Un momento da ricordare. Un momento in cui fermarsi, prendere fiato, guardarsi attorno e capire che cosa stia succedendo, che cosa sia già successo, che cosa non debba mai più succedere e capire in che cosa potrei impegnarmi per far succedere quello che ancora aspetto.
Un vassoietto di sushi, portato amorevolmente a casa per cena. Io il sushi lo mangio con le bacchette, ma non sono capace di usarle. Ho comperato un pupazzetto che le tiene unite per l'estremità superiore, eppure - nonostante la Lidl si sia messa d'impegno per togliermi almeno una difficoltà -risulto ancora goffa e imbranata davanti ai bei rotolini di riso gustosi e colorati. E quindi partiamo da questa inquadratura: una tavola imbandita, tre adulti intenti a cenare, un cagnetto che scodinzola e bacchette che non vogliono saperne di collaborare con la consumazione del mio pasto.
Parlo con i miei di un nuovo viaggio che mi è stato proposto, questa volta un'avventura on the road in nome di un'Amicizia che da vent'anni è parte della mia vita. Un viaggio in auto, verso Nord, un viaggio per vivere qualcosa che da sempre ci ripromettiamo, ma che le circostanze e le gabbie in cui mi sono voluta rinchiudere non hanno mai reso possibile. Un viaggio che fa parte di quel percorso di liberazione che voglio che mi conduca ad una consapevolezza di me, della quale non mi sono ancora mai saziata in tutta la vita.
Non chiedo mai pareri, non chiedo permessi, solitamente annuncio, a decisioni prese o cazzate fatte, quale sia stato il mio ultimo colpo di testa e metto un po' chi mi capita a tiro con le spalle al muro. Prepotenza? No, giuro, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di essere prepotente. E' che o faccio così o rimango immobile nei tentennamenti e nelle insicurezze che mi impediscono di prendere qualsiasi decisione.
Parlando a tavola ho detto al mio papà "Tu cosa ne pensi?" e lui, bonariamente come sempre, ha esordito con la frase più naturale del mondo, parole che mi hanno rifilato uno schiaffone a cinque dita in pieno volto "Ma Erica, hai quasi quarant'anni cosa vuoi che dica io?".
Minchia.
Puttana eva.
Ma chi?
Ma come?
Ma che cazzo?!
Quasi quarant'anni.
Ma io non li ho quasi quarant'anni, non posso averli: vi siete sbagliati. Papà, ti hanno fregato, la memoria ti fa cilecca, di sicuro hai preso un granchio. Papà, fai qualcosa, cazzo: io non posso essere ad un passo dal baratro dei q-u-a-r-a-n-t-a.
Da una frase così innocente è nato un dramma personale, perché se questo blog si chiama Dramas and Cookies è evidente che un filo di verità sia contenuta nel nome che ho deciso di attribuirgli. Ecco, allo scoccare dei cento post su questo diario, mica poi tanto segreto, alla soglia dei quaranta, forse è il momento di annotare quello che non ho, perché quando i post saranno duecento ho intenzione di giungere ad un bilancio nettamente diverso e concretamente più positivo.
Io non ho costruito una famiglia mia, ce l'ho messa tutta e ho toppato in pieno, e troppo spesso temo che sia troppo tardi per riprovarci. Io non ho nessun essere umano da amare come si ama qualcuno che fa battere il cuore, anzi, a stento mi tollero allo specchio, figuriamoci come possa pormi nei confronti di bipedi in genere. Io non ho un lavoro fisso e continuativo, non ho entrate solide e gratificanti, sebbene della costellazione di lavori che svolgo, non ce n'è uno che non mi appassioni. Io non ho una casa e quindi non ho ferraglia di chiavi che aprano una serie di portoni e porte che mi conducano ad un angolo di mondo che ho saputo mettere in piedi con le mie mani. Io non ho un progetto definito da perseguire, perché vivo in funzione del rimettermi in piedi, dell'imparare a non piangere sempre, dello sforzarmi a non lasciare che tutto vada alla deriva. E non è che abbia chissà quante energie avanzate in questo bel periodo da dimenticare. Io non ho fiducia negli altri, ma ne ripongo solo nella mia famiglia e in una manciata di amici che mi tengo stretta a due mani, forse stringendo persino troppo. Io non ho solidità e posso solo contare su quella che mi viene offerta senza riserve, in palmo di mano. Io non ho ancora capito se da certe rovine se ne venga davvero fuori o se si debba fingere per sopravvivere oppure sopportare pazientemente fino a quando il tempo non avrà fatto il suo corso.
Io non so come abbia fatto a mettere nero su bianco questa lista.
Stamattina, mentre Bloodino mi portava a passeggio ho guardato i necrologi e, davanti all'edicola sulla via per Desio, ho sentito una lacrima rigarmi il viso all'idea di me sola, con nessuno al mio funerale, con nessuno che si premurasse di dire "La stronza è schiattata".
E mi sono sentita sollevata, alleggerita, confortata. Perché lo stesso pensiero io l'avevo visto al cinema, perdendomi nel destino favoloso di Amélie Poulain. E - sebbene lei fosse drasticamente più giovane - la sua vita, all'improvviso è cambiata, complici una serie di mirabolanti avventure nelle quali ha deciso di imbattersi, ostinarsi e crederci.
Otis Redding cantava, gridava e straziava con la sua I've got dreams to remember. Ecco, io, forse sto ricominciando a ricordare i sogni che avevo, quei sogni che ho dovuto, che ho voluto scagliare via lontano perché troppo impegnativi, perché troppo grandi, perché incompatibili con le pretese di ciò in cui avevo deciso di imbattermi.
I sogni che ho maltrattato, ad uno ad uno, mi stanno perdonando e mi stanno restituendo della consapevolezza, della nostalgia buona che mi infonde desiderio di non lasciare che tutto resti incompiuto.
Ballerò sola ancora a lungo, quel voltastomaco inflitto dal genere umano non fa che incedere giorno dopo giorno, ma non è detto che intanto io non possa almeno godermi la musica, fantasticare su quel che vedo sfrecciando per la strada, nutrirmi di quell'universo di dettagli in cui i miei occhi sanno perdersi, Per continuare a raccontare, perché almeno l'amore per lo scrivere, nessuno è mai riuscito a comprometterlo.
Non è un bilancio positivo e prenderne atto è una coltellata, ma non lo stilo nella disperazione delle menzogne, ma nella consapevolezza di aver scelto di essere libera.
Milvina Drama Queen, Erica: 100 post e quasi 40 anni. Ma col cavolo che li dimostro, dai!
Mi ero ripromessa questo: prima scrivi gli articoli, li invii al giornale e poi, semmai, ti metti di buzzo buono e ti dedichi ai ricordi legati a Las Vegas. Una ricompensa da aspettare e poi riscuotere gioiosamente? Oppure un invito senza mezze misure a non procrastinare? Per dovere di cronaca mi preme comunicare, in modo piuttosto compiaciuto, che gli impegni sono stati portati a termine, le scadenze sono state tutte rispettate e ora posso mettermi finalmente a raccontare del mio breve viaggio.
Ascolto Toby Keith, scoperto in quella che chiamavo casa fino a tre mesi fa. Lui è stato un compagno di rare notti romantiche che avevano le sembianze di un bella fiaba - rivelatasi poi il più detestabile degli incubi - ma ancor di più compagno di pulizie affannate, faccende domestiche imbronciate, stirate solitarie e azioni tanto devote quanto ripetitive, eppure piene di illusioni cretine. Illusioni accuratamente tradite con sadismo da parte di quello in cui venivano riposte, illusioni che credevo dovessero essere il più importante degli scopi della vita. Un po' come se, sistemando ossessivamente la casa, anche il resto e anche lui si sarebbero sistemati.
Ho deciso che Mr. Keith sarebbe stato la colonna sonora di questi pochi giorni oltreoceano, perché dopo tutto quello che ho dato, perso e dovuto regalare, invano, avevo bisogno di tenermi almeno qualcosa di buono. Sono da poche pretese, ma non a buon mercato ed è per questo che mi approprio di una manciata di canzoni fatte di quel country che sapeva tenermi compagnia incoraggiandomi, avvolgendomi in atmosfere di una vita agognata da sempre, una vita che chissà se si farà mai anche solo sfiorare dalle mie dita ruvide.
Avevo bisogno quanto l'ossigeno di andare via, di allontanarmi, di scappare, per certi versi. Anche se solo per poco. Bramavo una pausa e quella che mi hanno offerto è stata una benedizione - estenuante eppure incredibile - durante la quale ho potuto fare un po' di conti con me stessa, riappropriandomi di quella parte della mia natura che devo aver buttato via assieme al vetro delle bottiglie che mi hanno svuotato prima l'anima poi la voglia di vivere man mano che il tempo trascorreva. Ma il vetro si ricicla, e così ho fatto io con me stessa. E nella Città del Peccato ho ritrovato autostima, amor proprio, persino affetto per quella me così rincoglionita e cazzona da avermi rovinato la vita, ma non il resto della vita.
Las Vegas è luci colorate sempre accese, eccessi in parte inconcepibili e in parte comici. Las Vegas è balordi che bruciano alle macchinette tutto quello che hanno in tasca, accanendosi, e non badano che sia mattina, pieno giorno o notte inoltrata. Las Vegas è mazzieri che prima sbadigliano e poi ti sfoggiano il più grande dei sorrisi se gli passi vicino, perché lavorare a percentuale - e a mance - non credo che faccia arrivare sereni a fine settimana, quando è giorno di paga. Las Vegas è negozi aperti ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni su sette, è contrasti così forti da straziare, assurdità che ti fanno vergognare di aver distolto lo sguardo per non vedere e, sotto certi aspetti, è impotenza allo stato puro. Las Vegas è ragazzi rassegnati, sporchi, in branco, ubriachi da far schifo, impolverati, buttati a terra accanto alle loro scritte su pezzi di cartone buone giusto a rimediare qualche spicciolo, ma ragazzi che se ti vedono con un bel vestito, ti sorridono - sdentati - e ti regalano una parola buona, dolce, premurosa, magari un po' grossolana, però bonaria e rispettosa: anche se tu non hai nulla da lanciargli in cambio.
Las Vegas è turisti vistosi, affannati, sudati, cafoni, prepotenti, curiosi, vestiti di colori sgargianti in tagli di abiti che non perdonano nessuno dei vizi che si sono concessi negli anni; turisti seriali, desiderosi di accumulare, di portare a casa, di avere sacchi pieni di compere da sfoggiare: re e regine dallo scettro da selfie sempre pronto ad essere allungato, poco prima di scattare la milionesima foto-cheese. Las Vegas è prostitute appariscenti, bellissime, ammiccanti, generosamente disponibili ai tavoli da gioco, eppure quelle stesse donne - prima dell'alba - tornano a essere soltanto ragazze stanche col trucco colato che, ciondolando su tacchi improbabili, se ne tornano a casa dopo ore di lavoro, presumibilmente da voltastomaco. Las Vegas è aria condizionata con temperatura siberiana anche a cielo aperto (perché vaporizzata) e nei parcheggi; è lusso ostentato, cerimoniali da film muto di inizi Novecento e costruzioni mastodontiche, sfacciate, plasticose, eppure belle come le attrazioni di un immenso luna park.
Las Vegas è tassisti cubani in cerca di un briciolo di umanità e di scambio di voci, mentre ti accompagnano in Cadillac Escalade verso l'aeroporto, ma anche tassisti di origine filippina che dalla loro Lincoln, ti elencano meticolosamente i nomi di ogni singolo hotel, resort e casinò e - ad ogni semaforo - ti ripetono come una cantilena almeno un paio di aneddoti che ti fanno sorridere e annuire in segno di approvazione, stupore ma spesso anche non-ho-capito.
Las Vegas è l'America che mi mancava fino a stare male, l'America che non ero ancora riuscita a vivere se non negli intenti, l'America che non mi sarei mai potuta permettere di rivedere in tempi brevi, l'America che avevo dimenticato e che ho ritrovato: l'America da sola, per la terza volta.
Las Vegas è stata il riappropriarmi del tempo secondo i miei bisogni, secondo i miei desideri, secondo le mie inclinazioni e secondo i miei ritmi, i miei soli ritmi. Ho adorato non dover rendere conto a nessuno, non dover svegliare nessuno, non dover pregare nessuno di non esagerare, non dover aspettare che ci si alzasse dal tavolo di un locale mentre sentivo di perdere tempo prezioso per vedere, toccare, sentire e prendere a due mani un pezzo di mondo nuovo e sconosciuto. E ho constatato che nella vita che credevo sarebbe durata per la vita, non avrei mai potuto godere di tutto quello di cui ho fatto esperienza in modo fiabesco, volutamente appassionato, genuinamente pieno di entusiasmo come ho fatto da sola.
Las Vegas mi ha ricordato quanto io possa essere in pace con me stessa nonostante ci possano essere migliaia di specchi a circondarmi, mi ha mostrato che non sono invisibile, che non sono del tutto sbagliata e che non sono nemmeno così ingombrante, inutile, misera, come qualcuno voleva che diventassi, per godere del male che mi infliggeva. Questa città così viva e travolgente, che ho definito affettuosamente la Rimini d'America con un' Amica, si è presa cura di me come una buona zia, come chi sceglie di averti a cuore e di accudirti senza chiederti niente in cambio, se non rivederti sorridere non appena ne hai le forze, la voglia, lo slancio.
E allora Viva Las Vegas, luogo dove ho deciso di sposarmi in gran fretta con le mie tettone, i miei occhioni, il mio sorriso grande e la mia lingua biforcuta, con le mie gambe e con la mia pancia, con le mie braccia sempre più piene di disegni e piedi con le unghiacce smaltate, ma sempre troppo stanchi.
Viva Las Vegas! Fiabilandia nella quale ho promesso Amore Eterno - davanti a Dio, al cielo più grande che ci sia, ad Elvis, ai Kiss mezzi nudi in strada, a Topolino e ad ogni singola vescica che mi è venuta miglio dopo miglio - ai miei sogni appena rifioriti e a come sono, ai miei sbagli, ma ancora di più al credere che il meglio mi stia aspettando e debba ancora arrivare. Che non tutto sia perduto, che abbia solo smarrito la via, ma che sappia esattamente come ritrovarmi .
Che Viva la luccicosa Las Vegas e che sia gentile con voi come lo è stata con me se potrete, se vorrete mai andarci, perché in me il suo ricordo viva, pulsi e gridi sempre tutto quello che non sei riuscito a spegnere, distruggere e far morire.
Persino il più lacerato dei cuori può essere ricucito e a me non mancano né ago, né filo, né mani per rimetterlo insieme.
I know your head is turning
I know your heart is burning
Girl, you gotta listen
Don't you know he ain't worth missing (Toby Keith)
E' un sabato mattina pigro, un sabato senza frenesia e senza troppo da fare.
Finestre spalancate, voci che ti entrano in casa, rumore di aspirapolvere, colpi di bidoni dell'immondizia spostati con disgusto, vociare non ancora insopportabile dell'accolita dei delinquenti nel bar. In tanti sono partiti e le finestre abbassate, il flusso di auto ridotto a qualche apparizione sporadica, l'assenza di qualcuno che abbia già dato fuoco alle braci in previsione della grigliata del mezzogiorno e nessuna radio accesa lo confermano.
Il mio maxi porta biscotti, una tazza di latte freddo, il rumore di un motorino che ronza dall'altra parte della casa,uno spazzino che sposta cartacce e rifiuti da un angolo all'altro della piazzetta, una sirena che deflagra nel silenzio più ovattato, bambini che interrogano i loro papà: - Ma allora andiamo al mare? - Ma qui fa schifo! Ci sono i miei pannolini puzzolenti! - Guarda l'ho catturato! L'ho catturato! - Mi aiuti ad allacciare le scarpe?
Sono un po' assonnata eppure - come sempre - non riesco a poltrire nel letto, indugiare sul materasso e godermi il fresco; sebbene mi trascini, decido di alzarmi e di mettere in fila quel che quotidianamente va fatto. Ieri sera, seduti l'uno accanto all'altro, ci siamo ripromessi che l'anno prossimo a luglio ce ne andremo al mare. Una promessa a fil di voce, stremati dal caldo, da un'estate così accanita da rivelarsi detestabile. La promessa è quella di andare a goderci un mare bello, serio, un luogo dove staccare concretamente la spina e riprendere fiato. Ne avremmo così tanto bisogno.
Penso che dovrei andare a tagliare i capelli, maledetti siano ilbalayage e chi l'ha inventato. Ho le punte così aride da ricordare una scopetta di saggina e non c'è crema o ristrutturante che tenga: sono arrivata nuovamente al punto in cui dover ricorrere alle forbici non sia una delle possibilità, ma l'unica via. Ahimè, per come ho sempre portato i capelli, mi sembrano già cortissimi, ma questa fase ibrida della mia chioma mi fa scontare tutti gli anni di glorioso hennè rosso tiziano e il periodo (durante il quale ho incontrato il mio M,) in cui portavo la frangetta da pin up cortissima e capelli castani così scuri da sembrare neri. E mi piacevo, ero davvero carina. E' che sono pigra, mi entusiasmo alla velocità della luce e smonto i miei slanci in ancor meno tempo. E se vuoi avere un look perfetto, devi impegnarti e starci dietro. Adesso non ho più un taglio che mi contraddistingua, ho ammansito il mio aspetto e il mio look - forse anche il mio carattere - e così ho desiderato rivedere il mio colore di capelli naturale prima che inizino ad apparire dei crini biancastri. Già, ho anche di queste pensate.
Si è svegliato Bloody, finalmente. La musata del buongiorno, l'inchino che ti rivolge sempre se lo guardi e lo saluti, il sole che inizia a fare capolino e a intiepidire la stanza. Ci vuole un caffè che mi rianimi e una doccia che mi renda un po' più attiva.
E poi ci vuole una soluzione a quel problema che mi tiene sveglia la notte e mi fa vivere a metà, in modo incompleto, mai appagante, mai spassionato, mai incondizionato. Una soluzione anche solo temporanea, purché sia l'inizio di un incoraggiamento, un conforto, un sollievo.
E' da qualche giorno che sono a conoscenza di questa iniziativa a premi che - in principio - mi ha entusiasmata, ma che giorno per giorno mi ha resa sempre un po' più perplessa. Cerchiamo di capire come funzioni e che cosa mi stia disturbando al punto da demoralizzarmi.
Per celebrare i 40 anni di attività di Mulino Bianco viene proposta una raccolta di ben 65 punti che si chiama "Mulino in Festa" a conclusione della quale si potrà ricevere la Scatola delle Sorprese composta da due tazze personalizzate e una capiente latta porta biscotti. Beh, niente male, no? Finora sì. Un classicone immancabile sulle tavole d'Italia, uno di quei ricordi della Mulino Bianco che un po' a tutti piace avere e conservare gelosamente.
Allora compro un pacco di biscotti, ritaglio il punto, lo incollo su una scheda, poi proseguo con fette biscottate, flauti, crostatine, camille, tegolini, abbracci, macine, galletti, rosite, Banderas, un paio di polli, un mulino, il cielo azzurro, i campi coltivati dorati, ingrasso di una decina di chili entro novembre, mi iscrivo in palestra per tornare in me, invio una raccomandata e ricevo il mio premio? No, non esattamente.
Occorre registrarsi al sito ufficiale dell'iniziativa (valida dal 22 aprile al 30 novembre) e qui si potrà accedere ad una scheda punti virtuale da riempire acquisto dopo acquisto. Ad ogni confezione corrisponde un punto e la stessa cosa vale per ogni codice inserito. Per agevolare l'accumulo dei punti è stata inoltre creata l'appMio Mulino attraverso la quale non solo si guadagnano punti extra, ma si possono CARICARE GLI SCONTRINI comprovanti l'acquisto. Bene, Milvina, ma che cosa c'è che non va?
A non andare è il fatto che per convalidare l'avvenuto acquisto si debbano inserire le foto degli scontrini completi, includendo l'importo totale della spesa effettuata, specificare il supermercato dove abbiamo deciso di spendere i nostri soldi, indicare il numero di scontrino emesso e che queste belle ricevute - nonostante il caricamento attraverso l'app - vadano comunque conservate e spedite a fine raccolta per convalidare ogni singolo punto accumulato attraverso gli acquisti.
Il marketing emozionale ha fatto centro, tombola, ori, primiera e anche settebello questa volta e con esso ha fatto centro chiunque si occupi dello studio delle preferenze dei consumatori, del potere di acquisto ancora in mano agli italiani e della gestione dei dati sensibili di chi parteciperà all'iniziativa.
Ho visto messe in atto - una per una - tutte le strategie di marketing che ci hanno inculcato al Master in Comunicazione, e stavolta, nella mia natura umanistica di studiosa di letteratura, mi sono sentita travolta da tutte quelle nozioni che sembravano avere un contatto semplicemente marginale con la MIA realtà. Mi sono sentita come ingoiata da un meccanismo tentacolare avido di statistiche in grado di compiere una vera e propria autopsia sui miei gusti e consumi in cambio di un regalo.
Vuoi un omaggio? Perfetto, allora aprimi il frigorifero, la dispensa, l'armadietto che hai in bagno, la cantina e anche il cassetto del comodino e mettimi in mano la possibilità di analizzare ogni tua preferenza. A pensarci bene, a metterla giù così, almeno a voi non viene in mente qualcosa di maniacale?
E allora Barilla un po' mi delude, perché nonostante le tante bontà da mangiare, nonostante la benevolenza che chiunque riponga nei confronti di una gamma di prodotti che si rinnova sempre e che crea un coinvolgimento affettivo ed evocativo importante, ha voluto porsi in un modo invasivo e prepotente in cambio di un paio di tazze. E una latta, già, c'è pure la latta.
Come salvarsi?
Se, come me, le tazze - in fondo in fondo - le vorreste ancora, perché i piatti bianchi in porcellana con la farfalla finivano sulle tavole di natale delle vostre nonne, perché se anche voi rovesciavate il sugo sulla tovaglia con le rondini al primo maccherone infilzato con la forchetta e se ancora usate tutti quei regali che vi hanno reso un po' felici, allora fate in modo di separare gli acquisti e di non includere alla spesa settimanale i prodotti che parteciperanno al concorso a premi. Io ieri ho fatto così e - difendendomi - ho ridimensionato le sensazioni sgradevoli che questa iniziativa mi causava.
In tutta onestà non so se avrò la perseveranza per proseguire fino al raggiungimento della soglia dei 65 punti, sebbene attraverso la registrazione al sito e a seguito del download dell'app una decina di vengano regalati; non so se avrò voglia di ingozzarmi di merendine e biscotti, considerando che in casa sono l'unica a consumarli - e forse ad abusarne -, ma l'idea dello scontrino separato mi aiuta a credere di non essere solo carne da macello per statistiche e promozioni, ma una consumatrice consapevole in grado ancora di entusiasmarsi per la poesia di un biscotto, per la piacevolezza di una merendina appena addentata e soprattutto di tutelarsi e difendersi dallo sciacallaggio selvaggio che qualsiasi forma di comunicazione metta in atto con quel che siamo (o decidiamo di essere) in rete, al supermercato, in macchina o in vacanza.
Inoltre, nonostante il mio lavoro e la mia formazione non mi stiano gratificando come meriterei di essere gratificata, mi rendo conto di essere in grado di non subire la comunicazione e le sue regole, ma di alzare la guardia e di proporre una mediazione tra ciò che mi viene imposto e quello che posso ancora scegliere di fare, coadiuvata da una preparazione professionale che finalmente sento di definire oggettivamente efficace.
Cara Barilla, What the Fuck?
Te lo dicono la mia tazza, il mio cucchiaio balena e uno dei tuoi adorabili Batticuori . E te lo dico anch'io, perché i tuoi prodotti, nonostante tutto, non mancano mai a casa mia.
È un ricordo dolce, in ogni senso possibile.
All'alba uscivi di casa e tornavi con la brioscina perché sapevi che la colazione è il mio pasto preferito. Mi lasciavi un biglietto. O scrivevi sul sacchetto di carta che la conteneva:
"Ti amo"
"Sei bellissima"
"GM"
Coccole che mi facevano sentire fortunata, speciale: tramortita da quei sentimenti incondizionati che fin dal primo vero appuntamento ho provato per te.
Ogni tanto torno qui da sola, questa caffetteria è un posto carino, sempre quieto, accogliente, insomma, da starci bene. Mi siedo al tavolino all'aperto, guardo il giardino del complesso condominiale che mi circonda e aspetto che la cannella mi inebri.
Lo faccio per sentirmi ancora come in quei primi giorni d'Innamoramento, quando tutto era follemente semplice, irrazionalmente a tutta velocità. E lo faccio per riprendere fiato ora che condividiamo gli impegni, la perseveranza, la volontà, la dedizione e i sacrifici dell'Amore.
Oggi va così.
Occhi lucidi, carezze in punta di dita ai tuoi disegni sulla pelle, aria fresca nonostante un sole cocciuto e malinconia pressoché indolore. Stare insieme non ci riesce poi così male.
Indosso un prendisole e le tue infradito, le mie le avrò dimenticate da qualche parte in casa e non ho né la forza né la voglia e tanto meno l'intenzione di cercarle.
Il nostro Bloody sonnecchia sul pavimento e io vorrei imitarlo, sdraiarmi accanto a lui e indugiare genuinamente in un ozio, sempre meritato, del quale solo i cani sanno godere.
E' proprio ora, e non so perché.
Ma l'ho deciso mentre riponevo le tue camicie nell'armadio. I suoni sguaiati che arrivano dal bar dei maledetti. Manuel e David - i bambinetti del cortile accanto - improvvisano uno spettacolo di magia. Le lenzuola sgualcite. Una ciocca di capelli che mi infastidisce la fronte. Ecco cosa succede.
Sir Bloody Bastard
C'è una tenda improvvisata che ripara dal sole incarognito dell'una.
C'è un ventilatore che spazza via idee, sensatezza, inquietudine e alcune malinconie.
C'è una casa che amo a ricordarmi che oggi va bene e che posso quasi lasciarmi andare.
C'è l'aspirapolvere che vorrebbe ruggire e divorare quello che le capita a tiro.
Ci sono l'arrosto e la torta al limone da preparare e non perché debba farlo, ma perché mi va.
E' un venerdì vestito dei buoni propositi che solitamente appartengono ad ogni mio lunedì.