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martedì 20 novembre 2018

Della tigre in gabbia




Una tigre incredibile.
Una tigre vera.
Una tigre in un paesino dormitorio merdoso che non è Milano e non è nemmeno Brianza.
Una tigre in gabbia a ridosso della Comasina, di fronte ad un All You Can Eat da Helicobacter fulminante, da donne in lurex di giorno e bambini da parcheggiare nelle vasche di palle di plastica colorate, aspettando che affoghino senza fare troppo rumore.
Una tigre a due passi dai camion, a due passi da frenate improvvise e clacson e autobus di linea e sirene e tubi di scappamento e curiosi stronzi che si fermano a guardare e gente a piedi che trascina carrellini improbabili, zeppi di scatole e buste quasi fosse già Natale.
Mi si è stretto il cuore imbattendomi in lei stamattina. E sta tigre mi è rimasta dentro, mi è rimasta addosso per tutto il giorno come odore di fritto di casa d'altri che ti porti appresso fino alla doccia della sera. Come uno spintone improvviso dato da un estraneo. Come un forno che ti brucia un braccio e ti fa cadere la teglia a terra sul pavimento appena spazzato.
La Milano Meda era quasi sgombra, alle otto passate la gente sta già guardando la fine dei quiz, e guidando ho pensato che se una rientra da lavoro alle nove, si merita almeno una guacamole e forse un film di quelli che non fanno pensare.
Sì, che non faccia pensare soprattutto.
Mi sono fermata al Carrefour 24/7, mentre Bloody frignava sul sedile posteriore, mentre cercavo il cellulare sul sedile passeggero a tastoni, mentre mi concentravo sull'unica cosa che avrebbe potuto farmi cenare stasera: un avocado maturo.
Poi quelle luci.
Poi quella scritta: Allegria.
Poi il voltastomaco misto a pena, a rabbia, a incredulità.
Poi ti fermi e scatti una foto.
Un reportage da social media.
Una cronaca zoppa di uno dei millemila drammi nei quali non so non sguazzare.
L'unico circo che amo è quello degli storpi, dove i fenomeni da baraccone hanno due teste, una gamba sola, mani a chela di aragosta o tre tette, un circo che esiste solo nelle foto in bianco e nero e nei film.
Poi un guinzaglio mi ha trascinata per le aiuole infangate mentre tremavo dal freddo. Poi il vecchietto del piano di sopra - che un momento ti parla come se fossi sua nipote e un momento ti chiede "ma tu chi sei?" - mi ha detto un "Buonasera, signorina" bello, ma bello forte, uno di quelli belli come li direbbe un nonno, uno zio, una canzone in musicassetta.
Poi la chiave nella serratura, aspetta che ti sgancio, dai vieni, andiamo, su!
E ho richiuso la porta blindata alle spalle. Doppia mandata. Via gli stivali, candele accese. L'avocado di traverso. La lavatrice che deve ancora finire. I panni stesi ieri da piegare.
Quella tigre mi fissa ancora, mi fissa senza nemmeno vedermi.
Nel suo contegno decoroso, nella sua dignità violata.
Meritiamo l'estinzione.
Allegria!
Boom.
Tutti rasi al suolo, a fare da parcheggio agli altri pianeti.

giovedì 19 gennaio 2017

Della cassettiera dell'Ikea



Dopo il lavoro, nel tardo pomeriggio di ieri, vagabondavo per l'Ikea di Carugate in queste condizioni: in tacchi, ben truccata, con il cappotto adagiato nell'incavo del braccio indolenzito e con un carrello da carico pesante che trasportava due bulbi, quattro ganci da appendere, un culetto di cagnino in plastica (anch'esso gancio) e due mini pupazzetti.

Un po' mi divertiva osservare la curiosità stranita di chi si imbatteva nel mio tentennare sbandante e mi guardava quasi chiedendosi: "Ma sta scema lo sa che ci sono i sacchi gialli?".

È che mi serviva una cassettiera, da poco, una senza pretese. La stessa cassettiera che mi sono rifiutata di comprare da Marzo dell'anno scorso, infliggendo nuova precarietà a quella in cui - già di mio - dovevo sguazzare. Perché comprarla avrebbe comportato una presa di coscienza e un'accettazione alle quali non potevo essere già pronta.

Poi, non so cosa sia successo in quell'ufficio a Monza, dopo la lezione del primo pomeriggio. Mi sono decisa, mi sono convinta, ma forse mi sono rassegnata.

E quella stessa rassegnazione l'ho portata a passeggio mentre rendevo omaggio al cuscino della palla numero 8 che avevamo sulla poltrona da barbiere, ai mobili sparsi per la camera, lo studio, il soggiorno con angolo cottura, il bagno, il ripostiglio e pure l'ingresso. Quella che credevo fosse casa era ovunque, ma non più in me. Non quanto temessi.

Ho deglutito amarezza e rancore, bestemmie e malaguri, "ma crepa" e "mammt" a profusione ad ogni bicchiere, utensile, candela, cestino e decorazione che conoscevo bene e di cui ricordavo esattamente la collocazione.

E poi ho pensato che quello che mi strazia non è che sia finita, anzi, ma come sia potuta andare mentre tutto sarebbe stato ancora possibile, se soltanto ci fossero stati decenza, rispetto, dignità, sobrietà e contegno.
Perché ci sono circostanze che non dovrebbero esistere nemmeno in letteratura.

Ma tant'è, ahimè.

Non scrivo per rognare, per parlare del Lupo Cattivo, scrivo perché davanti ad un ambiente con i mobili neri e gli accessori verdi e bianchi, uno di quelli che angosciano nella loro pretesa di sfoggiare un design a basso costo - buono a stento per un residence - ho capito che non ho nessuno accanto perché non voglio nessuno.
Perché non esiste odore che non mi dia il voltastomaco.
Perché non mi voglio accontentare di nuovo.
Perché non sceglierò per consolazione o bisogno, ma soltanto per volontà e slancio di felicità.
E poi perché sto bene, in fondo.
Ma sì, dai.

Ho una cassettiera da montare e una casa da trovare.
Ho il culo grosso e la pelle secca.
Sono ipocondriaca, stronza e isterica.
Ho così tanta roba che si accumula dentro e fuori dagli armadi e dalle scatole, che se mi incrociasse Marie Kondo farebbe harakiri con la gruccia in metallo della lavanderia, dopo essersi frustata con il guinzaglio stiloso di Bloodino.

Ho esorcizzato pure l'Ikea.
E chi mi ferma più?

giovedì 12 gennaio 2017

Dell'acido, della violenza, di una mattina di gennaio

Ho messo i calzettoni sul calorifero (quelli sexy, eh, mica quelli caldi da combattimento), ho preparato una fattura e intanto ho temporeggiato, aspettando che il freddo diventasse meno crudo e che il coraggio avesse la meglio sulla fifa che provo all'idea di uscire di casa.

Complice un bestiolino che se la ronfa sul letto, ho potuto frugare tra rassegne stampa che mettono il voltastomaco, notizie dal mondo che raggelano e fatti di cronaca che mi fanno sentire perplessa, sconsolata, avvilita e persino sconcertata, se volete.

Volti bellissimi sfregiati dall'acido, corpi cui viene dato fuoco, bambini e anziani presi a calci, sputi e pugni, giustificazioni che non stanno nè il cielo nè in terra, violenze inaudite per colpa del posto sbagliato al momento sbagliato. Eppure, in un modo o nell'altro, le donne e i deboli in genere, se la cercano sempre no?

Stava con un delinquente, cosa ti aspettavi?
Stava con un balordo, cosa ti aspettavi?
Stava da sola per strada, cosa ti aspettavi?
Stava con un alcolizzato, cosa ti aspettavi?
Stava con un negro, cosa ti aspettavi?
Stava con un violento, cosa ti aspettavi?

Io? Ah, io non ne so niente, però in un vecchio sogno - a Guantanamo - più o meno dopo la mezzanotte per almeno tre sere a settimana, guardavo un film che non avrei voluto vedere e non mi aspettavo un cazzo di niente. Se non che quella proiezione macabra avesse fine.

Ma mi verrebbe da dire, nella mia presunzione di zitella inacidita, che non è detto che sia così semplice mettere la parola fine a certi drammi, a certe persecuzioni, agli esiti che alcune forme di NON amore hanno sul corpo, sulla mente, ancora di più nella percezione di sé.

Prima di giudicare o di dare lezioni di vita, ringraziate Dio - o chi per esso - per il vostro culo al caldo, per i vostri volti sempre e solo accarezzati, per le vostre mani che non hanno motivo di tremare, per il vostro telefono che si accende per un saluto, un avviso, ma mai per tormentarvi.

Ringraziate per la vostra famiglia, che romperà anche i coglioni di tanto in tanto, ma che vi ama e non vi abbandona. Ringraziate perchè ogni giorno potete rimettere mano alla vostra vita, reinventandola, con il lusso di poter pensare a quello che mettete nel piatto, alla nuance di rossetto da spiaccicarvi in viso o stabilire in quale modo annoiarvi o lamentarvi di tutto quello che non vi va a genio.

Ma smettetela di dedicare il vostro sdegno a chi è più debole, fragile, incapace, persino paralizzato all'idea che esista la possibilità di cambiare. Siete bravi, infallibili, dei modelli indiscussi e chi dice il contrario? Ma fate pure schifo quando puntate il dito senza remore, senza vergogna, senza pietà.
Perché chi dovrebbe pagare, dovrebbe essere sempre e solo chi si macchia di crimini che meriterebbero di essere risarciti con l'interruzione immediata dell'erogazione dell'ossigeno.
E una manica di botte, ma proprio tante eh.

Pensieri così, belli leggeri, di buon mattino, con la luna storta ancora prima delle nove.
Avanti, Savoia!

E adesso - per almeno un'altra settimana - farò finta che i telegiornali non esistano.
Nice and easy.

Niente foto. Oggi no.

martedì 13 dicembre 2016

Di Santa Lucia



Insomma, Zuckerberg, "Accadde Oggi" te lo saresti potuto risparmiare. Anche perché poi, appena sveglia, ho il bisogno malsano di prendere atto di quel che è stato, ma ancor di più di quello che ora è. E allora sbircio, come una stalker della mia stessa vita, tra i ricordi abbelliti dagli intenti e dalle speranze che si ostinavano a credere alle menzogne. Colpi ben assestati in pieno stomaco, improvvisi e inevitabili come le carrellate che ti prendi il sabato mattina nel reparto ortofrutta del supermercato quando fai la spesa.

Ma ai ricordi si sopravvive. Si sopravvive a tutto. Persino all'inimmaginabile. Si sopravvive ai lutti, alla solitudine, alle malattie, al cinismo più sadico, all'abitudine e all'ineluttabilità. Si sopravvive persino alla malinconia, alla disperazione, alla pastina troppo salata, ad un rimprovero da parte di una voce sgraziata, ad una storta che prendi in mezzo alla gente e quasi finisci a terra.

Non operano più Bloodino. O meglio, per evitare che l'attacco di esorcismo di settimana scorsa - tuttora in cura con antibiotici - possa interferire con la terapia post operatoria di routine, il veterinario ha suggerito di aspettare.

- Il 28 dicembre le va bene?
- Sì, certo.
- Non le crea problemi con i festeggiamenti?
- Anche se avessi qualcosa da festeggiare, il mio cane verrebbe prima di tutto.

E non perché sia brava, da applauso. Anzi. È solo che avrò meno lavoro e quindi avrò più tempo. E se avrò anche un alibi valido e sostanzioso dalla mia, non avrò motivo di scavare a mani nude in quel che è stato fango travestito da centro benessere, pur di farmi dell'altro male.

È Santa Lucia. La santa della mia Svezia, la santa delle candele, delle brioscette allo zafferano, la santa dei cori e della Luce. La santa della speranza e dei buoni propositi, la santa delle caramelle e dei cioccolatini. La Santa di uno degli incanti di dicembre.

Che luce sia, allora.
Dentro, fuori e tutt'intorno.
Luce negli sguardi e nei sorrisi.
Luce in fondo alla gola, nello sterno e nella pancia.

Lucia, io non so se sia cosa da chiedere, ma non farmi fare la tua fine. Se puoi.

(Per i blasfemi che bruceranno alla grigliata del Satanasso giù da basso: vergine, martire e bruciata viva. Ah, forse le hanno pure strappato gli occhi).


mercoledì 26 ottobre 2016

Della prima volta della mia nuova vita


Sottotitolo: Sembro figa, ma faccio cose da sfigata.

Ad esempio, bevo il Ciobar, ma lo sciolgo nell'acqua bollente per risparmiarmi le calorie del latte. Compro i jeans taglia 44 elasticizzata che mi stanno sottovuoto e stabilisco (sgranocchiando biscotti) che non ingerirò nulla per almeno una settimana, così poi mi staranno da dio.
Mi affeziono a presenze di passaggio e quando si allontanano risento della mancanza di attenzioni, di premure, di quegli aspetti delle relazioni umane che mi mancano ben più di qualcuno stesso.
Perché in cuor mio, ahimè, sono ancora legata da ragnatele, fortunatamente sempre più sottili, al lutto che mi porto appresso e che provo verso tutto quello che è andato perduto. Ma ciò nonostante non ho la minima intenzione di sprecare energie, forze, pazienza e comprensione verso chi non ne ha (e non ne dimostra) nei miei confronti. Così come per qualcosa - o peggio ancora qualcuno - che non merita tempo nemmeno per sbaglio.

Vivo un momento di profonda crescita spirituale, di concretezza, di conseguimento di traguardi e conferme. Ci sono accadimenti che mi travolgono fino a lasciarmi incredula, altri - quando arrivano - mi sembra quasi di non meritarli, altri ancora gravano su di me come croci e vorrei solo liberarmene in fretta.

Mi girano i coglioni in tempo zero quando vengo etichettata in qualsivoglia maniera, mi pento alla velocità della luce di essermi lasciata andare a slanci di fiducia e confidenze tradite in men che non si dica da sentenze spietate e superficiali. Ma tant'è. Chi è causa del suo male se la deve smazzare da solo. Sola, nel mio caso. Pure troppo sola, suvvia.

Domani sarà il primo giorno di un nuovo lavoro prestigioso e impegnativo, uno dei tanti che mi consentono di fare la formichina, di far strisciare la carta di credito senza tremare come fosse un giro di roulette russa, di concedermi quei lussi da pochi spiccioli che per me valgono più dei brillocchi.
E insomma, sapere che il mio conto corrente - quasi risanato nel giro di nemmeno mezzo anno - goda di ottima salute, mi rincuora.
Mi fa sorridere e impensierire l'idea di vestirmi in modo professionale, seppur sempre sfacciatamente rock, e pensare che per l'occasione ho comprato persino due camicette: una da Dark e l'altra da Hippie. Perchè io valgo.

, 


Ma questo post si apre un un titolo forte, volutamente intenso e provocatorio: perchè a 39 anni suonati ho ricominciato a cantare. Ed essere per la prima volta in sala prove con i miei Amici, dopo anni di allontanamento e strade che non ci hanno permesso di intrecciarci nemmeno per sbaglio, è stato come riprendere in mano un lato incontaminato della mia interiorità, quello che mi porta ad esprimere sensazioni ed emozioni per mezzo della voce: un aspetto di me che nessuno è mai stato in grado di compromettere a tempo indeterminato.

Sì, perché mi sono ri-fidanzata con i miei Amici di Rock, ci siamo riabbracciati e stiamo mettendo in piedi un repertorio fatto di pezzi storici della nostra band e pezzi assolutamente nuovi con i quali rimetterci in gioco su qualche palco in giro per Milano e la Brianza. E non appena decideremo se riprenderci il vecchio nome a brutto muso, o se iniziare una nuova era, diventerò la stalker di fiducia dei miei tre lettori e dei miei cari amici social.

Siccome questo è un diario e nei diari si annotano le tappe importanti o almeno quelle significative volevo annunciare al mondo di essere uscita con un uomo. Udite udite, ho interrotto la mia vedovanza e persino la mia clausura monacale. E sono contenta di aver ritrovato la spensieratezza di condividere del tempo con qualcuno che non sia un fantasma del passato. Quindi sì, forse - tra altri sette mesi - uscirò con qualcun altro.

Speriamo solo che la prossima volta sia un bravo balordo, come vuole la mia tradizione personale, così da sentirmi a casa e non come un pescetto che sguazza sbiadito in un acquario abbandonato.


Soundtrack of the day: She's a Hottie - Toby Keith


giovedì 18 agosto 2016

Delle quattro del mattino




Forse, già che ci sono, dovrei aspettare l'alba ormai.

Forse dovrei leggere. Forse potrei ricamare. Forse dovrei tornare a letto, buona buona. Forse potrei guardare un film. Forse potrei smettere di tifare gli azzurri della pallavolo, visto che finalmente - dopo in quarto d'ora di tv che va a vuoto - mi sono accorta che è l'Argentina a giocare.

Forse dovrei smettere sistematicamente di: ricordare, ripensare, rivivere, riprovare, risentire. Forse perché sono stufa e forse anche scoglionata.

Forse inizio a sentire le urgenze e le scadenze di Settembre incombere. Forse mi impressiona l'incertezza di quello che sembra non saper cambiare. Forse sono soltanto troppo nervosa. Forse è colpa dell'incompiutezza. Forse è per via del tempo che trascorre un po' come diavolo gli pare.

Forse dovrei iniziare a scrollarmi di dosso le sensazioni malsane che alcune circostanze e alcune persone mi impongono. Forse dovrei seguire le indicazioni di Ryanair e prenotare un volo a caso a otto euro,  e poi forse si vedrà.

Forse non puzzo di fallimento come invece temo ogni volta che annuso all'interno della maglietta della mia coscienza. Forse sono sulla strada giusta, ma forse è come una di quelle cazzo di salite di montagna che sembrano non finire mai.

Forse io amplifico esponenzialmente anche il più piccolo degli stimoli e le reazioni che ne scaturiscono sono esplosioni atomiche.

Forse dovrei solo accettare che non si possa dimenticare tutta quella cattiveria dalla sera alla mattina. Forse non posso perdonare che tutto quell'accanimento - per l'ennesima volta - sia rimasto impunito.

Forse, a scrivere con sto telefono, mi sta tornando il sonno. Forse mi verrà su il latte. Forse ci vuole troppo tempo prima che sorga il sole. Forse vorrei che tutto fosse innocuo come ogni tanto sembra che lo sia qui.

Forse sono tutti i forse del rancore e del dispiacere ad avere la meglio. Forse sono quelli dell'ineluttabilità e della frustrazione. Forse sono quelli della delusione. Forse è lo sdegno più incredulo l'ennesimo nemico da combattere.


domenica 14 agosto 2016

Della sera del 12 Agosto

Nel paesino dove abbiamo la casa c'è una chiesetta, e lì accanto c'è una piazza con le sue panchine e la sua fontana. Ma non c'è nemmeno un baretto, un circolino, insomma, non c'è niente se non il rumore dell'acqua e l'abbaiare dei cani in lontananza. E la piazza è sempre vuota, persino la domenica quando c'è la messa. Perché tutti di lì passano,  ma nessuno si prende il lusso di fermarsi.
Nelle strade di montagna i gatti se ne fottono di chi si fa gli sparoni in auto, in moto, in bici, in trattore o in camion e si piazzano in mezzo alle carreggiate, sdraiati come se fossero su un divano.
Nel cielo di stasera le nuvole sono lunghe, piatte, stirate. Sembrano sciarpe logore, ma anche ciabatte sfondate.
Ho litigato con Bloody oggi.
E mi sento triste.
E anche frustrata.
Mi sono seduta al buio del nulla della piazza, e mi sono messa di buzzo buono a guardare il niente, a respirare i moscerini e ad insistere nell'inumidirmi le labbra seccate dal sole e dal vento.
Mentre facevo la poetessa dei poveri, hanno iniziato a suonare le campane ed è un miracolo che non sia morta di infarto.
Mi aspetta una salita ripida e avere un cane che tira - più di un pelo di non si può dire cosa - mi farà comodo.
Da qui le stelle sembrano più vicine e limpide, perché non c'è molta luce ad imbrattarle. Ma io non credo più ai desideri riposti nell'incandescenza che fa mettere i nasi all'insù. Non credo nei baci dati sotto al vischio, alle mutande rosse del veglione, alle candeline da soffiare in una volta sola, al tre d'amore, al sale e l'olio che portano disgrazie non credo e nemmeno più al topolino dei denti.
Credo negli occhi stanchi e nei fazzoletti stropicciati tenuti in tasca, che non si sa mai. Credo che il male vinca sempre sul bene e credo che quando pensi di aver toccato il fondo è lì che l'inferno appare per davvero e inizia il puttanaio.
Credo nelle promesse tradite e nei sorrisi di circostanza.
Credo nel sadismo e nei vetri rotti.
Però credo ancora nella mia torta di mele e in quel cazzone del mio cane. Credo in quello che canto mentre ascolto la musica che ho in macchina. E credo nei budini. E nei capillari rotti. E nei coglioni girati. E nelle bestemmie che nascono dal cuore e che si fermano tra i denti.

giovedì 26 novembre 2015

Del Ciobar da mordere


Ogni volta che appare sugli scaffali una novità dolciaria non sono capace di resistere e molto spesso il mio cestino degli acquisti infrasettimanali viene arricchito da una selezione di prodotti dal packaging invitante e dalle combinazioni di gusti insoliti: assolutamente da provare.

Uno degli ultimi avvistamenti è stato il Ciobar da mordere. Ne avevo sentito parlare, avevo visto numerosi post sui social, ma non avevo avuto modo di osare e procedere con l'acquisto. Complice un forte sconto offerto dal supermercato Simply, questa novità Ciobar è finita in casa.

La confezione contiene due buste di un preparato che consente la realizzazione di un dolcetto al cacao in un solo minuto di cottura al microonde. L'idea della  mug cake (torta in tazza) spopola da tempo nel web, ma complice una mia diffidenza insanabile nei confronti di tutto quello che richiede una preparazione fulminea e una resa istantanea, non mi sono mai cimentata a prepararne una. Il Ciobar da mordere, invece, sembrava proprio essere la realizzazione di un piccolo desiderio sopito.


Ho chiesto a Elvis di supervisionarne la preparazione e armata di tuta da ginnastica, ciabatte comode, tazza presa in prestito dal fidanzato e cucchiaione da combattimento me lo sono preparata. Ho cercato di seguire le indicazioni alla lettera, molto semplici tra l'altro, per evitare qualsivoglia variazione che - da brava testona - decido sempre di apportare a tutto quel che preparo.
Cinque cucchiai di latte per una busta di preparato versato in una tazza alta, una bella mescolata e a cuocere! Per la riuscita ottimale della cottura vengono suggerite due intensità di potenza: 750 oppure 1000 Watt. Ovviamente, il mio microonde raggiunge gli 800 e i 600.

Ho assistito alla nascita di questa creaturina marrone con esitazione, entusiasmo e grandi aspettative. E ammetto che estrarlo dal forno e accorgermi del fatto che avesse le sembianze e la consistenza di un brownie mi ha stupita e soddisfatta. Un utile accorgimento - caldamente raccomandato nella confezione - è aspettare almeno un paio di minuti prima di mettersene una cucchiaiata in bocca, in fondo i centri grandi ustioni hanno già fin troppo lavoro da sbrigare. E così ho fatto.

La mia recensione non può essere positiva perché a fronte di una preparazione dalla riuscita assicurata - anche per i più imbranati - il sapore mi ha lasciata stranita, delusa, persino incredula. Non ha molto senso che un preparato istantaneo faccia desiderare di migliorarlo con l'aggiunta di panna o altri ingredienti: manca qualcosa. Dovrebbe essere una delizia pronta all'uso, ma non è questo il caso. Forse, Ciobar da mordere, paga il ricordo delle tanto amate cioccolate in tazza della stessa azienda, che rimangono delle delizie da grande distribuzione incapaci di tradire le aspettative che riponiamo assaggio dopo assaggio, anno dopo anno.

Lo ricomprerei? No, non credo e non perchè il mio palato sia così raffinato ed esigente, ma perchè il tortino che mi sono ritrovata nella tazza - a distanza di più di un'ora da quando l'ho mangiato - mi ha regalato una nausea persistente e mi sono sentita ben lontana da quella sensazione di appagamento e compiacimento che anche il più semplice dei dolci deve saper donare.
Che peccato!

mercoledì 18 novembre 2015

Di Facebook e degli attentati a Parigi

Lezioni di vita, di storia, di diplomazia, di diritto internazionale e persino di letteratura. Respiro profondamente e lascio correre.

Poi ci ripensano, si scordano forse.

E allora un cucciolo, una tetta, una torta, un culo, un make up alla Moira Orfei ben riuscito per il sabato sera, un belloccio, una frase di Volo, il milanese imbruttito, la bandierina francese, un paio di bambini decapitati o mutilati, un cane in brandelli, una canzoncina strappalacrime e di nuovo copiose pillole di saggezza, moniti paternalistici che rimbombano come scappellotti sulla nuca senza preavviso.

Poi mettono in ridicolo chi gli capita a tiro.
 Poi ci vuole un selfie.
 E anche se mi prudono le mani, preferisco giocare a far finta di niente.

 Poi una frase da dedicare all'amorino di turno, una per l'ex bastardo, una tureifel, un anatema contro l'amica di merda, un tramonto per l'amica più amica yeah che ci sia, simbolino della pace, taaac, e poi nuove sentenze in bilico tra il profetico, lo psicotico di massa e l'intimidatorio.

 Alcuni li prenderei a schiaffi, altri a capate, altri ancora li manderei prima a Parigi, poi a Beirut, ma anche di notte, in pigiama, alla stazione centrale. Perché non è possibile dedicarsi anima e corpo al qualunquismo, alle frasi fatte, alla pace di massa che fa più schifo della guerra a ogni costo.

 Il tutto il cinque minuti di Facebook. 

Mi scappa un fanculino.
Anche un va cagher.
Umanità, oggi non ce la posso fare.

venerdì 21 agosto 2015

Della migliore delle torte

torta di pesche e mele


La sensazione più gradevole che provo nelle ultime mattine è svegliarmi e sentire freddo, rannicchiarmi nel plaid blu a stelle e indugiare ancora nel letto. È questa l'estate che preferisco, quella delle giornate calde che trovano pace verso sera, quella che ti permette di vivere pimpante e che immagonisce - seppur in modo lieve - quando il buio arriva sempre un po' prima e inizia a farti assaporare l'autunno che scalpita di foglie secche, pozzanghere, bimbi con zaino e grembiulino, trasmissioni demenziali in tv e colori caldi.

Ho qualche difficoltà a dormire perchè le preoccupazioni, una manciata di paure e le troppe scadenze mi avviliscono; mi basta avere degli orari sballati un paio di giorni per subirne le conseguenze per il resto della settimana. Mi sento in parte sconfitta, in parte anestetizzata ad alcune mancanze  - quella di prospettive e buoni propositi in primis - e subisco i miei stati d'animo più fragili e precari in modo impattante, in modo inaspettatamente feroce.

E non vorrei che fosse così.

Ho dovuto prendere atto dell'amarezza inflitta dai fallimenti, della natura sgraziata di ciò che ferisce mortificando, dell'errore che ho compiuto a dedicare me stessa e il mio tempo a chi attrae folle mentendo, a chi finge drammi mai subiti, a chi parla sempre e solo in prima persona, a chi si arroga il diritto di trattarti come una comproprietà e si accanisce per capriccio, usandoti come pretesto per godere del privilegio di avere qualcuno di cui (s)parlare.
Faccio spallucce, c'est la vie, cos'ho perso?

Praticamente niente, abitanti di un paesello immaginario, radunati a portare in processione santi e madonne non per devozione, ma per far baldoria ad una sagra di dubbio gusto. Devi far parte del branco, ma io da sempre ballo e corro da sola e ci sono decaloghi in calce ai quali non metterò mai il mio nome.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, non tutti gli impasti - anche quelli più meticolosi e dall'aspetto più invitante - diventano poi una bella torta.
Cosa devo imparare allora?
Devo dedicarmi all'accettazione di ciò che non posso cambiare, devo abbandonare la pretesa di indulgenza da parte di chi ne esige guardandosi bene dal darne, devo comprendere la differenza tra sbaglio, errore, crimine e colpa evitando di crocifiggere solo e soltanto me stessa e chi amo.
Nel corso dell'ultimo anno ho scoperto che il bisogno di sopravvivenza può rendere cinici, spietati, ciechi. Ho provato diffidenza e scetticismo immediati nei confronti di alcuni e non mi sono sbagliata.
Sono stata invece travolta da un bene assoluto e indissolubile che Altri non mi hanno negato anche quando era assurdo e apparentemente insensato concedermene.
Ho sbagliato, ho subito degli sbagli e ho scelto di non gettare la spugna, di lottare contro tutto e tutti pur di inseguire un sogno nel quale ero rimasta l'unica a credere. E oggi posso dire che nell'apparente scelleratezza dell'insensato vi era una profonda ragione che meritava ognuna delle sue speranze, meritava un miracolo, meritava di non spegnersi.
Ancora provo imbarazzo, fatico a farmi viva con spontaneità e naturalezza. Non mi fido, tengo per me ogni dettaglio perché non so reggere i giudizi approssimativi così come nuovi errori di (soprav)valutazione. Coltivo pochi rapporti preziosi che hanno saputo proseguire con genuinità, ma sono ben cosciente di aver chiesto tutto e di essere ora in debito.

Alcuni mi danno la nausea.
Alcuni non mi danno pace.
Alcuni mi danno sui nervi.
Alcuni, boh, chi cazzo li ha mai capiti.


Una torta che non riesce non è un fallimento, non è che un tentativo andato a vuoto: e non ha senso morirne. Qualcosa nato da uno slancio può anche non durare, può finire, può non avere più motivo di esistere. Allora è negli sbagli che si nascondono gli insegnamenti più sinceri capaci di marcare - nel bene e nel male - per la vita intera.

Allora è proprio questa la mia torta più preziosa, quella che mi ha fatta sentire incapace, imbranata, fallita e sconfitta, quella che ho soltanto assaggiato prima di gettarla senza esitazione, quella che non ho potuto né condividere né donare, quella che ha ridimensionato la mia vanità, le mie certezze, ciò che davo per scontato e che sapevo fare come pochi.

La migliore delle torte è quella la cui fotografia non è mai stata eliminata. Quella bruciata attorno ai bordi, cruda e molle al centro e impossibile da disporre in un piatto senza perdere tutta la parte superiore rimasta attaccata al coperchio. Quella boicottata da quello stesso bastardo di forno che ho elogiato proprio pochi giorni fa, quella che profumava come un bel sogno e che mi ha tramortita come farebbe la brutta notizia che non immagineresti mai di ricevere.

Adesso vorrei solo imparare a ripristinare la speranza, liberarmi del male allo stomaco più molesto, arrogarmi il diritto di vivere con maggiore quiete, equilibrio e armonia; ricominciare a costruire qualcosa di solido, duraturo, qualcosa che mi renda fiera e col cuore colmo di gioia: perché sono stanca fino a sentirmi esausta. Ed è quasi settembre, il solito maledetto inizio dell'anno, fradicio di aspettative, necessità, possibilità e bisogni.



venerdì 7 agosto 2015

Della lavatrice (maledetta come il demonio)

mollette e panni stesi


M. a volte mi rimprovera, non è che mi rimproveri, diciamo che mi fa notare, mi sottolinea, porta alla mia attenzione, ci tiene a precisare - insomma mi fa saltare i nervi - e dichiara : "Tu fai troppe lavatrici".

Io guardo la cesta dei panni, gli extra in giro per la casa, penso al copri divano color pelo ispido di Bloody, scruto da lontano gli asciugamani da sostituire, le lenzuola di quasi una settimana stropicciate e sudaticce e sospiro, perché più lavatrici faccio più sembra che ce ne siano da fare, più capi puliti ripongo negli armadi e nei cassetti, più la cesta indemoniata vomita indumenti pestilenziali che reclamano acqua e detersivo a squarciagola.

Ma voi quante lavatrici fate a settimana?
Come lo organizzate il bucato?

Perché siete tutti più ecologici e straordinariamente più efficienti di me?!

Provo a fare due conti:

Due lavaggi di neri generici perchè siamo rocherolle, metallari e su di me il nero sfina. Uno di jeans e indumenti un po' meno delicati. Uno di bianchi, non pensavo sarebbe mai successo in casa mia, eppure sono passata al lato oscuro, ma solo perché credevo avessero dei biscotti. Uno di colorati, per colpa del biker che si permette di indossare maglie rosse, gialle, beige, persino verde, sconvolgendo i miei stendini a lutto stretto. Uno di stracci e schifezze, ma è una lavatrice quindicinale. Uno di tappeti. Varie ed eventuali nel caso di nuovi acquisti o imprevisti.

Premetto di non essere una vera massaia moderna e di non essere nemmeno una casalinga così disperata da mettermi a lavare a mano, ordunque in cosa sbaglio? Ormai mi sono convinta di essere al centro delle attenzioni degli inquirenti che stanno indagando sulla natura del guasto domestico perchè la lavatrice di casa sta proprio tirando le cuoia. Colpa dell'usura? Colpa dell'estenuazione? Colpa della femminona di casa? In ogni caso: li mortacci sua.

Il mio bel biker si è messo d'impegno un paio di sere fa e armato della pazienza dei santi e della meticolosità che lo contraddistingue, appena tornato da lavoro ha provato a compiere un miracolo elettrico sostituendo sia la presa del muro che la spina della cara Indesit, ma la maledetta di nemmeno sei anni, nonostante l'amorevole intervento di primo soccorso, ieri sera ha abbandonato una vagonata di calzini, mutande e paracaduti (ohi, mica li si possono chiamare soltanto reggiseni) al loro destino, imponendoci uno spegnimento improvviso in pieno lavaggio, uno stendino pieno di capi non lavati e l'amara rassegnazione all'intervento di un tecnico: il tutto a ridosso del ferragosto.

Che io sia incarognita e col dente avvelenato nei confronti di mezzo mondo non è una novità per chi mi conosce bene e - nonostante tutto - mi ha a cuore, ma ammetto che è stata una lotta contro i titani riuscire a trovare un centro di assistenza autorizzato (ma anche non autorizzato sarebbe andato bene) con prezzi di senso compiuto.

bucato laundry
Tutto vero.
Questo è il nostro balcone a seguito di un lavaggio da 16 kg presso una lavanderia self.

La lobby delle assistenze tecniche ti invoglia con un gettone fantascientifico di uscita di circa 20 euro, costo che spesso non prevede il preventivo scritto, non specificano che la manodopera avrà un costo orario che oscillerà tra i 40 ( dico Q-U-A-R-A-N-T-A) agli 80 (chittemmuort' O-T-T-A-N-T-A) euri. A queste somme occorre aggiungere la manodopera supplementare nel caso in cui il lavoro non venga eseguito nel tempo di una Blitzkrieg e - ovviamente - i preziosissimi pezzi di ricambio. Facendo un paio di conti alla buona, arrotondando garbatamente, includendo qualsiasi opzione, persino la peggiore, abbiamo constatato che la minima forma di manutenzione non avrebbe potuto gravare sul bilancio domestico con una cifra inferiore ai venghinosignorivenghino  centocinquanta/ duecento euri (listen and repeat d-u-e-c-e-n-t-o). Cosa significa? Che risparmiandoci l'intervento di un tecnico e buttando un bene che forse qualche speranza l'avrebbe ancora, copriremmo due terzi del costo di una nuova ottima lavatrice in offerta.

Mentre scrivo sono a casa dei miei genitori, in trasferta temporanea, e ascolto la loro Hoover intenta a esibirsi in qualità di bella lavanderina, e nel frattempo vengono spulciati innumerevoli siti di offerte e promozioni. Non nego che avrei preferito spendere quei soldi in un biglietto aereo o in un po' di shopping, ma tant'è: presto avremo una nuova lavatrice. Ma io, per garantirle una minima sopravvivenza, lunga vita e figli maschi... quanti lavaggi dovrò fare a settimana?!

(to be continued...)

Song of the day: Her Majesty Bessie Smith - Backwater Blues

Backwater blues done call me to pack my things and go

'Cause my house fell down and I can't live there no more




martedì 14 luglio 2015

Dei risvegli

Ma buongiorno, piccolo Bodibò!
Ti hanno forse stecchito le mie ciabattine?

Un risveglio inquieto, addolcito dalla presenza di Bloody accanto a me ai piedi del letto, dall'aria non ancora incarognita del mattino e dalla voglia di una tazza di caffè bollente capace persino di indurre a farmi alzare.

Notizie che non mi aspettavo di leggere, rivelazioni così inattese da avermi lasciata a metà tra l'allibito e l'incredulo. Ed è come se avessi fatto improvvisamente pace con un frammento di passato incompiuto, incomprensibile, scagliato via per capriccio: fino a ieri senza motivo.

Forse solo adesso comprendo una richiesta di aiuto insistente che non ho saputo valutare nel modo corretto. Forse solo ora anche le esasperazioni - o ciò che ritenevo tali - hanno un po' più di senso, sebbene godano ancora di poche attenuanti e pressoché nessun alibi.

E' una mattina da Tom Waits e silenzi straniti.
Tante cose da fare, tutte con la solita forma, settimana dopo settimana.
Tante aspettative e tanti ricordi.

Quanto sa ingannare l'apparenza.  (Anyhoo, may the road you ride be kind to you)


Song of the day: Tom Waits - Hope I don't fall in love with you