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martedì 20 novembre 2018

Della tigre in gabbia




Una tigre incredibile.
Una tigre vera.
Una tigre in un paesino dormitorio merdoso che non è Milano e non è nemmeno Brianza.
Una tigre in gabbia a ridosso della Comasina, di fronte ad un All You Can Eat da Helicobacter fulminante, da donne in lurex di giorno e bambini da parcheggiare nelle vasche di palle di plastica colorate, aspettando che affoghino senza fare troppo rumore.
Una tigre a due passi dai camion, a due passi da frenate improvvise e clacson e autobus di linea e sirene e tubi di scappamento e curiosi stronzi che si fermano a guardare e gente a piedi che trascina carrellini improbabili, zeppi di scatole e buste quasi fosse già Natale.
Mi si è stretto il cuore imbattendomi in lei stamattina. E sta tigre mi è rimasta dentro, mi è rimasta addosso per tutto il giorno come odore di fritto di casa d'altri che ti porti appresso fino alla doccia della sera. Come uno spintone improvviso dato da un estraneo. Come un forno che ti brucia un braccio e ti fa cadere la teglia a terra sul pavimento appena spazzato.
La Milano Meda era quasi sgombra, alle otto passate la gente sta già guardando la fine dei quiz, e guidando ho pensato che se una rientra da lavoro alle nove, si merita almeno una guacamole e forse un film di quelli che non fanno pensare.
Sì, che non faccia pensare soprattutto.
Mi sono fermata al Carrefour 24/7, mentre Bloody frignava sul sedile posteriore, mentre cercavo il cellulare sul sedile passeggero a tastoni, mentre mi concentravo sull'unica cosa che avrebbe potuto farmi cenare stasera: un avocado maturo.
Poi quelle luci.
Poi quella scritta: Allegria.
Poi il voltastomaco misto a pena, a rabbia, a incredulità.
Poi ti fermi e scatti una foto.
Un reportage da social media.
Una cronaca zoppa di uno dei millemila drammi nei quali non so non sguazzare.
L'unico circo che amo è quello degli storpi, dove i fenomeni da baraccone hanno due teste, una gamba sola, mani a chela di aragosta o tre tette, un circo che esiste solo nelle foto in bianco e nero e nei film.
Poi un guinzaglio mi ha trascinata per le aiuole infangate mentre tremavo dal freddo. Poi il vecchietto del piano di sopra - che un momento ti parla come se fossi sua nipote e un momento ti chiede "ma tu chi sei?" - mi ha detto un "Buonasera, signorina" bello, ma bello forte, uno di quelli belli come li direbbe un nonno, uno zio, una canzone in musicassetta.
Poi la chiave nella serratura, aspetta che ti sgancio, dai vieni, andiamo, su!
E ho richiuso la porta blindata alle spalle. Doppia mandata. Via gli stivali, candele accese. L'avocado di traverso. La lavatrice che deve ancora finire. I panni stesi ieri da piegare.
Quella tigre mi fissa ancora, mi fissa senza nemmeno vedermi.
Nel suo contegno decoroso, nella sua dignità violata.
Meritiamo l'estinzione.
Allegria!
Boom.
Tutti rasi al suolo, a fare da parcheggio agli altri pianeti.

giovedì 19 gennaio 2017

Della cassettiera dell'Ikea



Dopo il lavoro, nel tardo pomeriggio di ieri, vagabondavo per l'Ikea di Carugate in queste condizioni: in tacchi, ben truccata, con il cappotto adagiato nell'incavo del braccio indolenzito e con un carrello da carico pesante che trasportava due bulbi, quattro ganci da appendere, un culetto di cagnino in plastica (anch'esso gancio) e due mini pupazzetti.

Un po' mi divertiva osservare la curiosità stranita di chi si imbatteva nel mio tentennare sbandante e mi guardava quasi chiedendosi: "Ma sta scema lo sa che ci sono i sacchi gialli?".

È che mi serviva una cassettiera, da poco, una senza pretese. La stessa cassettiera che mi sono rifiutata di comprare da Marzo dell'anno scorso, infliggendo nuova precarietà a quella in cui - già di mio - dovevo sguazzare. Perché comprarla avrebbe comportato una presa di coscienza e un'accettazione alle quali non potevo essere già pronta.

Poi, non so cosa sia successo in quell'ufficio a Monza, dopo la lezione del primo pomeriggio. Mi sono decisa, mi sono convinta, ma forse mi sono rassegnata.

E quella stessa rassegnazione l'ho portata a passeggio mentre rendevo omaggio al cuscino della palla numero 8 che avevamo sulla poltrona da barbiere, ai mobili sparsi per la camera, lo studio, il soggiorno con angolo cottura, il bagno, il ripostiglio e pure l'ingresso. Quella che credevo fosse casa era ovunque, ma non più in me. Non quanto temessi.

Ho deglutito amarezza e rancore, bestemmie e malaguri, "ma crepa" e "mammt" a profusione ad ogni bicchiere, utensile, candela, cestino e decorazione che conoscevo bene e di cui ricordavo esattamente la collocazione.

E poi ho pensato che quello che mi strazia non è che sia finita, anzi, ma come sia potuta andare mentre tutto sarebbe stato ancora possibile, se soltanto ci fossero stati decenza, rispetto, dignità, sobrietà e contegno.
Perché ci sono circostanze che non dovrebbero esistere nemmeno in letteratura.

Ma tant'è, ahimè.

Non scrivo per rognare, per parlare del Lupo Cattivo, scrivo perché davanti ad un ambiente con i mobili neri e gli accessori verdi e bianchi, uno di quelli che angosciano nella loro pretesa di sfoggiare un design a basso costo - buono a stento per un residence - ho capito che non ho nessuno accanto perché non voglio nessuno.
Perché non esiste odore che non mi dia il voltastomaco.
Perché non mi voglio accontentare di nuovo.
Perché non sceglierò per consolazione o bisogno, ma soltanto per volontà e slancio di felicità.
E poi perché sto bene, in fondo.
Ma sì, dai.

Ho una cassettiera da montare e una casa da trovare.
Ho il culo grosso e la pelle secca.
Sono ipocondriaca, stronza e isterica.
Ho così tanta roba che si accumula dentro e fuori dagli armadi e dalle scatole, che se mi incrociasse Marie Kondo farebbe harakiri con la gruccia in metallo della lavanderia, dopo essersi frustata con il guinzaglio stiloso di Bloodino.

Ho esorcizzato pure l'Ikea.
E chi mi ferma più?

giovedì 1 dicembre 2016

Della minestra dell'anima


Un-chicken soup for the soul.

Siate minuziosi con il dispiacere: fatelo a pezzi.
Pezzetti piccoli e graziosi, incisioni regolari, tagli netti e decisi.
Prendete poi quel mosaico colorato di malessere e mettetelo in una pentola capiente, lasciate che borbotti, che si lamenti, che diventi una poltiglia da prendere a cucchiaiate.
E aggiungete del riso, se vi va.
Riso a cuor leggero, riso sfacciato, riso con gli occhi lucidi, riso e basta.
E poi servite, ricordandovi di non essere mai servili.




sabato 19 novembre 2016

Del 19 Novembre 2014

Tu sei la risposta più bella a tutto quello che non gira, tutto quello che si ingarbuglia, tutto quello che si rompe, tutto quello che si annoda e strozza, tutto quello che fa rumore inutilmente, tutto quello che cerca di far male, tutto quello che infastidisce come zanzare vicino al cuscino, tutto quello che luccica pur non avendo alcuna sostanza, tutto quello che non serve, tutto quello che se ne deve andare, tutto quello che non sarebbe mai nemmeno dovuto esistere e tutto quello che non mi appartiene e che mi tocca masticare, ingoiare e a volte persino digerire.

giovedì 18 agosto 2016

Delle quattro del mattino




Forse, già che ci sono, dovrei aspettare l'alba ormai.

Forse dovrei leggere. Forse potrei ricamare. Forse dovrei tornare a letto, buona buona. Forse potrei guardare un film. Forse potrei smettere di tifare gli azzurri della pallavolo, visto che finalmente - dopo in quarto d'ora di tv che va a vuoto - mi sono accorta che è l'Argentina a giocare.

Forse dovrei smettere sistematicamente di: ricordare, ripensare, rivivere, riprovare, risentire. Forse perché sono stufa e forse anche scoglionata.

Forse inizio a sentire le urgenze e le scadenze di Settembre incombere. Forse mi impressiona l'incertezza di quello che sembra non saper cambiare. Forse sono soltanto troppo nervosa. Forse è colpa dell'incompiutezza. Forse è per via del tempo che trascorre un po' come diavolo gli pare.

Forse dovrei iniziare a scrollarmi di dosso le sensazioni malsane che alcune circostanze e alcune persone mi impongono. Forse dovrei seguire le indicazioni di Ryanair e prenotare un volo a caso a otto euro,  e poi forse si vedrà.

Forse non puzzo di fallimento come invece temo ogni volta che annuso all'interno della maglietta della mia coscienza. Forse sono sulla strada giusta, ma forse è come una di quelle cazzo di salite di montagna che sembrano non finire mai.

Forse io amplifico esponenzialmente anche il più piccolo degli stimoli e le reazioni che ne scaturiscono sono esplosioni atomiche.

Forse dovrei solo accettare che non si possa dimenticare tutta quella cattiveria dalla sera alla mattina. Forse non posso perdonare che tutto quell'accanimento - per l'ennesima volta - sia rimasto impunito.

Forse, a scrivere con sto telefono, mi sta tornando il sonno. Forse mi verrà su il latte. Forse ci vuole troppo tempo prima che sorga il sole. Forse vorrei che tutto fosse innocuo come ogni tanto sembra che lo sia qui.

Forse sono tutti i forse del rancore e del dispiacere ad avere la meglio. Forse sono quelli dell'ineluttabilità e della frustrazione. Forse sono quelli della delusione. Forse è lo sdegno più incredulo l'ennesimo nemico da combattere.


domenica 14 agosto 2016

Della sera del 12 Agosto

Nel paesino dove abbiamo la casa c'è una chiesetta, e lì accanto c'è una piazza con le sue panchine e la sua fontana. Ma non c'è nemmeno un baretto, un circolino, insomma, non c'è niente se non il rumore dell'acqua e l'abbaiare dei cani in lontananza. E la piazza è sempre vuota, persino la domenica quando c'è la messa. Perché tutti di lì passano,  ma nessuno si prende il lusso di fermarsi.
Nelle strade di montagna i gatti se ne fottono di chi si fa gli sparoni in auto, in moto, in bici, in trattore o in camion e si piazzano in mezzo alle carreggiate, sdraiati come se fossero su un divano.
Nel cielo di stasera le nuvole sono lunghe, piatte, stirate. Sembrano sciarpe logore, ma anche ciabatte sfondate.
Ho litigato con Bloody oggi.
E mi sento triste.
E anche frustrata.
Mi sono seduta al buio del nulla della piazza, e mi sono messa di buzzo buono a guardare il niente, a respirare i moscerini e ad insistere nell'inumidirmi le labbra seccate dal sole e dal vento.
Mentre facevo la poetessa dei poveri, hanno iniziato a suonare le campane ed è un miracolo che non sia morta di infarto.
Mi aspetta una salita ripida e avere un cane che tira - più di un pelo di non si può dire cosa - mi farà comodo.
Da qui le stelle sembrano più vicine e limpide, perché non c'è molta luce ad imbrattarle. Ma io non credo più ai desideri riposti nell'incandescenza che fa mettere i nasi all'insù. Non credo nei baci dati sotto al vischio, alle mutande rosse del veglione, alle candeline da soffiare in una volta sola, al tre d'amore, al sale e l'olio che portano disgrazie non credo e nemmeno più al topolino dei denti.
Credo negli occhi stanchi e nei fazzoletti stropicciati tenuti in tasca, che non si sa mai. Credo che il male vinca sempre sul bene e credo che quando pensi di aver toccato il fondo è lì che l'inferno appare per davvero e inizia il puttanaio.
Credo nelle promesse tradite e nei sorrisi di circostanza.
Credo nel sadismo e nei vetri rotti.
Però credo ancora nella mia torta di mele e in quel cazzone del mio cane. Credo in quello che canto mentre ascolto la musica che ho in macchina. E credo nei budini. E nei capillari rotti. E nei coglioni girati. E nelle bestemmie che nascono dal cuore e che si fermano tra i denti.

domenica 29 maggio 2016

Di A. e della sua arte addosso. Per sempre



Saranno stati quasi dieci anni fa. E io ricordo ancora perfettamente quando mi sono imbattuta nei tuoi disegni addosso a qualcuno per la prima volta.
Gianni, il mio fidanzato dell'epoca con il quale vivevo un bell'amore profondo e spensierato, sapeva della mia neonata passione per i tatuaggi e - a seguito della mia intenzione di accrescere il numero dei miei ghirigori - mi aveva fatto notare la precisione e la cura con cui erano stati realizzati ricami di ispirazione giapponese sulle braccia del suo amico e collega I. (abbreviazione di un terzo di cognome), che - se la memoria non mi frega - partiva da Magenta per raggiungerti in studio a Monza.

Prima di farti visita e prendere coraggio per telefonarti, mi ero improvvisata investigatore privato e chiedevo a chiunque fosse tatuato se ti conoscesse, e quando avevo la fortuna di imbattermi in qualcuno che ti portava in bella mostra su di sé, mi ritrovavo ad immaginarti attraverso chi ti conosceva già e per te nutriva ammirazione e rispetto.

Ricordo ancora la prima telefonata in studio, prima di prendere appuntamento per venire a mostrarti la foto di un fiore di cactus, e ricordo ancora meglio la soggezione che ho provato di fronte a te e alla tua diffidenza scrupolosa, alla tua parlata scazzata, al fatto che stessi per gettare la spugna prima ancora di venirti a trovare, immagonita dalla tua freddezza al telefono, che proprio non mi aspettavo. Ma io mica lo sapevo che ricevevi ennemila telefonate al giorno, mica mi passava per la mente che oltre a chi si fa tatuare per davvero, c'è una costellazione di indecisi, insicuri, rognosi e fanfaroni che ti assillavano (e forse assillano) prima, dopo e durante il lavoro.

Ricordo i miei occhi sgranati di fronte alle pareti del tuo studio così piene di riconoscimenti e ricordo quanto fossi incredula all'idea di essere proprio lì, davanti a te, timorosa di sembrarti una rincoglionita o anche solo una che non avesse niente da dire, con la mia pelle quasi ancora del tutto candida come mamma Angela l'aveva fatta. Ricordo persino quanto desiderassi starti anche solo un po' simpatica, simpatica a sufficienza per farmi fissare un appuntamento e avere finalmente un tatuaggio che sapevo sarebbe stato unico e meraviglioso, degno di un ricordo così importante.

Erano tempi in cui, per riuscire a farsi ricamare dalle tue mani, bisognava aspettare mesi, se andava di culo erano un paio, erano tempi in cui un tatuaggio per me era un'autentica trasgressione, una rivoluzione, significati ben lontani dal bisogno quasi fisiologico - consolidato anno dopo anno - di fermare un pezzo di storia della mia vita: perché è così che vivo i segni del passaggio degli aghi intrisi di colore che mi faccio infilare sotto pelle.

Ricordo quando mi hai chiesto se fossi sicura della posizione che avevo scelto, perché era molto visibile, perché richiedeva determinazione e sicurezza, e non hai esitato a ricordarmi che mi avrebbe potuto creare problemi sul lavoro. Ricordo il tuo accenno di sorriso quando ti ho spiegato il perché quel fiore, con appoggiata sopra una farfalla, fosse così imprescindibile dall'interno del mio avambraccio: perché era lì che sentivo la pressione del braccio flebile della mia nonna nelle notti che hanno preceduto quella del nostro addio. E ricordo che poi, improvvisamente, hai sorriso, lasciando andare almeno una manciatina di riserve nei miei confronti.

Sono trascorsi quasi dieci anni da quel primo sigillo d'amore, e sopra il letto, in camera mia c'è ancora la foto delle tue mani al lavoro (il primo di ogni singolo altro lavoro che da quel momento in poi soltanto tu hai impresso su di me) e la mia mano che accompagna quella della mia nonnina. Ormai ho perso il conto delle bestioline, delle parole, dei simboli, dei fiori e dei frutti che mi hai regalato nel per sempre della mia stessa vita. Ed è anche per questo che ti ho così a cuore.



Il tempo è trascorso e come direbbe Alda Merini "E fiorita son tutta"  grazie ai tuoi ricami e alle tue incisioni. Di recente siamo persino passate dal "Lei" al "tu", dalle strette di mano agli abbracci lunghi e stretti, abbracci per salutarsi, abbracci per infondere forza, abbracci per consolare, i tuoi, e per ognuno di loro ti sono riconoscente. Quando sono più fragile, quando mi verrebbe da rognare, riascolto la tua voce, e non passa quasi giorno senza che tu non scelga di esserci anche solo un cenno, una parola atta a sussurrare la tua presenza sempre graziosa, sempre riservata, sempre generosa. Le tue parole mi hanno segnata, così come il tuo portarmi a riflessioni disincantate eppure necessarie per ricominciare a vivere e lasciare alle spalle quel recente dolore "pari ad un lutto" che ancora mi fa zoppicare, che ancora mi rende incredula, che ancora devo imparare ad accettare.

E mentre guardo il tuo capolavoro sul mio braccio,  nato nemmeno due giorni fa e mentre lo stesso capolavoro - soltanto un filino più puzzolente - dorme acciambellato ai miei piedi, ho bisogno di congedarmi dal tuo Taboo Tattoo attraverso queste parole, forse confusionarie, ma piene di emozioni che ti appartengono e che vorrei ti raggiungessero.

Mi congedo dal tuo studio, ma da lui soltanto, con la stessa pesantezza di cuore che lascia un libro incredibile che devi necessariamente chiudere perché giunto alla fine delle sue parole. Ma ho una libreria zeppa di nuovi libri che mi aspettano, e uno di questi parla di zampine di micette, un altro di una casa che è fatta di sogni, sacrifici e ostinazione dalle cui finestre si scorgono piante dai frutti antichi, un altro ancora è un giallo in cui viene persino svelato il mistero delle consegne di Amazon a novecento metri di altezza montanara, e poi c'è in una raccolta c'è un racconto che parla di un cagnolino buono e nero che sogna una passeggiata su prati che non ha ancora mai visto, ma che in compagnia della sua Zia, diventerebbero di certo un vero e proprio incanto.

Grazie. 
Per tutto quello che è stato, per tutto quello che oggi è, per tutto quello che aspetto e che non vedo l'ora che ancora sia.




giovedì 17 marzo 2016

Delle domande consuete

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse,
come un prato coperto a bitume. 
Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità... 
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perchè?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te,
aver tutto, ma non il domani...

mercoledì 2 settembre 2015

Della mia Erika, del suo bambino

Facebook mi rimprovera e mi dice che non pubblico niente da otto giorni sulla pagina di Dramas and Cookies. Ha ragione, ma lo so da me che è da troppo che non posto alcunché, lo so da sola che forse è il caso che io ricominci a raccontare e condividere, non fosse altro che per non perdere il sano vizio di scrivere. Ho una ricetta e qualcosa da dire, e per una volta separerò le due cose, affinché sentimenti e ingredienti non si perdano l'uno nell'altro, confondendo i miei tre lettori più fedeli tra zucchine, zenzero, salsa di soia, lamenti, mugugni e nostalgia.

Sono silenziosa in questi giorni, chiusa in una perplessità che non mi abbandona mai, ferita dalla staticità, affranta dall'assenza, gravata dai sospiri attraverso i quali cerco di togliermi dai polmoni l'angoscia, addolorata dalle constatazioni che non hanno nulla di amichevole.
Sono preoccupata e non mi piace che lo streben mi mangi viva, che non se ne vada nemmeno a spallate, culate e calci, che non si allontani nemmeno la sera quando ci ritroviamo, nemmeno nell'abbandono al sonno. Ma così è, se mi sveglio di soprassalto mi ritrovo accanto un cagnolino che dorme sul tappeto del mio lato del letto, un cagnolino che mi difenderebbe dal peggiore degli incubi, dal più pericoloso dei mostri, il cagnolino che leccherebbe il muso al demonio e accoglierebbe a suon di feste in casa un ladro, ma nessuno è migliore di lui e non lo cambierei per niente al mondo.

Ieri la giornata si è aperta con una sorpresa inattesa, qualcosa di cui avevo un estremo bisogno. Uno scambio di messaggi improvvisati ed eccomi  a mezzogiorno davanti al Rock on the Road di Desio a riabbracciare Erika dopo mesi dal nostro ultimo caffè, avvenuto in un momento drammatico della mia esistenza: di certo il peggiore dei Natali di tutta la mia vita.

Lei è una delle mie amiche più care e preziose, conosciuta per amore dei conigli, resa affine dalla passione comune per ago e inchiostro, compagna di confidenze, avventure e amici; lei è Amica per scelta e volontà reciproca e non per convenienza, interesse o circostanza. Che bella che è con il suo sorriso grande, che belli i suoi capelli lunghi e scurissimi. Bloody le salta addosso come se la conoscesse da sempre, io sorrido e guardo il suo scricciolo che dorme sul seggiolino del sedile posteriore: e mi ritrovo a perdermi nel musetto sorridente del suo bimbo bellissimo, un bikerino di due anni allegro e buono.
E poi c'è Ypsel, formalmente Pixel, un cagnino che ha sfidato con audacia gli scalini irregolari delle due rampe che portano a casa, batuffolo fragile e morbido che pian pianino potrebbe anche legare con il Mostro delle Paludi tutto nero di casa, il piccolo Mortaretto che ci faceva ridere a crepapelle con le sue corse nei giardini dietro casa dei miei genitori.


Tortello

Mi sono sentita una cretina mentre preparavo il pranzo e la tavola dimenticandomi persino acqua e posate, fuori tempo, fuori dal mondo vero, il mondo degli altri, quello scandito da delle tappe che non possono essere procrastinate ad oltranza, quello dei guadagni, dei doveri, delle esazioni e degli impegni. L'ho osservata, studiandola quasi, nel suo essere così paziente, così premurosa, così ferma eppure adorabilmente affettuosa: la mia compagna di serate a base di thè, carezze ai suoi cuccioli a quattro zampe e fiumi di parole è una donna incredibile che sa essere spontaneamente, genuinamente una brava mamma.

Il tempo è crudele e spietato, trascorre troppo in fretta senza curarsi del nostro bisogno di dire e continuare a dire e dopo una pasta all'orientale, dell'insalata, qualche foto e un caffè è ora di salutarla. Mi stringe lo stomaco rendermi conto di quanto abitino lontane le persone cui tengo di più, a quanto sia fondamentale il telefono per non perderci, a quanto sia riconoscente  nei confronti dei social media per poterle vedere ogni volta  che ne ho bisogno.

E' ora dei saluti, della promessa di rivederci presto, prima che trascorrano altri mesi, ma stavolta per davvero. E' un arrivederci intriso del rimpianto di non potersi concedere una saluto ogni volta che servirebbe farlo, m a è un saluto sorridente, sincero.

E' ora di fare un giro di guinzaglio attorno alla mano e di convincere Bodibò a venire via. E' ora di ripensare ai vicini di casa che se ne vanno e che non sono riusciti a vendere la casa nemmeno dopo due anni di attesa. E' ora di abbassare lo sguardo quando passo davanti al bar di delinquenti e balordi, accelerando il passo, just in case. E' ora di sentire il colpo secco e violento del portone richiudersi alle mie spalle. E' ora di sperare che la russa muoia soffocata dalle sue stesse grida contro i suoi figli, contro quella sottospecie di uomo che ha in casa, contro chiunque la incroci nel momento sbagliato. E' ora di aggrottare l'espressione all'ennesima canzone sudamericana a volume Slayer ascoltata dalle bambine al pian terreno, E' ora di rientrare a casa, un nido che stupisce chiunque ci entri, un luogo che ho sentito fin troppo spesso estraneo, ma che adesso esprime indiscutibilmente anche molto del buono che c'è in me.

Prendo a morsi grandi una pesca tabacchiera, è troppo matura e rischio una doccia appiccicosa e dolciastra. Mi condanno anche ad una banana quasi da buttare. Come sono belle le sorprese, com'è bello ritornare ad essere per qualche ora ciò che dimentico di saper essere.


Ypselino, Pixel, Mortaretto


Song of the Day: Susan Tedeschi - Don't Think Twice, It's Alright

venerdì 21 agosto 2015

Della migliore delle torte

torta di pesche e mele


La sensazione più gradevole che provo nelle ultime mattine è svegliarmi e sentire freddo, rannicchiarmi nel plaid blu a stelle e indugiare ancora nel letto. È questa l'estate che preferisco, quella delle giornate calde che trovano pace verso sera, quella che ti permette di vivere pimpante e che immagonisce - seppur in modo lieve - quando il buio arriva sempre un po' prima e inizia a farti assaporare l'autunno che scalpita di foglie secche, pozzanghere, bimbi con zaino e grembiulino, trasmissioni demenziali in tv e colori caldi.

Ho qualche difficoltà a dormire perchè le preoccupazioni, una manciata di paure e le troppe scadenze mi avviliscono; mi basta avere degli orari sballati un paio di giorni per subirne le conseguenze per il resto della settimana. Mi sento in parte sconfitta, in parte anestetizzata ad alcune mancanze  - quella di prospettive e buoni propositi in primis - e subisco i miei stati d'animo più fragili e precari in modo impattante, in modo inaspettatamente feroce.

E non vorrei che fosse così.

Ho dovuto prendere atto dell'amarezza inflitta dai fallimenti, della natura sgraziata di ciò che ferisce mortificando, dell'errore che ho compiuto a dedicare me stessa e il mio tempo a chi attrae folle mentendo, a chi finge drammi mai subiti, a chi parla sempre e solo in prima persona, a chi si arroga il diritto di trattarti come una comproprietà e si accanisce per capriccio, usandoti come pretesto per godere del privilegio di avere qualcuno di cui (s)parlare.
Faccio spallucce, c'est la vie, cos'ho perso?

Praticamente niente, abitanti di un paesello immaginario, radunati a portare in processione santi e madonne non per devozione, ma per far baldoria ad una sagra di dubbio gusto. Devi far parte del branco, ma io da sempre ballo e corro da sola e ci sono decaloghi in calce ai quali non metterò mai il mio nome.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, non tutti gli impasti - anche quelli più meticolosi e dall'aspetto più invitante - diventano poi una bella torta.
Cosa devo imparare allora?
Devo dedicarmi all'accettazione di ciò che non posso cambiare, devo abbandonare la pretesa di indulgenza da parte di chi ne esige guardandosi bene dal darne, devo comprendere la differenza tra sbaglio, errore, crimine e colpa evitando di crocifiggere solo e soltanto me stessa e chi amo.
Nel corso dell'ultimo anno ho scoperto che il bisogno di sopravvivenza può rendere cinici, spietati, ciechi. Ho provato diffidenza e scetticismo immediati nei confronti di alcuni e non mi sono sbagliata.
Sono stata invece travolta da un bene assoluto e indissolubile che Altri non mi hanno negato anche quando era assurdo e apparentemente insensato concedermene.
Ho sbagliato, ho subito degli sbagli e ho scelto di non gettare la spugna, di lottare contro tutto e tutti pur di inseguire un sogno nel quale ero rimasta l'unica a credere. E oggi posso dire che nell'apparente scelleratezza dell'insensato vi era una profonda ragione che meritava ognuna delle sue speranze, meritava un miracolo, meritava di non spegnersi.
Ancora provo imbarazzo, fatico a farmi viva con spontaneità e naturalezza. Non mi fido, tengo per me ogni dettaglio perché non so reggere i giudizi approssimativi così come nuovi errori di (soprav)valutazione. Coltivo pochi rapporti preziosi che hanno saputo proseguire con genuinità, ma sono ben cosciente di aver chiesto tutto e di essere ora in debito.

Alcuni mi danno la nausea.
Alcuni non mi danno pace.
Alcuni mi danno sui nervi.
Alcuni, boh, chi cazzo li ha mai capiti.


Una torta che non riesce non è un fallimento, non è che un tentativo andato a vuoto: e non ha senso morirne. Qualcosa nato da uno slancio può anche non durare, può finire, può non avere più motivo di esistere. Allora è negli sbagli che si nascondono gli insegnamenti più sinceri capaci di marcare - nel bene e nel male - per la vita intera.

Allora è proprio questa la mia torta più preziosa, quella che mi ha fatta sentire incapace, imbranata, fallita e sconfitta, quella che ho soltanto assaggiato prima di gettarla senza esitazione, quella che non ho potuto né condividere né donare, quella che ha ridimensionato la mia vanità, le mie certezze, ciò che davo per scontato e che sapevo fare come pochi.

La migliore delle torte è quella la cui fotografia non è mai stata eliminata. Quella bruciata attorno ai bordi, cruda e molle al centro e impossibile da disporre in un piatto senza perdere tutta la parte superiore rimasta attaccata al coperchio. Quella boicottata da quello stesso bastardo di forno che ho elogiato proprio pochi giorni fa, quella che profumava come un bel sogno e che mi ha tramortita come farebbe la brutta notizia che non immagineresti mai di ricevere.

Adesso vorrei solo imparare a ripristinare la speranza, liberarmi del male allo stomaco più molesto, arrogarmi il diritto di vivere con maggiore quiete, equilibrio e armonia; ricominciare a costruire qualcosa di solido, duraturo, qualcosa che mi renda fiera e col cuore colmo di gioia: perché sono stanca fino a sentirmi esausta. Ed è quasi settembre, il solito maledetto inizio dell'anno, fradicio di aspettative, necessità, possibilità e bisogni.



mercoledì 19 agosto 2015

Delle melanzane ripiene di Nonna Elisabetta e di quelle di Nonna Amelia

Ci sono piatti che dovrebbero preparare solo ed esclusivamente le nonne, pietanze che sanno di famiglia, di feste, di casa e di infanzia. Alle nonne dovrebbe essere negato il diritto di spegnersi, quello di andarsene, quello di lasciare in noi un vuoto insanabile e crudele.

Preparare le melanzane ripiene è pensare alla mia nonna, è portarla in casa mia, è chiederle scusa per i due piani di scalini irregolari, è farla sedere e chiederle come le sembra questa casa tutta strana, se le piace il nostro cagnolino, se sono troppi i tatuaggi che ho addosso o se me lo darebbe ancora un bacino sulla luna che ho dietro la schiena, come faceva dopo essermi ammalata.
Chissà come le sembrerei ora che lo scorrere del tempo travolge anche me, la sua bambina.
Chissà se è almeno un po' felice di me, ora che io non sono esattamente quello che mi aspettavo di essere e di diventare.

Tutto questo può solo avvenire nei sogni, nei sospiri, ma ritrovarla asciugando qualche lacrima è soltanto felicità del privilegio di averla vissuta, amata e stretta a me fino all'ultimo istante della sua esistenza. 

Mi manca, Dio se mi manca, e per ritrovarla devo cucinare, devo cercare i suoi profumi e sapori nella cassettiera dei ricordi che ho tra sterno e pancia, devo ritornare alla casa di via Tolstoj, al pranzo di mezzogiorno e un quarto, aspettando gli zii, guardando prima Bis di Mike Bongiorno poi Il pranzo è servito di Corrado, maledicendo le due meno un quarto che significavano il ritorno della mia mamma in fonderia. Che salto nel passato, che sensazioni frastornanti eppure mi fa bene rimanere ad annaspare nel passato dai colori pastello, quello dell'infanzia.

Mi dilungo, ci metto troppo ad iniziare a scrivervi la ricetta, ma questo non è più un semplice archivio di cucina, qui ho spazio per me, per tutto quello che ho bisogno di lasciare andare.

Ieri sera a cena di nonne in casa ce n'erano due, perché ogni nonna ha le sue ricette speciali e ieri ho voluto che il mio M.o ritrovasse (anche solo per un attimo) la sua Nonna Amelia che partendo dalla tradizione della cucina napoletana, gli proponeva delle melanzane ripiene inconsapevolmente vegan, buone da morire.

melanzane ripiene vegan


Le melanzane ripiene di carne della Nonna Elisabetta

2 melanzane
150 g di carne macinata per sugo
1 uovo
pane raffermo
2 cucchiai parmigiano grattugiato
1 cucchiai di formaggio pecorino
sugo di pomodoro e basilico
aglio
olio evo

Per prima cosa ho messo su un sughetto di pomodoro al basilico veloce, mettendo a crudo della cipolla tritata, una latta di pelati, due spicchi di aglio interi, qualche foglia di basilico, un paio di bicchieri d'acqua e del sale. Ho lasciato cuocere il sugo per più di mezz'ora, perché io cucino - e ne vado immensamente fiera - alla terrona maniera, quindi un sugo veloce ha almeno quasi un'ora da trascorrere sul fornello.
Ho lavato e asciugato le melanzane tagliandole a metà longitudinalmente e le ho scavate con un cucchiaio facendo attenzione a non romperle. Ho preso la polpa delle melanzane - che servirà per il ripieno - l'ho ridotta ad una dadolata grossolana e ho cosparso scorze e polpa di sale grosso lasciando che perdessero l'amaro per una ventina di minuti. trascorso questo tempo le ho sciacquate e lessate in acqua bollente leggermente salata e la stessa cosa l'ho fatta con la polpa, ovviamente, tenendo tutto separato, secondo questi tempi: 4 minuti di bollore per le scorze, 5 minuti per la polpa.

Ho preso una padella e ho messo a bollire dell'olio di semi vari, ho fritto prima le scorze e poi la polpa, mettendo tutto ad asciugare su della carta assorbente. Non buttate l'olio perché vi servirà per la seconda frittura.

In un'altra padellina ho versato un filo d'olio, ho aggiunto la carne macinata lasciandola cuocere per pochi minuti e ho unito la polpa di melanzane affinchè carne e polpa si insaporissero reciprocamente. ho lasciato raffreddare.

Ho bagnato il pane raffermo in un poco di acqua tiepida, l'ho strizzata a due mani e sbriciolata, mettendola in una ciotola nella quale ho aggiunto l'uovo, uno spicchio di aglio finemente tritato e i formaggi grattugiati. Ho poi aggiunto carne e polpa quando erano tiepidi, amalgamando il ripieno in modo accurato.

Ho farcito le melanzane con cucchiaiate generose di ripieno e con l'aiuto delle mani le ho compattate in modo tale che la farcia non sporgesse troppo dalla scorza. Ho fritto nuovamente le melanzane per pochi minuti con il ripieno rivolto verso il fondo della padella.

Ho disposto le melanzane in una pirofila in vetro, le ho irrorate con del sugo di pomodoro e ho infornato a 200° fino a quando non si sono dorate.


Le melanzane ripiene vegan della Nonna Amelia


2 melanzane

un grosso panino raffermo
olive nere o taggiasche
capperi dissalati
basilico in foglie
sugo di pomodoro e basilico ( pelati, aglio, basilico, olio evo, acqua e sale)
aglio
olio per friggere

(Copierò alcuni passaggi della ricetta qui sopra affinchè vegan e vegetariani possano avere una ricetta esaustiva senza continui rimandi alla precedente).

Per prima cosa ho messo su un sughetto di pomodoro al basilico veloce, mettendo a crudo della cipolla tritata, una latta di pelati, due spicchi di aglio interi, qualche foglia di basilico, un paio di bicchieri d'acqua e del sale. Ho lasciato cuocere il sugo per più di mezz'ora, perché io cucino - e ne vado immensamente fiera - alla terrona maniera, quindi un sugo veloce ha almeno quasi un'ora da trascorrere sul fornello.
Ho lavato e asciugato le melanzane tagliandole a metà longitudinalmente e le ho scavate con un cucchiaio facendo attenzione a non romperle. Ho preso la polpa delle melanzane - che servirà per il ripieno - l'ho ridotta ad una dadolata grossolana e ho cosparso scorze e polpa di sale grosso lasciando che perdessero l'amaro per una ventina di minuti. trascorso questo tempo le ho sciacquate e lessate in acqua bollente leggermente salata e la stessa cosa l'ho fatta con la polpa, ovviamente, tenendo tutto separato, secondo questi tempi: 4 minuti di bollore per le scorze, 5 minuti per la polpa.

Ho preso una padella e ho messo a bollire dell'olio di semi vari, ho fritto prima le scorze e poi la polpa, mettendo tutto ad asciugare su della carta assorbente.

Ho bagnato il pane raffermo in un poco di acqua tiepida, l'ho strizzata a due mani e sbriciolata, l'ho passata in padella con la dadolata di melanzane, i capperi, le olive, del basilico spezzettato e un paio di cucchiaiate di sugo di pomodoro.

Ho farcito le melanzane con cucchiaiate generose di ripieno, e con le mani ho premuto affinché si compattassero bene.

Ho disposto le melanzane in una pirofila in vetro, le ho irrorate con del sugo di pomodoro e ho infornato a 200° fino a quando non si sono dorate.


Nel giorno in cui festeggiavamo 86 piccole candeline. Mi manchi.


My Body's Acing From Laying In This BedI Went Singing In The Rain And The Cold Got To My HeadI Don't Know Who's Paying I Just Know What The Doctor Said84 Years Of A Sinning Life And In The Morning I'll Be Dead
Saint Peter Won't You Open Up The Big White GateCause I Heard About Forgiveness And I Hope It Ain't Too LateI Ain't No Holy Roller But You Go Tell Your KingThat All The Folks Up In Heaven Might Like To Hear Me Sing
I Sang To My ChildrenBefore They Strayed So FarI Sang For My LoversOr A Nickel In A Tip JarI Never Knew JesusI Never Read The Good BookBut On My Day Of DyingI'm Giving Life A Second Look
It's Coming On Time NowMy Body's Getting ColdI've Got No Will I've Got No PrayerMy Story's All Been ToldI'm Ready For The Land Of FireBut I'd Love To See The Land Of GoldSo Nurse Bring Me My GuitarOne More Song Before I Go


martedì 18 agosto 2015

Del tempo che mai è sprecato cucinando

crostata alla marmellata

E' un giorno di pioggia cattiva, pioggia insistente come uno che vuole rifilarti una rosa al ristorante o un volantino per strada. Pioggia fastidiosa come un capriccio, eppure pioggia dolce nel suo porgere un assaggio di autunno nel quale perdersi ad occhi socchiusi.
Nuvole gonfie, ciccione, buone per annaffiare i prati, pulire l'asfalto e rinfrescare i muri delle case ancora troppo intrisi di questa estate impietosa, maleodorante, estate che mi ha avvilita fino a logorarmi.

Ho voglia di crostata, una di quelle imperfette, fatte in casa, una di quelle che sogno e che poi non farò se non tra giorni e giorni. Una crostata di quelle imprecise, con i bordi sporchi di marmellata e l'intreccio di strisce irregolari, una di quelle cui dedicare la fronte aggrottata e del tempo che mai è sprecato cucinando.

E' che fare dolci è un po' come fare il punto della situazione, è come fermarsi a pensare, concedersi di mettersi a parlare con se stessi, impegnarsi nella preparazione di qualcosa di prezioso che viene reso tale dall'equilibrio fragile degli ingredienti che potrebbero decidere di non restituire alcun capolavoro, deludendo così tanto gli occhi quanto il palato.

Oggi ho bisogno di tutto questo, anche solo di pensarlo, di parole che mi portino a comprendere, di rassicurazioni e di speranza, di slanci e di sostegno, di conferme e di opportunità. E intanto è spuntato il sole e anche la parte più burbera di me sorride a quest'acqua che cade da fasci di luce inattesi, al tepore che spezza un'aria così fredda da far sognare un paradiso di calzini, plaid morbidi e finestre chiuse.

AGGIORNAMENTO
Sono quasi le quattro del pomeriggio e c'è un sole come se non avesse mai piovuto oggi.
Stavo meglio prima.

Song of the day: Vinicio Capossela - Il Paradiso Dei Calzini