forme di benessere autentiche, che sanno fare per bene il loro lavoro.
Ci sono i pensieri che mi rosicchiano l'anima quasi fossi tarlata. Ci sono preoccupazioni che sembrano ingigantirsi a dismisura e alcune volte mi soffocano, altre volte mi sfiniscono, altre volte arrivano e se ne vanno distrattamente. Poi ci sono anche le aspettative che mi rendono trepidante e che vorrei già poter stringere tra le mani.
Infine ci sono le mancanze, quelle oggettive e fisiologiche, quelle che solo la pazienza potrà ammansire e il tempo - semmai - compensare.
Domenica mattina la sveglia è stata improvvisa - e immotivata - ben prima delle cinque. Ero spaventata all'idea di trascorrere una giornata vuota, trascinandomi per casa in modo inconcludente. In fondo, si trattava pur sempre dell' unico giorno senza lavoro della settimana. Ma poi ho avuto un'intuizione, mi sono presa di coraggio e, in compagnia del mio fido bestiolino, ho deciso di sfidare il freddo e l'orario proibitivo e ho guidato fino a Colico: ho guidato fino a Casa.
Poche ore. Ore intense, rigeneranti, salvifiche.
Momenti in cui godere della solitudine, del privilegio di non dover rendere conto a nessuno, della grazia di non dover subire più - mai più - nessuno.
Dibò me l'ha fatta davvero grossa quando, preso dall'estasi che la libertà senza guinzaglio infonde, si è lanciato senza remore nel lago cacciando un gruppo di papere, uscendone subito dopo stranito, congelato, tremante. Un soccorso di emergenza fatto della mia sciarpa che gli frizionava il pelo, carezze per capire quanto fosse inzuppato e quanto invece congelato, un asciugacapelli a disposizione a soli 10 minuti di macchina, ringraziando chi di dovere in Cielo.
E poi l'allegria per aver trascorso insieme alcune ore in un silenzio surreale, ovattato da gelo e una spolverata di neve, tra erba che scricchiola e si spezza sotto i piedi, una manciata di croccantini golosi in tasca, un tè caldo ben riposto in un thermos e sei gradi al di sotto dello zero a pizzicarmi in viso.
I paesaggi sono sempre quelli, così come lo sono i luoghi, eppure, per ritrovare me stessa e per dare voce a quello che accartoccio e nascondo nella pancia, mi capita sempre più spesso di cercare i miei luoghi sicuri, quelli che mi confortano e mi infondono energia. E domenica ne ho ritrovati molti. E mi sono sentita bene.
E poi un hamburger per me e uno per Bodibò, un pisolino vicini, una leggerezza al cuore che ieri mattina continuava a canticchiare leggera e spensierata, perchè ci sono forme di benessere autentiche, che sanno fare per bene il loro lavoro.
giovedì 19 gennaio 2017
Della cassettiera dell'Ikea
Dopo il lavoro, nel tardo pomeriggio di ieri, vagabondavo per l'Ikea di Carugate in queste condizioni: in tacchi, ben truccata, con il cappotto adagiato nell'incavo del braccio indolenzito e con un carrello da carico pesante che trasportava due bulbi, quattro ganci da appendere, un culetto di cagnino in plastica (anch'esso gancio) e due mini pupazzetti.
Un po' mi divertiva osservare la curiosità stranita di chi si imbatteva nel mio tentennare sbandante e mi guardava quasi chiedendosi: "Ma sta scema lo sa che ci sono i sacchi gialli?".
È che mi serviva una cassettiera, da poco, una senza pretese. La stessa cassettiera che mi sono rifiutata di comprare da Marzo dell'anno scorso, infliggendo nuova precarietà a quella in cui - già di mio - dovevo sguazzare. Perché comprarla avrebbe comportato una presa di coscienza e un'accettazione alle quali non potevo essere già pronta.
Poi, non so cosa sia successo in quell'ufficio a Monza, dopo la lezione del primo pomeriggio. Mi sono decisa, mi sono convinta, ma forse mi sono rassegnata.
E quella stessa rassegnazione l'ho portata a passeggio mentre rendevo omaggio al cuscino della palla numero 8 che avevamo sulla poltrona da barbiere, ai mobili sparsi per la camera, lo studio, il soggiorno con angolo cottura, il bagno, il ripostiglio e pure l'ingresso. Quella che credevo fosse casa era ovunque, ma non più in me. Non quanto temessi.
Ho deglutito amarezza e rancore, bestemmie e malaguri, "ma crepa" e "mammt" a profusione ad ogni bicchiere, utensile, candela, cestino e decorazione che conoscevo bene e di cui ricordavo esattamente la collocazione.
E poi ho pensato che quello che mi strazia non è che sia finita, anzi, ma come sia potuta andare mentre tutto sarebbe stato ancora possibile, se soltanto ci fossero stati decenza, rispetto, dignità, sobrietà e contegno.
Perché ci sono circostanze che non dovrebbero esistere nemmeno in letteratura.
Ma tant'è, ahimè.
Non scrivo per rognare, per parlare del Lupo Cattivo, scrivo perché davanti ad un ambiente con i mobili neri e gli accessori verdi e bianchi, uno di quelli che angosciano nella loro pretesa di sfoggiare un design a basso costo - buono a stento per un residence - ho capito che non ho nessuno accanto perché non voglio nessuno.
Perché non esiste odore che non mi dia il voltastomaco.
Perché non mi voglio accontentare di nuovo.
Perché non sceglierò per consolazione o bisogno, ma soltanto per volontà e slancio di felicità.
E poi perché sto bene, in fondo.
Ma sì, dai.
Ho una cassettiera da montare e una casa da trovare.
Ho il culo grosso e la pelle secca.
Sono ipocondriaca, stronza e isterica.
Ho così tanta roba che si accumula dentro e fuori dagli armadi e dalle scatole, che se mi incrociasse Marie Kondo farebbe harakiri con la gruccia in metallo della lavanderia, dopo essersi frustata con il guinzaglio stiloso di Bloodino.
Ho esorcizzato pure l'Ikea.
E chi mi ferma più?
giovedì 12 gennaio 2017
Dell'acido, della violenza, di una mattina di gennaio
Ho messo i calzettoni sul calorifero (quelli sexy, eh, mica quelli caldi da combattimento), ho preparato una fattura e intanto ho temporeggiato, aspettando che il freddo diventasse meno crudo e che il coraggio avesse la meglio sulla fifa che provo all'idea di uscire di casa.
Complice un bestiolino che se la ronfa sul letto, ho potuto frugare tra rassegne stampa che mettono il voltastomaco, notizie dal mondo che raggelano e fatti di cronaca che mi fanno sentire perplessa, sconsolata, avvilita e persino sconcertata, se volete.
Volti bellissimi sfregiati dall'acido, corpi cui viene dato fuoco, bambini e anziani presi a calci, sputi e pugni, giustificazioni che non stanno nè il cielo nè in terra, violenze inaudite per colpa del posto sbagliato al momento sbagliato. Eppure, in un modo o nell'altro, le donne e i deboli in genere, se la cercano sempre no?
Stava con un delinquente, cosa ti aspettavi?
Stava con un balordo, cosa ti aspettavi?
Stava da sola per strada, cosa ti aspettavi?
Stava con un alcolizzato, cosa ti aspettavi?
Stava con un negro, cosa ti aspettavi?
Stava con un violento, cosa ti aspettavi?
Io? Ah, io non ne so niente, però in un vecchio sogno - a Guantanamo - più o meno dopo la mezzanotte per almeno tre sere a settimana, guardavo un film che non avrei voluto vedere e non mi aspettavo un cazzo di niente. Se non che quella proiezione macabra avesse fine.
Ma mi verrebbe da dire, nella mia presunzione di zitella inacidita, che non è detto che sia così semplice mettere la parola fine a certi drammi, a certe persecuzioni, agli esiti che alcune forme di NON amore hanno sul corpo, sulla mente, ancora di più nella percezione di sé.
Prima di giudicare o di dare lezioni di vita, ringraziate Dio - o chi per esso - per il vostro culo al caldo, per i vostri volti sempre e solo accarezzati, per le vostre mani che non hanno motivo di tremare, per il vostro telefono che si accende per un saluto, un avviso, ma mai per tormentarvi.
Ringraziate per la vostra famiglia, che romperà anche i coglioni di tanto in tanto, ma che vi ama e non vi abbandona. Ringraziate perchè ogni giorno potete rimettere mano alla vostra vita, reinventandola, con il lusso di poter pensare a quello che mettete nel piatto, alla nuance di rossetto da spiaccicarvi in viso o stabilire in quale modo annoiarvi o lamentarvi di tutto quello che non vi va a genio.
Ma smettetela di dedicare il vostro sdegno a chi è più debole, fragile, incapace, persino paralizzato all'idea che esista la possibilità di cambiare. Siete bravi, infallibili, dei modelli indiscussi e chi dice il contrario? Ma fate pure schifo quando puntate il dito senza remore, senza vergogna, senza pietà.
Perché chi dovrebbe pagare, dovrebbe essere sempre e solo chi si macchia di crimini che meriterebbero di essere risarciti con l'interruzione immediata dell'erogazione dell'ossigeno.
E una manica di botte, ma proprio tante eh.
Pensieri così, belli leggeri, di buon mattino, con la luna storta ancora prima delle nove.
Avanti, Savoia!
E adesso - per almeno un'altra settimana - farò finta che i telegiornali non esistano.
Nice and easy.
Niente foto. Oggi no.
Complice un bestiolino che se la ronfa sul letto, ho potuto frugare tra rassegne stampa che mettono il voltastomaco, notizie dal mondo che raggelano e fatti di cronaca che mi fanno sentire perplessa, sconsolata, avvilita e persino sconcertata, se volete.
Volti bellissimi sfregiati dall'acido, corpi cui viene dato fuoco, bambini e anziani presi a calci, sputi e pugni, giustificazioni che non stanno nè il cielo nè in terra, violenze inaudite per colpa del posto sbagliato al momento sbagliato. Eppure, in un modo o nell'altro, le donne e i deboli in genere, se la cercano sempre no?
Stava con un delinquente, cosa ti aspettavi?
Stava con un balordo, cosa ti aspettavi?
Stava da sola per strada, cosa ti aspettavi?
Stava con un alcolizzato, cosa ti aspettavi?
Stava con un negro, cosa ti aspettavi?
Stava con un violento, cosa ti aspettavi?
Io? Ah, io non ne so niente, però in un vecchio sogno - a Guantanamo - più o meno dopo la mezzanotte per almeno tre sere a settimana, guardavo un film che non avrei voluto vedere e non mi aspettavo un cazzo di niente. Se non che quella proiezione macabra avesse fine.
Ma mi verrebbe da dire, nella mia presunzione di zitella inacidita, che non è detto che sia così semplice mettere la parola fine a certi drammi, a certe persecuzioni, agli esiti che alcune forme di NON amore hanno sul corpo, sulla mente, ancora di più nella percezione di sé.
Prima di giudicare o di dare lezioni di vita, ringraziate Dio - o chi per esso - per il vostro culo al caldo, per i vostri volti sempre e solo accarezzati, per le vostre mani che non hanno motivo di tremare, per il vostro telefono che si accende per un saluto, un avviso, ma mai per tormentarvi.
Ringraziate per la vostra famiglia, che romperà anche i coglioni di tanto in tanto, ma che vi ama e non vi abbandona. Ringraziate perchè ogni giorno potete rimettere mano alla vostra vita, reinventandola, con il lusso di poter pensare a quello che mettete nel piatto, alla nuance di rossetto da spiaccicarvi in viso o stabilire in quale modo annoiarvi o lamentarvi di tutto quello che non vi va a genio.
Ma smettetela di dedicare il vostro sdegno a chi è più debole, fragile, incapace, persino paralizzato all'idea che esista la possibilità di cambiare. Siete bravi, infallibili, dei modelli indiscussi e chi dice il contrario? Ma fate pure schifo quando puntate il dito senza remore, senza vergogna, senza pietà.
Perché chi dovrebbe pagare, dovrebbe essere sempre e solo chi si macchia di crimini che meriterebbero di essere risarciti con l'interruzione immediata dell'erogazione dell'ossigeno.
E una manica di botte, ma proprio tante eh.
Pensieri così, belli leggeri, di buon mattino, con la luna storta ancora prima delle nove.
Avanti, Savoia!
E adesso - per almeno un'altra settimana - farò finta che i telegiornali non esistano.
Nice and easy.
Niente foto. Oggi no.
martedì 13 dicembre 2016
Di Santa Lucia
Insomma, Zuckerberg, "Accadde Oggi" te lo saresti potuto risparmiare. Anche perché poi, appena sveglia, ho il bisogno malsano di prendere atto di quel che è stato, ma ancor di più di quello che ora è. E allora sbircio, come una stalker della mia stessa vita, tra i ricordi abbelliti dagli intenti e dalle speranze che si ostinavano a credere alle menzogne. Colpi ben assestati in pieno stomaco, improvvisi e inevitabili come le carrellate che ti prendi il sabato mattina nel reparto ortofrutta del supermercato quando fai la spesa.
Ma ai ricordi si sopravvive. Si sopravvive a tutto. Persino all'inimmaginabile. Si sopravvive ai lutti, alla solitudine, alle malattie, al cinismo più sadico, all'abitudine e all'ineluttabilità. Si sopravvive persino alla malinconia, alla disperazione, alla pastina troppo salata, ad un rimprovero da parte di una voce sgraziata, ad una storta che prendi in mezzo alla gente e quasi finisci a terra.
Non operano più Bloodino. O meglio, per evitare che l'attacco di esorcismo di settimana scorsa - tuttora in cura con antibiotici - possa interferire con la terapia post operatoria di routine, il veterinario ha suggerito di aspettare.
- Il 28 dicembre le va bene?
- Sì, certo.
- Non le crea problemi con i festeggiamenti?
- Anche se avessi qualcosa da festeggiare, il mio cane verrebbe prima di tutto.
E non perché sia brava, da applauso. Anzi. È solo che avrò meno lavoro e quindi avrò più tempo. E se avrò anche un alibi valido e sostanzioso dalla mia, non avrò motivo di scavare a mani nude in quel che è stato fango travestito da centro benessere, pur di farmi dell'altro male.
È Santa Lucia. La santa della mia Svezia, la santa delle candele, delle brioscette allo zafferano, la santa dei cori e della Luce. La santa della speranza e dei buoni propositi, la santa delle caramelle e dei cioccolatini. La Santa di uno degli incanti di dicembre.
Che luce sia, allora.
Dentro, fuori e tutt'intorno.
Luce negli sguardi e nei sorrisi.
Luce in fondo alla gola, nello sterno e nella pancia.
Lucia, io non so se sia cosa da chiedere, ma non farmi fare la tua fine. Se puoi.
(Per i blasfemi che bruceranno alla grigliata del Satanasso giù da basso: vergine, martire e bruciata viva. Ah, forse le hanno pure strappato gli occhi).
giovedì 1 dicembre 2016
Della minestra dell'anima
Un-chicken soup for the soul.
Siate minuziosi con il dispiacere: fatelo a pezzi.
Pezzetti piccoli e graziosi, incisioni regolari, tagli netti e decisi.
Prendete poi quel mosaico colorato di malessere e mettetelo in una pentola capiente, lasciate che borbotti, che si lamenti, che diventi una poltiglia da prendere a cucchiaiate.
E aggiungete del riso, se vi va.
Riso a cuor leggero, riso sfacciato, riso con gli occhi lucidi, riso e basta.
E poi servite, ricordandovi di non essere mai servili.
lunedì 21 novembre 2016
Del farcela, del pigiama zebrato
È da sabato mattina che ho in mente questo post, ma di solito succede così: prima penso ad una frase, una bella frase eh, una di quelle da centomila milioni di condivisioni, applausi, premio Pulitzer e posto fisso con tredicesima e ferie pagate. Una frase che da sola diventa un best seller. Poi me la dimentico. E - di conseguenza - poi mi dimentico anche del post della vita, che un po' come tutto il resto, mi passa di mente e buonanotte ai suonatori.
Nel corso degli ultimi giorni mi sono imbattuta in circostanze che mi hanno coinvolta emotivamente e mi hanno portata a riflettere. E poi a singhiozzare sotto la doccia, a scuotere la testa cercando di scacciare la nostalgia e - in particolare - scagliare via la distorsione della realtà nella cui pratica il mio cervello bacato non ha rivali. Fortunatamente, non sono sola perchè l'asse Solaro - Siziano è indomito nel supportarmi e ancor di più nel sopportarmi, ma io ho anche Padre Mauri ad incoraggiarmi. Succede così che la solitudine diventi un privilegio che scelgo di concedermi per riposare o per riprendere fiato.
Mi sono ritrovata a pensare a me stessa come ad una donna sempre più forte, sempre più consapevole, sempre più disincantata e persino sempre più selettiva.
Che spettacolo!
Che spettacolo!
- Ma come... proprio tu , Milvina?
- Già. Proprio io, mondo caro (o mondo cano per dirla alla Faletti ai tempi d'oro).
Passeggiavo con Bloody per i campi lo scorso sabato.
Ogni qual volta il tempo ce lo consente, ne approfittiamo sempre per sfuggire all'asfalto e ai tubi di scarico, ma anche ai convenevoli da guinzaglio. Basta che prenda la macchina, due uscite di superstrada e siamo in un mondo tanto surreale quanto rigenerante.
Avevo l'autonomia della batteria del cellulare, ormai da cambiare (perchè i Samsung allo scoccare dei due anni si autodistruggono in una manciata di giorni), agli sgoccioli. Eppure ho voluto scattare qualche foto, tra l'altro ben riuscita a detta dei seguaci su Instagram. Attraverso quelle istantanee senza pretese sono riuscita ad immortalare persino i pensieri che, insolitamente, da giorni continuano a farsi ripetere tra le tempie e continuano a rimbombare nel silenzio delle labbra serrate.
Se ce la fanno le gocce di pioggia a rimanere aggrappate ai rami, alle bacche e alle foglie, allora ce la posso fare anch'io.
Se ce la fanno i fiori nei prati a resistere al gelo, alle zampate ciniche e alle suole delle scarpe indifferenti, allora ce la posso fare anch'io.
Se ce la fa la gambetta più corta di Bloody a correre come se nulla fosse, prendendo velocità ad ogni attrito con la terra, allora posso farlo anch'io.
Se ce la fanno i fiori nei prati a resistere al gelo, alle zampate ciniche e alle suole delle scarpe indifferenti, allora ce la posso fare anch'io.
Se ce la fa la gambetta più corta di Bloody a correre come se nulla fosse, prendendo velocità ad ogni attrito con la terra, allora posso farlo anch'io.
Se i bambini imparano ad allacciarsi le scarpe, allora ce la posso fare anch'io.
Se non ho mai ceduto, se non ho mai ipotizzato di tornare sui miei passi, se scaccio l'amarezza a suon di hard rock, allora ce la sto facendo.
E col cazzo che mi accontento.
E col cazzo che mi accontento.
Ed è bellissimo potermi concedere la sfacciataggine di fissare questo traguardo, uno tra i più insperati e sostanziosi: sentire che ce la sto facendo.
In fondo, sono una tettona che canta David Coverdale e Charlie Daniels. E pure i Mountain di Leslie West.
Sono una che sta così bene, da comprarsi pure un pigiama zebrato e fottersene della lingerie che l'età prescriverebbe propedeuticamente all'accasamento, ma è che non ho nemmanco mezzo psycho con cui sfoggiarla: perchè decido io che sia così.
Mi sa che inizio a crederci.
Mi sa che sto lavorando bene.
E chi mi ammazza?
Di certo non tu. E nemmeno tu. Figuriamoci te.
Nota: dopo non so quanti anni, mi sono arrogata il diritto di salire su un'altalena e di rimanere a far ciondolare le gambe fino a quando non mi è girata la testa e non mi è venuta la nausea.
E se si fosse rotta, per colpa del mio dolce peso, dei miei anni e della mia altezza... ecco, non sarebbe stato un problema mio.
sabato 19 novembre 2016
Del 19 Novembre 2014
Tu sei la risposta più bella a tutto quello che non gira, tutto quello che si ingarbuglia, tutto quello che si rompe, tutto quello che si annoda e strozza, tutto quello che fa rumore inutilmente, tutto quello che cerca di far male, tutto quello che infastidisce come zanzare vicino al cuscino, tutto quello che luccica pur non avendo alcuna sostanza, tutto quello che non serve, tutto quello che se ne deve andare, tutto quello che non sarebbe mai nemmeno dovuto esistere e tutto quello che non mi appartiene e che mi tocca masticare, ingoiare e a volte persino digerire.
martedì 15 novembre 2016
Delle donne e delle parole che ha condiviso Lucia
Sono le donne difficili quelle che hanno più amore da dare, ma non lo danno a chiunque.
Quelle che parlano quando hanno qualcosa da dire.
Quelle che hanno imparato a proteggersi e a proteggere.
Quelle che non si accontentano più.
Sono le donne difficili, quelle che sanno distinguere i sorrisi della gente, quelli buoni da quelli no.Quelle che ti studiano bene, prima di aprirti il cuore.
Quelle che non si stancano mai di cercare qualcuno che valga la pena.
Quelle che vale la pena.
Sono le donne difficili, quelle che sanno sentire il dolore degli altri.
Quelle con l'anima vicina alla pelle.
Quelle che vedono con mille occhi nascosti.
Quelle che sognano a colori.
Sono le donne difficili che sanno riconoscersi tra loro.
Sono quelle che, quando la vita non ha alcun sapore, danno sapore alla vita.
Alma Gjini
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