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martedì 24 gennaio 2017

Dell'insonnia che diventa mia alleata

Mi sveglio presto, anche prima delle cinque e lo faccio - involontariamente - da tempo ormai. Al mio corpo non interessa che sia un giorno di lavoro oppure un giorno di festa, se pretende che io mi svegli, non posso fare nient'altro che accondiscendere e rassegnarmi. Non che sia una modalità che io sappia accettare di buon grado, ma cerco almeno di non soffrire fino a rasentare la pena, perchè non avrebbe senso consentire qualsiasi forma di accanimento, anche quella della mancanza di sonno sufficiente.



Ci sono i pensieri che mi rosicchiano l'anima quasi fossi tarlata. Ci sono preoccupazioni che sembrano ingigantirsi a dismisura e alcune volte mi soffocano, altre volte mi sfiniscono, altre volte arrivano e se ne vanno distrattamente. Poi ci sono anche le aspettative che mi rendono trepidante e che vorrei già poter stringere tra le mani.
Infine ci sono le mancanze, quelle oggettive e fisiologiche, quelle che solo la pazienza potrà ammansire e il tempo - semmai - compensare.



Domenica mattina la sveglia è stata improvvisa - e immotivata - ben prima delle cinque. Ero spaventata all'idea di trascorrere una giornata vuota, trascinandomi per casa in modo inconcludente. In fondo, si trattava pur sempre dell' unico giorno senza lavoro della settimana. Ma poi ho avuto un'intuizione, mi sono presa di coraggio e, in compagnia del mio fido bestiolino, ho deciso di sfidare il freddo e l'orario proibitivo e ho guidato fino a Colico: ho guidato fino a Casa.

Poche ore. Ore intense, rigeneranti, salvifiche.



Momenti fatti di Bloodino libero di correre sulla spiaggia, tra sassi, conchiglie e legni portati a riva dal lago. Momenti trascorsi a godere della fiducia che sono riuscita a costruire con quel cagnolino confuso, disorientato, che meno di un anno fa coglieva ogni occasione per scappare. Momenti in cui perdermi nel sole che accendeva di tepore lo specchio d'acqua che cinicamente fingeva di non essere gelido.
Momenti in cui godere della solitudine, del privilegio di non dover rendere conto a nessuno, della grazia di non dover subire più - mai più - nessuno. 



Dibò me l'ha fatta davvero grossa quando, preso dall'estasi che la libertà senza guinzaglio infonde, si è lanciato senza remore nel lago cacciando un gruppo di papere, uscendone subito dopo stranito, congelato, tremante. Un soccorso di emergenza fatto della mia sciarpa che gli frizionava il pelo, carezze per capire quanto fosse inzuppato e quanto invece congelato, un asciugacapelli a disposizione a soli 10 minuti di macchina, ringraziando chi di dovere in Cielo.



E poi l'allegria per aver trascorso insieme alcune ore in un silenzio surreale, ovattato da gelo e una spolverata di neve, tra erba che scricchiola e si spezza sotto i piedi, una manciata di croccantini golosi in tasca, un tè caldo ben riposto in un thermos e sei gradi al di sotto dello zero a pizzicarmi in viso.



I paesaggi sono sempre quelli, così come lo sono i luoghi, eppure, per ritrovare me stessa e per dare voce a quello che accartoccio e nascondo nella pancia, mi capita sempre più spesso di cercare i miei luoghi sicuri, quelli che mi confortano e mi infondono energia.  E domenica ne ho ritrovati molti. E mi sono sentita bene.


E poi un hamburger per me e uno per Bodibò, un pisolino vicini, una leggerezza al cuore che ieri mattina continuava a canticchiare leggera e spensierata, perchè ci sono forme di benessere autentiche, che sanno fare per bene il loro lavoro.





lunedì 21 novembre 2016

Del farcela, del pigiama zebrato


È da sabato mattina che ho in mente questo post, ma di solito succede così: prima penso ad una frase, una bella frase eh, una di quelle da centomila milioni di condivisioni, applausi, premio Pulitzer e posto fisso con tredicesima e ferie pagate. Una frase che da sola diventa un best seller. Poi me la dimentico. E - di conseguenza - poi mi dimentico anche del post della vita, che un po' come tutto il resto, mi passa di mente e buonanotte ai suonatori.

Nel corso degli ultimi giorni mi sono imbattuta in circostanze che mi hanno coinvolta emotivamente e mi hanno portata a riflettere. E poi a singhiozzare sotto la doccia, a scuotere la testa cercando di scacciare la nostalgia e - in particolare - scagliare via la distorsione della realtà nella cui pratica il mio cervello bacato non ha rivali. Fortunatamente, non sono sola perchè l'asse Solaro - Siziano è indomito nel supportarmi e ancor di più nel sopportarmi, ma io ho anche Padre Mauri ad incoraggiarmi. Succede così che la solitudine diventi un privilegio che scelgo di concedermi per riposare o per riprendere fiato.


Mi sono ritrovata a pensare a me stessa come ad una donna sempre più forte, sempre più consapevole, sempre più disincantata e persino sempre più selettiva.
Che spettacolo!
- Ma come... proprio tu , Milvina?
- Già. Proprio io, mondo caro (o mondo cano per dirla alla Faletti ai tempi d'oro).
Passeggiavo con Bloody per i campi lo scorso sabato. 

Ogni qual volta il tempo ce lo consente, ne approfittiamo sempre per sfuggire all'asfalto e ai tubi di scarico, ma anche ai convenevoli da guinzaglio. Basta che prenda la macchina, due uscite di superstrada e siamo in un mondo tanto surreale quanto rigenerante.
Avevo l'autonomia della batteria del cellulare, ormai da cambiare (perchè i Samsung allo scoccare dei due anni si autodistruggono in una manciata di giorni), agli sgoccioli. Eppure ho voluto scattare qualche foto, tra l'altro ben riuscita a detta dei seguaci su Instagram. Attraverso quelle istantanee senza pretese sono riuscita ad immortalare persino i pensieri che, insolitamente, da giorni continuano a farsi ripetere tra le tempie e continuano a rimbombare nel silenzio delle labbra serrate.



Se ce la fanno le gocce di pioggia a rimanere aggrappate ai rami, alle bacche e alle foglie, allora ce la posso fare anch'io.
Se ce la fanno i fiori nei prati a resistere al gelo, alle zampate ciniche e alle suole delle scarpe indifferenti, allora ce la posso fare anch'io. 
Se ce la fa la gambetta più corta di Bloody a correre come se nulla fosse, prendendo velocità ad ogni attrito con la terra, allora posso farlo anch'io.
Se i bambini imparano ad allacciarsi le scarpe, allora ce la posso fare anch'io.
Se non ho mai ceduto, se non ho mai ipotizzato di tornare sui miei passi, se scaccio l'amarezza a suon di hard rock, allora ce la sto facendo.
E col cazzo che mi accontento.
Ed è bellissimo potermi concedere la sfacciataggine di fissare questo traguardo, uno tra i più insperati e sostanziosi: sentire che ce la sto facendo.



In fondo, sono una tettona che canta David Coverdale e Charlie Daniels. E pure i Mountain di Leslie West. 
Sono una che sta così bene, da comprarsi pure un pigiama zebrato e fottersene della lingerie che l'età prescriverebbe propedeuticamente all'accasamento, ma è che non ho nemmanco mezzo psycho con cui sfoggiarla: perchè decido io che sia così.

Mi sa che inizio a crederci.
Mi sa che sto lavorando bene.
E chi mi ammazza?
Di certo non tu. E nemmeno tu. Figuriamoci te.

Nota: dopo non so quanti anni, mi sono arrogata il diritto di salire su un'altalena e di rimanere a far ciondolare le gambe fino a quando non mi è girata la testa e non mi è venuta la nausea.
E se si fosse rotta, per colpa del mio dolce peso, dei miei anni e della mia altezza... ecco, non sarebbe stato un problema mio.




Soundtrack of the day: Golden Earring - Radar Love
Clicca qui per ascoltare Radar Love

martedì 15 novembre 2016

Delle donne e delle parole che ha condiviso Lucia



Sono le donne difficili quelle che hanno più amore da dare, ma non lo danno a chiunque.
Quelle che parlano quando hanno qualcosa da dire.
Quelle che hanno imparato a proteggersi e a proteggere.
Quelle che non si accontentano più.
Sono le donne difficili, quelle che sanno distinguere i sorrisi della gente, quelli buoni da quelli no.Quelle che ti studiano bene, prima di aprirti il cuore.
Quelle che non si stancano mai di cercare qualcuno che valga la pena.
Quelle che vale la pena.
Sono le donne difficili, quelle che sanno sentire il dolore degli altri.
Quelle con l'anima vicina alla pelle.
Quelle che vedono con mille occhi nascosti.
Quelle che sognano a colori.
Sono le donne difficili che sanno riconoscersi tra loro.
Sono quelle che, quando la vita non ha alcun sapore, danno sapore alla vita. 


 Alma Gjini

mercoledì 26 ottobre 2016

Della prima volta della mia nuova vita


Sottotitolo: Sembro figa, ma faccio cose da sfigata.

Ad esempio, bevo il Ciobar, ma lo sciolgo nell'acqua bollente per risparmiarmi le calorie del latte. Compro i jeans taglia 44 elasticizzata che mi stanno sottovuoto e stabilisco (sgranocchiando biscotti) che non ingerirò nulla per almeno una settimana, così poi mi staranno da dio.
Mi affeziono a presenze di passaggio e quando si allontanano risento della mancanza di attenzioni, di premure, di quegli aspetti delle relazioni umane che mi mancano ben più di qualcuno stesso.
Perché in cuor mio, ahimè, sono ancora legata da ragnatele, fortunatamente sempre più sottili, al lutto che mi porto appresso e che provo verso tutto quello che è andato perduto. Ma ciò nonostante non ho la minima intenzione di sprecare energie, forze, pazienza e comprensione verso chi non ne ha (e non ne dimostra) nei miei confronti. Così come per qualcosa - o peggio ancora qualcuno - che non merita tempo nemmeno per sbaglio.

Vivo un momento di profonda crescita spirituale, di concretezza, di conseguimento di traguardi e conferme. Ci sono accadimenti che mi travolgono fino a lasciarmi incredula, altri - quando arrivano - mi sembra quasi di non meritarli, altri ancora gravano su di me come croci e vorrei solo liberarmene in fretta.

Mi girano i coglioni in tempo zero quando vengo etichettata in qualsivoglia maniera, mi pento alla velocità della luce di essermi lasciata andare a slanci di fiducia e confidenze tradite in men che non si dica da sentenze spietate e superficiali. Ma tant'è. Chi è causa del suo male se la deve smazzare da solo. Sola, nel mio caso. Pure troppo sola, suvvia.

Domani sarà il primo giorno di un nuovo lavoro prestigioso e impegnativo, uno dei tanti che mi consentono di fare la formichina, di far strisciare la carta di credito senza tremare come fosse un giro di roulette russa, di concedermi quei lussi da pochi spiccioli che per me valgono più dei brillocchi.
E insomma, sapere che il mio conto corrente - quasi risanato nel giro di nemmeno mezzo anno - goda di ottima salute, mi rincuora.
Mi fa sorridere e impensierire l'idea di vestirmi in modo professionale, seppur sempre sfacciatamente rock, e pensare che per l'occasione ho comprato persino due camicette: una da Dark e l'altra da Hippie. Perchè io valgo.



Ma questo post si apre un un titolo forte, volutamente intenso e provocatorio: perchè a 39 anni suonati ho ricominciato a cantare. Ed essere per la prima volta in sala prove con i miei Amici, dopo anni di allontanamento e strade che non ci hanno permesso di intrecciarci nemmeno per sbaglio, è stato come riprendere in mano un lato incontaminato della mia interiorità, quello che mi porta ad esprimere sensazioni ed emozioni per mezzo della voce: un aspetto di me che nessuno è mai stato in grado di compromettere a tempo indeterminato.

Sì, perché mi sono ri-fidanzata con i miei Amici di Rock, ci siamo riabbracciati e stiamo mettendo in piedi un repertorio fatto di pezzi storici della nostra band e pezzi assolutamente nuovi con i quali rimetterci in gioco su qualche palco in giro per Milano e la Brianza. E non appena decideremo se riprenderci il vecchio nome a brutto muso, o se iniziare una nuova era, diventerò la stalker di fiducia dei miei tre lettori e dei miei cari amici social.

Siccome questo è un diario e nei diari si annotano le tappe importanti o almeno quelle significative volevo annunciare al mondo di essere uscita con un uomo. Udite udite, ho interrotto la mia vedovanza e persino la mia clausura monacale. E sono contenta di aver ritrovato la spensieratezza di condividere del tempo con qualcuno che non sia un fantasma del passato. Quindi sì, forse - tra altri sette mesi - uscirò con qualcun altro.

Speriamo solo che la prossima volta sia un bravo balordo, come vuole la mia tradizione personale, così da sentirmi a casa e non come un pescetto che sguazza sbiadito in un acquario abbandonato.


Soundtrack of the day: She's a Hottie - Toby Keith


domenica 11 settembre 2016

Degli insegnamenti e dell'adeguatezza

Mi sono concessa un lusso.

E prima di scegliere di osare e concedermelo, a brutto muso, mi sono ricordata di mia nonna Isabella, dei lunghi anni trascorsi tra solitudine e infermità, sebbene fosse circondata da un mezzo paesino che aveva la buona abitudine di affacciarsi alla sua porta. E sebbene non le siano mai mancate le cure di mia zia. 
Nonostante faticasse a stare in piedi e camminare fosse un trascinarsi, reggendosi ai mobili e ad appoggi di fortuna, la sua condizione non le impediva, di tanto in tanto, di decidere di regalarsi qualcosa di buono da mangiare. I piatti da convivio, quelli della tradizione destinati alle tavolate rumorose, diventavano una monoporzione casalinga che semplicemente era qualcosa di buono e non c'era alcun motivo per negarselo.
Prendeva un pugnetto di farina, lo impastava con l'acqua che serviva e ne ricavava un panetto piccino, dal quale prendeva dei pizzichi di impasto e li filava con un ferro. Un'esperta di uncinetto sa sempre contare, e lei contava i suoi pochi filatelli, compiaciuta del fatto che sarebbero stati sufficienti per il suo scarso appetito e il sugo borbottante che preparava in un pentolino piccino, buono per un paio di piatti ben conditi.

Oggi ho preso un pugnetto di manitoba anch'io, l'ho miscelato alla semola rimacinata, alla farina di riso, a poche scaglie di lievito e mi sono preparata una pizza. Uno schifo di pizza, per l'esattezza. Uno scempio lievitato alla perfezione, maltrattato da una passata di pomodoro deplorevole, da ciliegine di mozzarella grossolane e gommose e dalla mia fame chimica, privata di ogni poesia già al primo morso.

Ho imparato che devo assecondare i miei bisogni, così come le mie voglie, ho imparato che sebbene la condivisione sia uno degli ingredienti fondamentali per la riuscita di un desinaretto alla Petronilla, così come accade per molte delle piacevolezze della vita, anche la solitudine meriti attenzione e premure, forse persino maggiori. E io ho energie per me stessa soltanto. Cagnolino escluso, perché è a Bodibò che devo ogni slancio e anelito di felicità.

Non scrivo di me con la stessa frequenza con cui la disperazione mi chiedeva che la esprimessi e la liberassi dal petto tempo fa. Il meccanismo è semplice: meno mi dispero, meno ci penso.

È che da un mese a questa parte mi piace dar voce a quello che osservo nelle avventure che vive il mio piccolo migliore Amico. Mi rasserena raccontare storie semplici, senza pretese, fatte di ingenuità e parole inventate. Ecco, quando scrivo di lui, è come se a digitare fossero le sue zampette e questa modalità di sfogo mi conforta. Scrivo frequentemente e lo faccio rivolgendomi ad un gruppo ristretto di occhi, i quali mi dedicano sguardi benevoli e parole sempre incoraggianti.

Ma trascurare queste pagine - fatte di luce, vita che fu e caratteri scuri - mi rattrista, mi immagonisce e acuisce il senso di colpa così già ben pasciuto da parte delle mie insicurezze.

È che questa sera avevo bisogno di fermare un paio di insegnamenti, affinché non venissero dimenticati, affinché non si perdessero tra gli affanni e le ossessioni, perché ho iniziato la mia opera di ricostruzione e non voglio tradire l'impegno d'Amore che ho preso con me stessa.

Dare il giusto peso ai ricordi, distinguendo nitidamente ciò che viene impreziosito dalla mancanza da ciò che realmente è stato. 

Comprendere quando e come si sia venuta a creare quella frattura nella mia emotività che mi impedisce di compiere quei gesti indispensabili e necessari per liberarmi del passato, dei fantasmi e della paura.

Mi sono scattata una foto prima di rimuovere il trucco, prima di controllare allo specchio quante lacrime avessero passato l'esame del mio makeup resistente all'acqua, prima di cedere e svelare così, alle luci dello specchio del bagno, il mio pianto durato ore, un pianto che trattenevo da troppi mesi, complice un'ostinazione volta a ricominciare che non ha precedenti in tutta la mia esistenza.

E non si vedeva nulla.
Perché è solo una questione di inquadrature adeguate, distanze adeguate, intenzioni adeguate.

Non ho progetti, se non un paio di tappe immense dal cui raggiungimento sono ancora ben lontana.

Ho firmato un nuovo contratto e scriverò ancora di piu. Fortunatamente. Mi verranno inviate delle traduzioni e riprenderò con le lezioni. Non è ancora abbastanza per garantirmi indipendenza spensierata e frivolezza, ma questo inizio di settembre ha saputo infondermi speranza e coraggio.

Adesso vorrei imparare a vedermi sempre sfacciata e sicura, e non più definita e descritta dalla mortificazione.

Coraggio.
E faccia tosta.
E qualcuno cui affidarmi.
E qualcosa in cui perdermi.
E qualcosa in cui credere.
Adesso non chiedo altro.



domenica 31 luglio 2016

Di quello che è successo

E poi è successo che, di ritorno da Las Vegas, sia partita anche per l'Olanda e che sia riuscita a rendere costante una collaborazione professionale che ora mi impegna ogni giorno dal lunedì al venerdì.

E poi è successo che abbia sentito la voglia e spesso il bisogno di scrivere, ma che mi sia imposta di non farlo - se non via social - per evitare di recriminare sul solito dolore, per non dare al peggio di me la possibilità di avere la meglio e per non continuare a infilzare lame dentro a ferite che non ne volevano sapere di rimarginarsi.

E poi è successo che mi sia ritrovata a perseguire l'equilibrio, la sensatezza, la pacatezza, perché convivere con aspetti del mio carattere che mi sfiniscono quanto delle montagne russe di entusiasmo e disperazione, mi stava logorando.

E poi è successo che abbia deciso di avere cura di me stessa come se si trattasse di qualcuno che amo, ritrovatosi in una condizione di grave difficoltà, e mi sono accorta di quanto poco basti per accarezzarsi anziché infliggersi nuove mortificazioni.

E poi è successo che persino la pelle più sottile e delicata si sia ispessita e che abbia ricominciato ad alzare la testa, certa del fatto che solo credendoci, avrei iniziato a venirne fuori.

E poi è successo che mi sia ritrovata a provare sdegno, perché i filtri spessi dell'amore, o chi per esso, rendono ciechi, stupidi, insensati e anche parecchio ritardati.

E poi è successo che mi sia ritrovata a piedi nudi nell'erba, con la testa bagnata al sole, con il viso senza trucco e le guance asciutte. E allora è successo che abbia trattato me stessa con rispetto e benevolenza, scacciando le colpe insensate e le malinconie di film proiettati soltanto tra le lacrime dei miei occhioni miopi dalle ciglia troppo lunghe.

E poi è successo che mi sia tornata la voglia di dire.
E anche quella di raccontare.
Ma ancora di più, quella di ricominciare ad essere.

sabato 18 giugno 2016

Del centesimo post su Dramas and Cookies



Un momento da ricordare. Un momento in cui fermarsi, prendere fiato, guardarsi attorno e capire che cosa stia succedendo, che cosa sia già successo, che cosa non debba mai più succedere e capire in che cosa potrei impegnarmi per far succedere quello che ancora aspetto.

Un vassoietto di sushi, portato amorevolmente a casa per cena. Io il sushi lo mangio con le bacchette, ma non sono capace di usarle. Ho comperato un pupazzetto che le tiene unite per l'estremità superiore, eppure - nonostante la Lidl si sia messa d'impegno per togliermi almeno una difficoltà -risulto ancora goffa e imbranata davanti ai bei rotolini di riso gustosi e colorati. E quindi partiamo da questa inquadratura: una tavola imbandita, tre adulti intenti a cenare, un cagnetto che scodinzola e bacchette che non vogliono saperne di collaborare con la consumazione del mio pasto.

Parlo con i miei di un nuovo viaggio che mi è stato proposto, questa volta un'avventura on the road in nome di un'Amicizia che da vent'anni è parte della mia vita. Un viaggio in auto, verso Nord, un viaggio per vivere qualcosa che da sempre ci ripromettiamo, ma che le circostanze e le gabbie in cui mi sono voluta rinchiudere non hanno mai reso possibile. Un viaggio che fa parte di quel percorso di liberazione che voglio che mi conduca ad una consapevolezza di me, della quale non mi sono ancora mai saziata in tutta la vita.

Non chiedo mai pareri, non chiedo permessi, solitamente annuncio, a decisioni prese o cazzate fatte, quale sia stato il mio ultimo colpo di testa e metto un po' chi mi capita a tiro con le spalle al muro. Prepotenza? No, giuro, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di essere prepotente. E' che o faccio così o rimango immobile nei tentennamenti e nelle insicurezze che mi impediscono di prendere qualsiasi decisione.

Parlando a tavola ho detto al mio papà "Tu cosa ne pensi?" e lui, bonariamente come sempre, ha esordito con la frase più naturale del mondo, parole che mi hanno rifilato uno schiaffone a cinque dita in pieno volto "Ma Erica, hai quasi quarant'anni cosa vuoi che dica io?".
Minchia. 

Puttana eva. 

Ma chi?
Ma come?
Ma che cazzo?!
Quasi quarant'anni.


Ma io non li ho quasi quarant'anni, non posso averli: vi siete sbagliati. Papà, ti hanno fregato, la memoria ti fa cilecca, di sicuro hai preso un granchio. Papà, fai qualcosa, cazzo: io non posso essere ad un passo dal baratro dei q-u-a-r-a-n-t-a.

Da una frase così innocente è nato un dramma personale, perché se questo blog si chiama Dramas and Cookies è evidente che un filo di verità sia contenuta nel nome che ho deciso di attribuirgli. Ecco, allo scoccare dei cento post su questo diario, mica poi tanto segreto, alla soglia dei quaranta, forse è il momento di annotare quello che non ho, perché quando i post saranno duecento ho intenzione di giungere ad un bilancio nettamente diverso e concretamente più positivo.

Io non ho costruito una famiglia mia, ce l'ho messa tutta e ho toppato in pieno, e troppo spesso temo che sia troppo tardi per riprovarci.
Io non ho nessun essere umano da amare come si ama qualcuno che fa battere il cuore, anzi, a stento mi tollero allo specchio, figuriamoci come possa pormi nei confronti di bipedi in genere.
Io non ho un lavoro fisso e continuativo, non ho entrate solide e gratificanti, sebbene della costellazione di lavori che svolgo, non ce n'è uno che non mi appassioni.
Io non ho una casa e quindi non ho ferraglia di chiavi che aprano una serie di portoni e porte che mi conducano ad un angolo di mondo che ho saputo mettere in piedi con le mie mani.
Io non ho un progetto definito da perseguire, perché vivo in funzione del rimettermi in piedi, dell'imparare a non piangere sempre, dello sforzarmi a non lasciare che tutto vada alla deriva. E non è che abbia chissà quante energie avanzate in questo bel periodo da dimenticare.
Io non ho fiducia negli altri, ma ne ripongo solo nella mia famiglia e in una manciata di amici che mi tengo stretta a due mani, forse stringendo persino troppo.
Io non ho solidità e posso solo contare su quella che mi viene offerta senza riserve, in palmo di mano.
Io non ho ancora capito se da certe rovine se ne venga davvero fuori o se si debba fingere per sopravvivere oppure sopportare pazientemente fino a quando il tempo non avrà fatto il suo corso.
Io non so come abbia fatto a mettere nero su bianco questa lista.


Stamattina, mentre Bloodino mi portava a passeggio ho guardato i necrologi e, davanti all'edicola sulla via per Desio, ho sentito una lacrima rigarmi il viso all'idea di me sola, con nessuno al mio funerale, con nessuno che si premurasse di dire "La stronza è schiattata".
E mi sono sentita sollevata, alleggerita, confortata. Perché lo stesso pensiero io l'avevo visto al cinema, perdendomi nel destino favoloso di  Amélie Poulain. E - sebbene lei fosse drasticamente più giovane - la sua vita, all'improvviso è cambiata, complici una serie di mirabolanti avventure nelle quali ha deciso di imbattersi, ostinarsi e crederci.

Otis Redding cantava, gridava e straziava con la sua I've got dreams to remember. Ecco, io, forse sto ricominciando a ricordare i sogni che avevo, quei sogni che ho dovuto, che ho voluto scagliare via lontano perché troppo impegnativi, perché troppo grandi, perché incompatibili con le pretese di ciò in cui avevo deciso di imbattermi.

I sogni che ho maltrattato, ad uno ad uno, mi stanno perdonando e mi stanno restituendo della consapevolezza, della nostalgia buona che mi infonde desiderio di non lasciare che tutto resti incompiuto.

Ballerò sola ancora a lungo, quel voltastomaco inflitto dal genere umano non fa che incedere giorno dopo giorno, ma non è detto che intanto io non possa almeno godermi la musica, fantasticare su quel che vedo sfrecciando per la strada, nutrirmi di quell'universo di dettagli in cui i miei occhi sanno perdersi, Per continuare a raccontare, perché almeno l'amore per lo scrivere, nessuno è mai riuscito a comprometterlo.

Non è un bilancio positivo e prenderne atto è una coltellata, ma non lo stilo nella disperazione delle menzogne, ma nella consapevolezza di aver scelto di essere libera.

Milvina Drama Queen, Erica: 100 post e quasi 40 anni.
Ma col cavolo che li dimostro, dai!

giovedì 16 giugno 2016

Di Las Vegas (che mi ha resa di nuovo Viva)




Mi ero ripromessa questo: prima scrivi gli articoli, li invii al giornale e poi, semmai, ti metti di buzzo buono e ti dedichi ai ricordi legati a Las Vegas. Una ricompensa da aspettare e poi riscuotere gioiosamente? Oppure un invito senza mezze misure a non procrastinare? Per dovere di cronaca mi preme comunicare, in modo piuttosto compiaciuto, che gli impegni sono stati portati a termine, le scadenze sono state tutte rispettate e ora posso mettermi finalmente a raccontare del mio breve viaggio.
Ascolto Toby Keith, scoperto in quella che chiamavo casa fino a tre mesi fa. Lui è stato un compagno di rare notti romantiche che avevano le sembianze di un bella fiaba - rivelatasi poi il più detestabile degli incubi - ma ancor di più compagno di pulizie affannate, faccende domestiche imbronciate, stirate solitarie e azioni tanto devote quanto ripetitive, eppure piene di illusioni cretine. Illusioni accuratamente tradite con sadismo da parte di quello in cui venivano riposte, illusioni che credevo dovessero essere il più importante degli scopi della vita. Un po' come se, sistemando ossessivamente la casa, anche il resto e anche lui si sarebbero sistemati.


Ho deciso che Mr. Keith sarebbe stato la colonna sonora di questi pochi giorni oltreoceano, perché dopo tutto quello che ho dato, perso e dovuto regalare, invano, avevo bisogno di tenermi almeno qualcosa di buono. Sono da poche pretese, ma non a buon mercato ed è per questo che mi approprio di una manciata di canzoni fatte di quel country che sapeva tenermi compagnia incoraggiandomi, avvolgendomi in atmosfere di una vita agognata da sempre, una vita che chissà se si farà mai anche solo sfiorare dalle mie dita ruvide.



Avevo bisogno quanto l'ossigeno di andare via, di allontanarmi, di scappare, per certi versi. Anche se solo per poco.
Bramavo una pausa e quella che mi hanno offerto è stata una benedizione - estenuante eppure incredibile - durante la quale ho potuto fare un po' di conti con me stessa, riappropriandomi di quella parte della mia natura che devo aver buttato via assieme al vetro delle  bottiglie che mi hanno svuotato prima l'anima poi la voglia di vivere man mano che il tempo trascorreva.
Ma il vetro si ricicla, e così ho fatto io con me stessa. E nella Città del Peccato ho ritrovato autostima, amor proprio, persino affetto per quella me così rincoglionita e cazzona da avermi rovinato la vita, ma non il resto della vita.


Las Vegas è luci colorate sempre accese, eccessi in parte inconcepibili e in parte comici. Las Vegas è balordi che bruciano alle macchinette tutto quello che hanno in tasca, accanendosi, e non badano che sia mattina, pieno giorno o notte inoltrata. Las Vegas è mazzieri che prima sbadigliano e poi ti sfoggiano il più grande dei sorrisi se gli passi vicino, perché lavorare a percentuale - e a mance - non credo che faccia arrivare sereni a fine settimana, quando è giorno di paga. Las Vegas è negozi aperti ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni su sette, è contrasti così forti da straziare, assurdità che ti fanno vergognare di aver distolto lo sguardo per non vedere e, sotto certi aspetti, è impotenza allo stato puro. Las Vegas è ragazzi rassegnati, sporchi, in branco, ubriachi da far schifo, impolverati, buttati a terra accanto alle loro scritte su pezzi di cartone buone giusto a rimediare qualche spicciolo, ma ragazzi che se ti vedono con un bel vestito, ti sorridono - sdentati - e ti regalano una parola buona, dolce, premurosa, magari un po' grossolana, però bonaria e rispettosa: anche se tu non hai nulla da lanciargli in cambio.


Las Vegas è turisti vistosi, affannati, sudati, cafoni, prepotenti, curiosi, vestiti di colori sgargianti in tagli di abiti che non perdonano nessuno dei vizi che si sono concessi negli anni; turisti seriali, desiderosi di accumulare, di portare a casa, di avere sacchi pieni di compere da sfoggiare: re e regine dallo scettro da selfie sempre pronto ad essere allungato, poco prima di scattare la milionesima foto-cheese. Las Vegas è prostitute appariscenti, bellissime, ammiccanti, generosamente disponibili ai tavoli da gioco, eppure quelle stesse donne - prima dell'alba - tornano a essere soltanto ragazze stanche col trucco colato che, ciondolando su tacchi improbabili, se ne tornano a casa dopo ore di lavoro, presumibilmente da voltastomaco. Las Vegas è aria condizionata con temperatura siberiana anche a cielo aperto (perché vaporizzata) e nei parcheggi; è lusso ostentato, cerimoniali da film muto di inizi Novecento e costruzioni mastodontiche, sfacciate, plasticose, eppure belle come le attrazioni di un immenso luna park.


Las Vegas è tassisti cubani in cerca di un briciolo di umanità e di scambio di voci, mentre ti accompagnano in Cadillac Escalade verso l'aeroporto, ma anche tassisti di origine filippina che dalla loro Lincoln, ti elencano meticolosamente i nomi di ogni singolo hotel, resort e casinò e - ad ogni semaforo - ti ripetono come una cantilena almeno un paio di aneddoti che ti fanno sorridere e annuire in segno di approvazione, stupore ma spesso anche non-ho-capito.


Las Vegas è l'America che mi mancava fino a stare male, l'America che non ero ancora riuscita a vivere se non negli intenti, l'America che non mi sarei mai potuta permettere di rivedere in tempi brevi, l'America che avevo dimenticato e che ho ritrovato: l'America da sola, per la terza volta.


Las Vegas è stata il riappropriarmi del tempo secondo i miei bisogni, secondo i miei desideri, secondo le mie inclinazioni e secondo i miei ritmi, i miei soli ritmi. Ho adorato non dover rendere conto a nessuno, non dover svegliare nessuno, non dover pregare nessuno di non esagerare, non dover aspettare che ci si alzasse dal tavolo di un locale mentre sentivo di perdere tempo prezioso per vedere, toccare, sentire e prendere a due mani un pezzo di mondo nuovo e sconosciuto. E ho constatato che nella vita che credevo sarebbe durata per la vita, non avrei mai potuto godere di tutto quello di cui ho fatto esperienza in modo fiabesco, volutamente appassionato, genuinamente pieno di entusiasmo come ho fatto da sola.

Las Vegas mi ha ricordato quanto io possa essere in pace con me stessa nonostante ci possano essere migliaia di specchi a circondarmi, mi ha mostrato che non sono invisibile, che non sono del tutto sbagliata e che non sono nemmeno così ingombrante, inutile, misera, come qualcuno voleva che diventassi, per godere del male che mi infliggeva. Questa città così viva e travolgente, che ho definito affettuosamente la Rimini d'America con un' Amica, si è presa cura di me come una buona zia, come chi sceglie di averti a cuore e di accudirti senza chiederti niente in cambio, se non rivederti sorridere non appena ne hai le forze, la voglia, lo slancio.

E allora Viva Las Vegas, luogo dove ho deciso di sposarmi in gran fretta con le mie tettone, i miei occhioni, il mio sorriso grande e la mia lingua biforcuta, con le mie gambe e con la mia pancia, con le mie braccia sempre più piene di disegni e piedi con le unghiacce smaltate, ma sempre troppo stanchi.

Viva Las Vegas! Fiabilandia nella quale ho promesso Amore Eterno - davanti a Dio, al cielo più grande che ci sia, ad Elvis, ai Kiss mezzi nudi in strada, a Topolino e ad ogni singola vescica che mi è venuta miglio dopo miglio - ai miei sogni appena rifioriti e a come sono, ai miei sbagli, ma ancora di più al credere che il meglio mi stia aspettando e debba ancora arrivare. Che non tutto sia perduto, che abbia solo smarrito la via, ma che sappia esattamente come ritrovarmi .

Che Viva la luccicosa Las Vegas
e che sia gentile con voi come lo è stata con me se potrete, se vorrete mai andarci, perché in me il suo ricordo viva, pulsi e gridi sempre tutto quello che non sei riuscito a spegnere, distruggere e far morire.

Persino il più lacerato dei cuori può essere ricucito e a me non mancano né ago, né filo, né mani per rimetterlo insieme.
I know your head is turning
I know your heart is burning
Girl, you gotta listen

Don't you know he ain't worth missing
(Toby Keith)


mercoledì 6 gennaio 2016

Del papurott senza la bagiana




Sì, avete letto bene e se avete familiarità con la Brianza e il milanese in generale, non potrete fare a meno di sorridere e di incuriosirvi, come me, di fronte a questo dolcetto dell'Epifania.

La tradizione racconta che il Papurott Senza la Bagiana o Papurogio sia

"un antico dolce brianzolo che risale ai primi del novecento e che si consumava il giorno dell'Epifania. Una mamma che non aveva la possibilità di comprare regali o dolci ai suoi bimbi, alla vigilia dell'Epifania con quel poco che aveva in casa - farina e poco altro - modelló un impasto dandogli la forma di papurott cosicché anche i suoi figli potessero ricevere un dono il giorno successivo. Si tratta di un dolce povero il cui ingrediente principale è l'amore di mamma con l'aggiunta di pasta di pane, zucchero, marmellata e uvetta sultanina. Papurott significa bambolotto, senza bagiana invece senza sesso".

Un angioletto da mordere e condividere, un dolcino dal sapore antico, eppure mantenuto con perseveranza e volontà. Non esiste una ricetta ufficiale, ogni famiglia che ne mantiene viva la tradizione tramanda la propria versione segreta di generazione in generazione. C'è chi lo realizza con un impasto simile a quello di una veneziana, come i panettieri e le pasticcerie, chi lo prepara partendo da una frolla, chi osa e se ne concede una versione a base di sfoglia; poi c'è chi lo decora con una pipetta di caramello, chi lo cosparge di granella di zucchero o zuccherini, chi lo segna con della marmellata, insomma ogni famiglia ha il proprio papurott e solitamente questo pupazzetto viene regalato da mamme e nonne.

Un dolce semplice, adatto a tutti i bimbi e ancor più adatto ai bimbi che da decenni non lo sono ormai più, bambini dai capelli argentati, voci basse e mani incerte, ma occhi lucidi e profondi davanti a ricordi di farina e uova.



Non ho scritto e condiviso alcunché del mio Natale, non solo per pigrizia e indolenza, ma anche perché la quotidianità ha preteso esazioni inattese e gli imprevisti si sono fatti largo a discapito della normalità. Mi sono dedicata ai miei cari, per quel che ho potuto e sofferto di una malinconia densa e spessa, così gravosa da sembrare mollica di pane. Ho cucinato biscotti da regalare, ho decorato una casetta di pan di zenzero che abbiamo fatto a pezzi una sera a cena a casa di amici, ho glassato stelle e cuori presi all'ikea e li ho appesi ai nostri due alberi, sì perché quest'anno ne abbiamo voluti due.

Ho provato a prendermi cura dei miei genitori eppure qualcosa è mancato. È mancato lo spirito dei Natali passati, quelli in cui i giorni erano scanditi dalla famiglia e dal ritrovarsi. Mi sono mancati i miei zii e i miei cugini, mi sono mancati i rumori fragorosi durante una tombola o una partita a mercante in fiera. Mi è mancata la nausea da troppo cibo e i sapori che hanno senso solo se gustati attorno a un tavolo arrangiato e sedie strizzate l'una vicina all'altra. Mi sono mancate le pietanze che passi di mano in mano scottandoti le dita, rischiando di far cadere i piatti da portata, vedendo sparire sotto al naso quel pezzo che avevi puntato dall'inizio del giro dei commensali. Sono mancati gli incontri improvvisati tra carte luccicanti e aperitivi e sono mancati i rituali più consueti, quello che rende il Natale il Natale che dev'essere e non soltanto un altro Natale dal quale sopravvivere.

I buoni propositi per il nuovo anno si scontrano contro l'impellenza di tutto quello che deve arrivare, tutto quello che deve tornare, tutto quello che se ne deve andare per sempre, tutto quello che non ha più il permesso di avvicinarsi. Vorrei essere un'acrobata capace di saltare di trampolino in trampolino, di sfida in sfida, di rischio in rischio, ma è come se mi fossi rannicchiata così tanto da soffrire di un indolenzimento cronico, paralizzante, soffocante.

Intanto riprendo fiato, angosciata all'idea di privarmi delle lucine intermittenti e degli addobbi, del profumo di pan pepato e dell'attesa, perché in fondo il Natale non è altro che un anelito nostalgico di qualcosa che vorremmo vivere e rivivere, senza dare il permesso al tempo di cambiare la vita, cambiarci gli occhi e soprattutto il cuore.

Felice 2016 a chi ha bisogno di un augurio, di un po' di coraggio, di un po' di luce e soprattutto speranza.


lunedì 23 novembre 2015

Del pirografo della Lidl e dei colpi di testa che sembrano lampi di genio

Sono quella dei colpi di testa, dei lampi di genio, delle epifanie improvvise, forse anche delle partenze intelligenti: e stamattina ho dato prova di ognuno dei miei talenti persino al mio cane.

Esce il nuovo volantino delle offerte Lidl. Una parte delle promozioni era dedicata alla creatività e al bricolage, una delle mie innumerevoli passioni in cui mi lancio a capofitto e che poi abbandono una volta realizzati un paio di progetti. Decido che il pirografo debba essere mio e mi vedo già provetta pinstriper a mostrare al mondo le mie prodezze di lettering su utensili da cucina, cornici, pendagli natalizi, braccialetti e qualsiasi oggetto che possa essere inciso o anche solo maltrattato dalle mie manine.

Sorrido, mi compiaccio, gongolo, quasi quasi sguazzo al solo pensiero di possedere un pirografo. Poi, all'improvviso, mi prende l'ansia. Quell'ansia irrefrenabile che mi porta a pensare che se non sarò davanti al supermercato almeno dieci minuti prima dell'apertura un'orda di vecchi e donnette creative assaliranno le poche scorte disponibili e mi ritroverò con un sogno infranto, ragion per cui ieri sera, armata di grugno e intenzioni malefiche, ho annunciato alla famiglia che il mattino seguente avrei sfidato il traffico, il freddo, il sonno, il lunedì e la pigrizia e a varcare la porta di quel supermercato sarei stata la prima, o al massimo la seconda.

Immaginavo che il mio meraviglioso pirografo fosse ben riposto in una scatolona pesante e voluminosa, in fondo fino a ieri non avevo nemmeno idea di che cosa diavolo fosse un pirografo e non ricordavo nemmeno il termine che lo definisce e lo confondevo con poligrafo, pirigrafo, ma anche con "il coso per incidere sul legno". Immaginavo che a disposizione del circondario di Nova Milanese ci fossero giusto una decina di esemplari, rari e preziosi da difendere quanto un ideale. Immaginavo che mi sarei dovuta armare di un porro o un gambo di sedano per infierire colpi ben assestati contro chiunque avesse anche solo ipotizzato di frapporsi tra me e il mio pennino a caldo. Ma sfortunatamente il mio immaginario fa cilecca quasi quanto i miei slanci più genuini e mi sono ritrovata di fronte ad uno scenario inatteso: un intero bancale di scatoline a disposizione di chiunque e nessuno - a parte un vecchietto che avevo pensato di rendere monco per non avere rivali - interessato al mio nuovo amante.


Il tutto alle otto e mezza del mattino, col mio cagnino sdraiato sul sedile posteriore dell'auto a dormire a palline all'aria un po' intontito dall'uscita così mattiniera, il tutto dopo essermi lavata, vestita e truccata alla velocità di Benny Hill e una guida da rallista per ben cinque chilometri.

Spero di cimentarmi già oggi pomeriggio nella creazione di qualcosa, in fondo, una manciata di speranze la ripongo davvero in questi nove euro e novantanove.

(To be continued...)

Song of the day: Big Bad Voodoo Daddy - Mr. Pinstripe Suit

venerdì 21 agosto 2015

Della migliore delle torte

torta di pesche e mele


La sensazione più gradevole che provo nelle ultime mattine è svegliarmi e sentire freddo, rannicchiarmi nel plaid blu a stelle e indugiare ancora nel letto. È questa l'estate che preferisco, quella delle giornate calde che trovano pace verso sera, quella che ti permette di vivere pimpante e che immagonisce - seppur in modo lieve - quando il buio arriva sempre un po' prima e inizia a farti assaporare l'autunno che scalpita di foglie secche, pozzanghere, bimbi con zaino e grembiulino, trasmissioni demenziali in tv e colori caldi.

Ho qualche difficoltà a dormire perchè le preoccupazioni, una manciata di paure e le troppe scadenze mi avviliscono; mi basta avere degli orari sballati un paio di giorni per subirne le conseguenze per il resto della settimana. Mi sento in parte sconfitta, in parte anestetizzata ad alcune mancanze  - quella di prospettive e buoni propositi in primis - e subisco i miei stati d'animo più fragili e precari in modo impattante, in modo inaspettatamente feroce.

E non vorrei che fosse così.

Ho dovuto prendere atto dell'amarezza inflitta dai fallimenti, della natura sgraziata di ciò che ferisce mortificando, dell'errore che ho compiuto a dedicare me stessa e il mio tempo a chi attrae folle mentendo, a chi finge drammi mai subiti, a chi parla sempre e solo in prima persona, a chi si arroga il diritto di trattarti come una comproprietà e si accanisce per capriccio, usandoti come pretesto per godere del privilegio di avere qualcuno di cui (s)parlare.
Faccio spallucce, c'est la vie, cos'ho perso?

Praticamente niente, abitanti di un paesello immaginario, radunati a portare in processione santi e madonne non per devozione, ma per far baldoria ad una sagra di dubbio gusto. Devi far parte del branco, ma io da sempre ballo e corro da sola e ci sono decaloghi in calce ai quali non metterò mai il mio nome.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, non tutti gli impasti - anche quelli più meticolosi e dall'aspetto più invitante - diventano poi una bella torta.
Cosa devo imparare allora?
Devo dedicarmi all'accettazione di ciò che non posso cambiare, devo abbandonare la pretesa di indulgenza da parte di chi ne esige guardandosi bene dal darne, devo comprendere la differenza tra sbaglio, errore, crimine e colpa evitando di crocifiggere solo e soltanto me stessa e chi amo.
Nel corso dell'ultimo anno ho scoperto che il bisogno di sopravvivenza può rendere cinici, spietati, ciechi. Ho provato diffidenza e scetticismo immediati nei confronti di alcuni e non mi sono sbagliata.
Sono stata invece travolta da un bene assoluto e indissolubile che Altri non mi hanno negato anche quando era assurdo e apparentemente insensato concedermene.
Ho sbagliato, ho subito degli sbagli e ho scelto di non gettare la spugna, di lottare contro tutto e tutti pur di inseguire un sogno nel quale ero rimasta l'unica a credere. E oggi posso dire che nell'apparente scelleratezza dell'insensato vi era una profonda ragione che meritava ognuna delle sue speranze, meritava un miracolo, meritava di non spegnersi.
Ancora provo imbarazzo, fatico a farmi viva con spontaneità e naturalezza. Non mi fido, tengo per me ogni dettaglio perché non so reggere i giudizi approssimativi così come nuovi errori di (soprav)valutazione. Coltivo pochi rapporti preziosi che hanno saputo proseguire con genuinità, ma sono ben cosciente di aver chiesto tutto e di essere ora in debito.

Alcuni mi danno la nausea.
Alcuni non mi danno pace.
Alcuni mi danno sui nervi.
Alcuni, boh, chi cazzo li ha mai capiti.


Una torta che non riesce non è un fallimento, non è che un tentativo andato a vuoto: e non ha senso morirne. Qualcosa nato da uno slancio può anche non durare, può finire, può non avere più motivo di esistere. Allora è negli sbagli che si nascondono gli insegnamenti più sinceri capaci di marcare - nel bene e nel male - per la vita intera.

Allora è proprio questa la mia torta più preziosa, quella che mi ha fatta sentire incapace, imbranata, fallita e sconfitta, quella che ho soltanto assaggiato prima di gettarla senza esitazione, quella che non ho potuto né condividere né donare, quella che ha ridimensionato la mia vanità, le mie certezze, ciò che davo per scontato e che sapevo fare come pochi.

La migliore delle torte è quella la cui fotografia non è mai stata eliminata. Quella bruciata attorno ai bordi, cruda e molle al centro e impossibile da disporre in un piatto senza perdere tutta la parte superiore rimasta attaccata al coperchio. Quella boicottata da quello stesso bastardo di forno che ho elogiato proprio pochi giorni fa, quella che profumava come un bel sogno e che mi ha tramortita come farebbe la brutta notizia che non immagineresti mai di ricevere.

Adesso vorrei solo imparare a ripristinare la speranza, liberarmi del male allo stomaco più molesto, arrogarmi il diritto di vivere con maggiore quiete, equilibrio e armonia; ricominciare a costruire qualcosa di solido, duraturo, qualcosa che mi renda fiera e col cuore colmo di gioia: perché sono stanca fino a sentirmi esausta. Ed è quasi settembre, il solito maledetto inizio dell'anno, fradicio di aspettative, necessità, possibilità e bisogni.



venerdì 14 agosto 2015

Della frangetta: Bentornata, Milvina pin up

La frangetta è come il rossetto rosso : provata una volta non te ne liberi più, se non temporaneamente. Ma come ogni vizio che si rispetti, ogni vizio da manuale, prima o poi ci ricadi.

Una giornata trascorsa a ribaltare casa, provo una stanchezza esponenziale, ma ho parecchi lavori noiosi da sbrigare; mentre ascolto del rock'n'roll (e mi rendo conto che forse mi sono dimenticata come si balli il jive... ballato a modino, intendo) inizio a pensare che mi manca quello che da qualche anno è lo stile che sento più mio, che mi valorizza e che mi infonde sicurezza.
Mi specchio e quello che scorgo non mi piace. Io non sono da Victory Rolls, le mollette mi annoiano, le bandane le uso solo per disperazione: e allora qualcosa deve cambiare.

Avere un parrucchiere a due attraversamenti di strada mi invoglia a buttarmi sotto la doccia e uscire. Sono quasi le otto di sera, scelgo un paio di foto in rete, conscia del fatto che i capelli non verranno mai e poi mai come li sogno, le mostro al pettinatore e aspetto. Pazientemente.

Chiedere ad uno sconosciuto di realizzare una frangetta da quattro peli sulla fronte è un atto di fiducia incondizionata, è un buttarsi di schiena sperando di essere afferrata, è convertirsi all'improvviso - quasi sinceramente - e pregare che nessuno faccia cazzate con la tua testa.

Non è andata male e io mi sento di nuovo me stessa, rigenerata, mi vedo ancora più bella, mi sento più consapevole, attraente, forse persino maliziosa e considerando che nonostante il caldo e la grigliata il biker si sia prodigato a rifilarmi parecchi bacetti inattesi, credo che l'operazione makeover sia stata compiuta egregiamente.

Eccomi rinnovata!
Fatelo anche voi! Se state esitando ad osare, se avete bisogno di vedervi in modo nuovo, se non siete contenti di quello che siete ora: partite da un piccolo passo, una rivoluzione da poco, un lampo di genio o una piccola follia!

Ho pensato che per immortalare l'attimo avrei dovuto rendere omaggio a tutte le donnucce che fanno della bocca a culo di gallina uno stile di vita attraverso il quale esibirsi... Come on, please!

Oh che bello essere vipera!