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martedì 13 dicembre 2016

Di Santa Lucia



Insomma, Zuckerberg, "Accadde Oggi" te lo saresti potuto risparmiare. Anche perché poi, appena sveglia, ho il bisogno malsano di prendere atto di quel che è stato, ma ancor di più di quello che ora è. E allora sbircio, come una stalker della mia stessa vita, tra i ricordi abbelliti dagli intenti e dalle speranze che si ostinavano a credere alle menzogne. Colpi ben assestati in pieno stomaco, improvvisi e inevitabili come le carrellate che ti prendi il sabato mattina nel reparto ortofrutta del supermercato quando fai la spesa.

Ma ai ricordi si sopravvive. Si sopravvive a tutto. Persino all'inimmaginabile. Si sopravvive ai lutti, alla solitudine, alle malattie, al cinismo più sadico, all'abitudine e all'ineluttabilità. Si sopravvive persino alla malinconia, alla disperazione, alla pastina troppo salata, ad un rimprovero da parte di una voce sgraziata, ad una storta che prendi in mezzo alla gente e quasi finisci a terra.

Non operano più Bloodino. O meglio, per evitare che l'attacco di esorcismo di settimana scorsa - tuttora in cura con antibiotici - possa interferire con la terapia post operatoria di routine, il veterinario ha suggerito di aspettare.

- Il 28 dicembre le va bene?
- Sì, certo.
- Non le crea problemi con i festeggiamenti?
- Anche se avessi qualcosa da festeggiare, il mio cane verrebbe prima di tutto.

E non perché sia brava, da applauso. Anzi. È solo che avrò meno lavoro e quindi avrò più tempo. E se avrò anche un alibi valido e sostanzioso dalla mia, non avrò motivo di scavare a mani nude in quel che è stato fango travestito da centro benessere, pur di farmi dell'altro male.

È Santa Lucia. La santa della mia Svezia, la santa delle candele, delle brioscette allo zafferano, la santa dei cori e della Luce. La santa della speranza e dei buoni propositi, la santa delle caramelle e dei cioccolatini. La Santa di uno degli incanti di dicembre.

Che luce sia, allora.
Dentro, fuori e tutt'intorno.
Luce negli sguardi e nei sorrisi.
Luce in fondo alla gola, nello sterno e nella pancia.

Lucia, io non so se sia cosa da chiedere, ma non farmi fare la tua fine. Se puoi.

(Per i blasfemi che bruceranno alla grigliata del Satanasso giù da basso: vergine, martire e bruciata viva. Ah, forse le hanno pure strappato gli occhi).


mercoledì 2 settembre 2015

Della mia Erika, del suo bambino

Facebook mi rimprovera e mi dice che non pubblico niente da otto giorni sulla pagina di Dramas and Cookies. Ha ragione, ma lo so da me che è da troppo che non posto alcunché, lo so da sola che forse è il caso che io ricominci a raccontare e condividere, non fosse altro che per non perdere il sano vizio di scrivere. Ho una ricetta e qualcosa da dire, e per una volta separerò le due cose, affinché sentimenti e ingredienti non si perdano l'uno nell'altro, confondendo i miei tre lettori più fedeli tra zucchine, zenzero, salsa di soia, lamenti, mugugni e nostalgia.

Sono silenziosa in questi giorni, chiusa in una perplessità che non mi abbandona mai, ferita dalla staticità, affranta dall'assenza, gravata dai sospiri attraverso i quali cerco di togliermi dai polmoni l'angoscia, addolorata dalle constatazioni che non hanno nulla di amichevole.
Sono preoccupata e non mi piace che lo streben mi mangi viva, che non se ne vada nemmeno a spallate, culate e calci, che non si allontani nemmeno la sera quando ci ritroviamo, nemmeno nell'abbandono al sonno. Ma così è, se mi sveglio di soprassalto mi ritrovo accanto un cagnolino che dorme sul tappeto del mio lato del letto, un cagnolino che mi difenderebbe dal peggiore degli incubi, dal più pericoloso dei mostri, il cagnolino che leccherebbe il muso al demonio e accoglierebbe a suon di feste in casa un ladro, ma nessuno è migliore di lui e non lo cambierei per niente al mondo.

Ieri la giornata si è aperta con una sorpresa inattesa, qualcosa di cui avevo un estremo bisogno. Uno scambio di messaggi improvvisati ed eccomi  a mezzogiorno davanti al Rock on the Road di Desio a riabbracciare Erika dopo mesi dal nostro ultimo caffè, avvenuto in un momento drammatico della mia esistenza: di certo il peggiore dei Natali di tutta la mia vita.

Lei è una delle mie amiche più care e preziose, conosciuta per amore dei conigli, resa affine dalla passione comune per ago e inchiostro, compagna di confidenze, avventure e amici; lei è Amica per scelta e volontà reciproca e non per convenienza, interesse o circostanza. Che bella che è con il suo sorriso grande, che belli i suoi capelli lunghi e scurissimi. Bloody le salta addosso come se la conoscesse da sempre, io sorrido e guardo il suo scricciolo che dorme sul seggiolino del sedile posteriore: e mi ritrovo a perdermi nel musetto sorridente del suo bimbo bellissimo, un bikerino di due anni allegro e buono.
E poi c'è Ypsel, formalmente Pixel, un cagnino che ha sfidato con audacia gli scalini irregolari delle due rampe che portano a casa, batuffolo fragile e morbido che pian pianino potrebbe anche legare con il Mostro delle Paludi tutto nero di casa, il piccolo Mortaretto che ci faceva ridere a crepapelle con le sue corse nei giardini dietro casa dei miei genitori.


Tortello

Mi sono sentita una cretina mentre preparavo il pranzo e la tavola dimenticandomi persino acqua e posate, fuori tempo, fuori dal mondo vero, il mondo degli altri, quello scandito da delle tappe che non possono essere procrastinate ad oltranza, quello dei guadagni, dei doveri, delle esazioni e degli impegni. L'ho osservata, studiandola quasi, nel suo essere così paziente, così premurosa, così ferma eppure adorabilmente affettuosa: la mia compagna di serate a base di thè, carezze ai suoi cuccioli a quattro zampe e fiumi di parole è una donna incredibile che sa essere spontaneamente, genuinamente una brava mamma.

Il tempo è crudele e spietato, trascorre troppo in fretta senza curarsi del nostro bisogno di dire e continuare a dire e dopo una pasta all'orientale, dell'insalata, qualche foto e un caffè è ora di salutarla. Mi stringe lo stomaco rendermi conto di quanto abitino lontane le persone cui tengo di più, a quanto sia fondamentale il telefono per non perderci, a quanto sia riconoscente  nei confronti dei social media per poterle vedere ogni volta  che ne ho bisogno.

E' ora dei saluti, della promessa di rivederci presto, prima che trascorrano altri mesi, ma stavolta per davvero. E' un arrivederci intriso del rimpianto di non potersi concedere una saluto ogni volta che servirebbe farlo, m a è un saluto sorridente, sincero.

E' ora di fare un giro di guinzaglio attorno alla mano e di convincere Bodibò a venire via. E' ora di ripensare ai vicini di casa che se ne vanno e che non sono riusciti a vendere la casa nemmeno dopo due anni di attesa. E' ora di abbassare lo sguardo quando passo davanti al bar di delinquenti e balordi, accelerando il passo, just in case. E' ora di sentire il colpo secco e violento del portone richiudersi alle mie spalle. E' ora di sperare che la russa muoia soffocata dalle sue stesse grida contro i suoi figli, contro quella sottospecie di uomo che ha in casa, contro chiunque la incroci nel momento sbagliato. E' ora di aggrottare l'espressione all'ennesima canzone sudamericana a volume Slayer ascoltata dalle bambine al pian terreno, E' ora di rientrare a casa, un nido che stupisce chiunque ci entri, un luogo che ho sentito fin troppo spesso estraneo, ma che adesso esprime indiscutibilmente anche molto del buono che c'è in me.

Prendo a morsi grandi una pesca tabacchiera, è troppo matura e rischio una doccia appiccicosa e dolciastra. Mi condanno anche ad una banana quasi da buttare. Come sono belle le sorprese, com'è bello ritornare ad essere per qualche ora ciò che dimentico di saper essere.


Ypselino, Pixel, Mortaretto


Song of the Day: Susan Tedeschi - Don't Think Twice, It's Alright

venerdì 21 agosto 2015

Della migliore delle torte

torta di pesche e mele


La sensazione più gradevole che provo nelle ultime mattine è svegliarmi e sentire freddo, rannicchiarmi nel plaid blu a stelle e indugiare ancora nel letto. È questa l'estate che preferisco, quella delle giornate calde che trovano pace verso sera, quella che ti permette di vivere pimpante e che immagonisce - seppur in modo lieve - quando il buio arriva sempre un po' prima e inizia a farti assaporare l'autunno che scalpita di foglie secche, pozzanghere, bimbi con zaino e grembiulino, trasmissioni demenziali in tv e colori caldi.

Ho qualche difficoltà a dormire perchè le preoccupazioni, una manciata di paure e le troppe scadenze mi avviliscono; mi basta avere degli orari sballati un paio di giorni per subirne le conseguenze per il resto della settimana. Mi sento in parte sconfitta, in parte anestetizzata ad alcune mancanze  - quella di prospettive e buoni propositi in primis - e subisco i miei stati d'animo più fragili e precari in modo impattante, in modo inaspettatamente feroce.

E non vorrei che fosse così.

Ho dovuto prendere atto dell'amarezza inflitta dai fallimenti, della natura sgraziata di ciò che ferisce mortificando, dell'errore che ho compiuto a dedicare me stessa e il mio tempo a chi attrae folle mentendo, a chi finge drammi mai subiti, a chi parla sempre e solo in prima persona, a chi si arroga il diritto di trattarti come una comproprietà e si accanisce per capriccio, usandoti come pretesto per godere del privilegio di avere qualcuno di cui (s)parlare.
Faccio spallucce, c'est la vie, cos'ho perso?

Praticamente niente, abitanti di un paesello immaginario, radunati a portare in processione santi e madonne non per devozione, ma per far baldoria ad una sagra di dubbio gusto. Devi far parte del branco, ma io da sempre ballo e corro da sola e ci sono decaloghi in calce ai quali non metterò mai il mio nome.

Non tutte le ciambelle riescono col buco, non tutti gli impasti - anche quelli più meticolosi e dall'aspetto più invitante - diventano poi una bella torta.
Cosa devo imparare allora?
Devo dedicarmi all'accettazione di ciò che non posso cambiare, devo abbandonare la pretesa di indulgenza da parte di chi ne esige guardandosi bene dal darne, devo comprendere la differenza tra sbaglio, errore, crimine e colpa evitando di crocifiggere solo e soltanto me stessa e chi amo.
Nel corso dell'ultimo anno ho scoperto che il bisogno di sopravvivenza può rendere cinici, spietati, ciechi. Ho provato diffidenza e scetticismo immediati nei confronti di alcuni e non mi sono sbagliata.
Sono stata invece travolta da un bene assoluto e indissolubile che Altri non mi hanno negato anche quando era assurdo e apparentemente insensato concedermene.
Ho sbagliato, ho subito degli sbagli e ho scelto di non gettare la spugna, di lottare contro tutto e tutti pur di inseguire un sogno nel quale ero rimasta l'unica a credere. E oggi posso dire che nell'apparente scelleratezza dell'insensato vi era una profonda ragione che meritava ognuna delle sue speranze, meritava un miracolo, meritava di non spegnersi.
Ancora provo imbarazzo, fatico a farmi viva con spontaneità e naturalezza. Non mi fido, tengo per me ogni dettaglio perché non so reggere i giudizi approssimativi così come nuovi errori di (soprav)valutazione. Coltivo pochi rapporti preziosi che hanno saputo proseguire con genuinità, ma sono ben cosciente di aver chiesto tutto e di essere ora in debito.

Alcuni mi danno la nausea.
Alcuni non mi danno pace.
Alcuni mi danno sui nervi.
Alcuni, boh, chi cazzo li ha mai capiti.


Una torta che non riesce non è un fallimento, non è che un tentativo andato a vuoto: e non ha senso morirne. Qualcosa nato da uno slancio può anche non durare, può finire, può non avere più motivo di esistere. Allora è negli sbagli che si nascondono gli insegnamenti più sinceri capaci di marcare - nel bene e nel male - per la vita intera.

Allora è proprio questa la mia torta più preziosa, quella che mi ha fatta sentire incapace, imbranata, fallita e sconfitta, quella che ho soltanto assaggiato prima di gettarla senza esitazione, quella che non ho potuto né condividere né donare, quella che ha ridimensionato la mia vanità, le mie certezze, ciò che davo per scontato e che sapevo fare come pochi.

La migliore delle torte è quella la cui fotografia non è mai stata eliminata. Quella bruciata attorno ai bordi, cruda e molle al centro e impossibile da disporre in un piatto senza perdere tutta la parte superiore rimasta attaccata al coperchio. Quella boicottata da quello stesso bastardo di forno che ho elogiato proprio pochi giorni fa, quella che profumava come un bel sogno e che mi ha tramortita come farebbe la brutta notizia che non immagineresti mai di ricevere.

Adesso vorrei solo imparare a ripristinare la speranza, liberarmi del male allo stomaco più molesto, arrogarmi il diritto di vivere con maggiore quiete, equilibrio e armonia; ricominciare a costruire qualcosa di solido, duraturo, qualcosa che mi renda fiera e col cuore colmo di gioia: perché sono stanca fino a sentirmi esausta. Ed è quasi settembre, il solito maledetto inizio dell'anno, fradicio di aspettative, necessità, possibilità e bisogni.



Di Johnny Cash

I love you because my heart is lighter
Every time I'm walking by your side
I love you because the future's brighter
But most of all I love you 'cause you're YOU

mercoledì 19 agosto 2015

Delle melanzane ripiene di Nonna Elisabetta e di quelle di Nonna Amelia

Ci sono piatti che dovrebbero preparare solo ed esclusivamente le nonne, pietanze che sanno di famiglia, di feste, di casa e di infanzia. Alle nonne dovrebbe essere negato il diritto di spegnersi, quello di andarsene, quello di lasciare in noi un vuoto insanabile e crudele.

Preparare le melanzane ripiene è pensare alla mia nonna, è portarla in casa mia, è chiederle scusa per i due piani di scalini irregolari, è farla sedere e chiederle come le sembra questa casa tutta strana, se le piace il nostro cagnolino, se sono troppi i tatuaggi che ho addosso o se me lo darebbe ancora un bacino sulla luna che ho dietro la schiena, come faceva dopo essermi ammalata.
Chissà come le sembrerei ora che lo scorrere del tempo travolge anche me, la sua bambina.
Chissà se è almeno un po' felice di me, ora che io non sono esattamente quello che mi aspettavo di essere e di diventare.

Tutto questo può solo avvenire nei sogni, nei sospiri, ma ritrovarla asciugando qualche lacrima è soltanto felicità del privilegio di averla vissuta, amata e stretta a me fino all'ultimo istante della sua esistenza. 

Mi manca, Dio se mi manca, e per ritrovarla devo cucinare, devo cercare i suoi profumi e sapori nella cassettiera dei ricordi che ho tra sterno e pancia, devo ritornare alla casa di via Tolstoj, al pranzo di mezzogiorno e un quarto, aspettando gli zii, guardando prima Bis di Mike Bongiorno poi Il pranzo è servito di Corrado, maledicendo le due meno un quarto che significavano il ritorno della mia mamma in fonderia. Che salto nel passato, che sensazioni frastornanti eppure mi fa bene rimanere ad annaspare nel passato dai colori pastello, quello dell'infanzia.

Mi dilungo, ci metto troppo ad iniziare a scrivervi la ricetta, ma questo non è più un semplice archivio di cucina, qui ho spazio per me, per tutto quello che ho bisogno di lasciare andare.

Ieri sera a cena di nonne in casa ce n'erano due, perché ogni nonna ha le sue ricette speciali e ieri ho voluto che il mio M.o ritrovasse (anche solo per un attimo) la sua Nonna Amelia che partendo dalla tradizione della cucina napoletana, gli proponeva delle melanzane ripiene inconsapevolmente vegan, buone da morire.

melanzane ripiene vegan


Le melanzane ripiene di carne della Nonna Elisabetta

2 melanzane
150 g di carne macinata per sugo
1 uovo
pane raffermo
2 cucchiai parmigiano grattugiato
1 cucchiai di formaggio pecorino
sugo di pomodoro e basilico
aglio
olio evo

Per prima cosa ho messo su un sughetto di pomodoro al basilico veloce, mettendo a crudo della cipolla tritata, una latta di pelati, due spicchi di aglio interi, qualche foglia di basilico, un paio di bicchieri d'acqua e del sale. Ho lasciato cuocere il sugo per più di mezz'ora, perché io cucino - e ne vado immensamente fiera - alla terrona maniera, quindi un sugo veloce ha almeno quasi un'ora da trascorrere sul fornello.
Ho lavato e asciugato le melanzane tagliandole a metà longitudinalmente e le ho scavate con un cucchiaio facendo attenzione a non romperle. Ho preso la polpa delle melanzane - che servirà per il ripieno - l'ho ridotta ad una dadolata grossolana e ho cosparso scorze e polpa di sale grosso lasciando che perdessero l'amaro per una ventina di minuti. trascorso questo tempo le ho sciacquate e lessate in acqua bollente leggermente salata e la stessa cosa l'ho fatta con la polpa, ovviamente, tenendo tutto separato, secondo questi tempi: 4 minuti di bollore per le scorze, 5 minuti per la polpa.

Ho preso una padella e ho messo a bollire dell'olio di semi vari, ho fritto prima le scorze e poi la polpa, mettendo tutto ad asciugare su della carta assorbente. Non buttate l'olio perché vi servirà per la seconda frittura.

In un'altra padellina ho versato un filo d'olio, ho aggiunto la carne macinata lasciandola cuocere per pochi minuti e ho unito la polpa di melanzane affinchè carne e polpa si insaporissero reciprocamente. ho lasciato raffreddare.

Ho bagnato il pane raffermo in un poco di acqua tiepida, l'ho strizzata a due mani e sbriciolata, mettendola in una ciotola nella quale ho aggiunto l'uovo, uno spicchio di aglio finemente tritato e i formaggi grattugiati. Ho poi aggiunto carne e polpa quando erano tiepidi, amalgamando il ripieno in modo accurato.

Ho farcito le melanzane con cucchiaiate generose di ripieno e con l'aiuto delle mani le ho compattate in modo tale che la farcia non sporgesse troppo dalla scorza. Ho fritto nuovamente le melanzane per pochi minuti con il ripieno rivolto verso il fondo della padella.

Ho disposto le melanzane in una pirofila in vetro, le ho irrorate con del sugo di pomodoro e ho infornato a 200° fino a quando non si sono dorate.


Le melanzane ripiene vegan della Nonna Amelia


2 melanzane

un grosso panino raffermo
olive nere o taggiasche
capperi dissalati
basilico in foglie
sugo di pomodoro e basilico ( pelati, aglio, basilico, olio evo, acqua e sale)
aglio
olio per friggere

(Copierò alcuni passaggi della ricetta qui sopra affinchè vegan e vegetariani possano avere una ricetta esaustiva senza continui rimandi alla precedente).

Per prima cosa ho messo su un sughetto di pomodoro al basilico veloce, mettendo a crudo della cipolla tritata, una latta di pelati, due spicchi di aglio interi, qualche foglia di basilico, un paio di bicchieri d'acqua e del sale. Ho lasciato cuocere il sugo per più di mezz'ora, perché io cucino - e ne vado immensamente fiera - alla terrona maniera, quindi un sugo veloce ha almeno quasi un'ora da trascorrere sul fornello.
Ho lavato e asciugato le melanzane tagliandole a metà longitudinalmente e le ho scavate con un cucchiaio facendo attenzione a non romperle. Ho preso la polpa delle melanzane - che servirà per il ripieno - l'ho ridotta ad una dadolata grossolana e ho cosparso scorze e polpa di sale grosso lasciando che perdessero l'amaro per una ventina di minuti. trascorso questo tempo le ho sciacquate e lessate in acqua bollente leggermente salata e la stessa cosa l'ho fatta con la polpa, ovviamente, tenendo tutto separato, secondo questi tempi: 4 minuti di bollore per le scorze, 5 minuti per la polpa.

Ho preso una padella e ho messo a bollire dell'olio di semi vari, ho fritto prima le scorze e poi la polpa, mettendo tutto ad asciugare su della carta assorbente.

Ho bagnato il pane raffermo in un poco di acqua tiepida, l'ho strizzata a due mani e sbriciolata, l'ho passata in padella con la dadolata di melanzane, i capperi, le olive, del basilico spezzettato e un paio di cucchiaiate di sugo di pomodoro.

Ho farcito le melanzane con cucchiaiate generose di ripieno, e con le mani ho premuto affinché si compattassero bene.

Ho disposto le melanzane in una pirofila in vetro, le ho irrorate con del sugo di pomodoro e ho infornato a 200° fino a quando non si sono dorate.


Nel giorno in cui festeggiavamo 86 piccole candeline. Mi manchi.


My Body's Acing From Laying In This BedI Went Singing In The Rain And The Cold Got To My HeadI Don't Know Who's Paying I Just Know What The Doctor Said84 Years Of A Sinning Life And In The Morning I'll Be Dead
Saint Peter Won't You Open Up The Big White GateCause I Heard About Forgiveness And I Hope It Ain't Too LateI Ain't No Holy Roller But You Go Tell Your KingThat All The Folks Up In Heaven Might Like To Hear Me Sing
I Sang To My ChildrenBefore They Strayed So FarI Sang For My LoversOr A Nickel In A Tip JarI Never Knew JesusI Never Read The Good BookBut On My Day Of DyingI'm Giving Life A Second Look
It's Coming On Time NowMy Body's Getting ColdI've Got No Will I've Got No PrayerMy Story's All Been ToldI'm Ready For The Land Of FireBut I'd Love To See The Land Of GoldSo Nurse Bring Me My GuitarOne More Song Before I Go


domenica 16 agosto 2015

Del Ferragosto a sedici gradi



Il viaggio silenzioso, indossando un golfino assolutamente necessario e occhialoni da sole del tutto superflui. Mi dimentico sempre di cambiare la  musica in macchina e, nonostante le migliori delle intenzioni, ogni canzone si deve cantare da sola: è decisamente troppo presto per improvvisare un concerto con la mia voce assonnata.

La pioggia arriva nel preciso istante in cui parcheggio sotto casa, sorrido allo stupore frastornato di Bloody nel ritrovarsi di nuovo in montagna, sorrido alla pianta di fichi che non ne fa maturare mezzo se io sono a tiro di furto da un ramo, sorrido alla nostra casona bianca perché ritrovarla è sempre un conforto sincero.

Il pranzo in famiglia, una grande tavolata cui noi tre non siamo più abituati, la grigliata degli zii, le risate fino a farsi venire mal di pancia, il doppio caffè e la sazietà che mi colpisce alle spalle come invece fa di solito la fame.

La torta di compleanno della mia mamma apre un dibattito interessante sulle caratteristiche della pasticceria dell'Iperal: il pan di spagna è poco inzuppato nella bagna, una volta mettevano più chantilly mentre adesso è tutta panna, però sono sempre generosi e abbondano con i frutti di bosco.


E mentre tutti sorseggiano bollicine, io abdico perché non sono buona nemmeno a brindare con un goccetto di spumante da sei gradi oggi.

La fuga con la mia Elsa dai cinesi che se ne fregano del Ferragosto e sono aperti; una mezz'ora insieme a parlare impregnando ogni attimo di dettagli, confidenze, perplessità, attese, spontaneità, quiete, sfoghi e frecciate da iene avvelenate. E intanto mi ritrovo a comprare le solette a fiori e a pois per le due paia di ballerine troppo grandi, dei  lacci corti per le mie Vans, una spazzola per i capelli appena rinnovati, uno spazzolino da denti e una candela all'anice stellato da portare con me domani a casa.

E poi gli alberi che scoppiano di frutta ancora acerba, due caprette mi rubano il cuore, una teglia da forno sotto ad una grondaia raccoglie pioggia e foglie. I prati sono straordinariamente verdi e le chiome e i rami e i tronchi si specchiano (senza premurarsi di riflettere) nel cielo grigio di metà Agosto. Poi mi perdo nelle nuvole che come hula hop abbracciano i monti ai piedi dei quali passeggio con chi quassù gode del privilegio di rincorrere libero il suo adorato frisbee e dello sdraiarsi nell'erba fradicia senza rimproveri ed esitazioni.

Due fichi, latte e caffè con le madeleine, il dolcino allo yogurt migliore di qualsiasi aspettativa e le coltellate inflitte al vaso della nutella hanno preso il posto di una cena convenzionale.

- Mamma domani facciamo i biscotti.
- Mamma che torta abbiamo per colazione?
- Mamma fai le crocchette di patate!

Gli occhi stanchi, pesti, distratti, provati dalle lenti a contatto indossate per troppe ore di fila.

Tu al telefono.
La nostra nipotina domani giocherà con Bloody da noi.
L'appuntamento dopo pranzo.

- Qui diluvia.
- Ora diluvia anche qui.
- Dimmi almeno che ti manchiamo.

A me tu manchi qui.
Mi mancheresti ovunque.
E anche se sei antipatico, sei l'Amore mio.

E Buon *Compelanno* una volta ancora a te, mammina mia. Che bello è stato vederti e viverti così serena oggi.


martedì 11 agosto 2015

Della pasta alle zucchine e basilico

Alla fine ha avuto la meglio la vecchia lavatrice Indesit, ha gettato la spugna con noncuranza, abbandonandoci miseramente senza alcuna pietà e costringendoci all'acquisto di un nuovo elettrodomestico, arrivato proprio questa mattina. Speriamo che gli 8 kg di carico, la classe energetica che punta tanto all'eco-sostenibilità quanto al risparmio e la fama qualitativa delle lavatrici Whirlpool non vengano smentiti proprio nel nostro bagno e che - almeno sotto questo aspetto - si possa ipotizzare di godere di una stabilità durevole negli anni a venire.

Sono giorni in cui gli imprevisti e le preoccupazioni la fanno da padrone, problemi che spazzano via la serenità e ci impongono un gioco di squadra - che con naturalezza e senza esitazione ci riesce sempre meglio - e una complicità che non fa che consolidare la nostra famiglia. Ogni tanto mi prende lo sconforto e se chiedo a chi è più grande di me - e un bel po' più ne sa -  perchè c'è questo accanimento di fatiche e preoccupazioni mi sento dire: è la vita, non si sceglie, è proprio così che funziona. E allora faccio spallucce, mi guardo la punta delle scarpe, mi ripeto un po' imbronciata "E' la vita" e lascio che sia, nell'attesa che ciò che si spegne ricominici a brillare e che quello che esita e tentenna torni da me a gran balzi.

Ahimè la mia salute di tanto in tanto cede - sotto stress improvviso poi difficilmente la scampo - e mi ritrovo in riserva di energie e forze, mi passa la mia proverbiale fame da lupo e mi ritrovo mogia mogia a vagare da una stanza all'altra in attesa di un po' di sollievo.
Oggi a pranzo invece di optare per il solito panino preso a morsi in piedi tra un sito e qualche faccenda, mi sono imposta di prepararmi almeno una pasta veloce che vi suggerisco se non avete tanto tempo, se avete voglia di qualcosa di gustoso, ma leggero e se non avete chissà che nel frigorifero.



Fusilloni con zucchine, cipolle di Tropea e salsa al basilico

In una padellina ho messo delle fette di cipolla di tropea tagliate sottili, dei bastoncini di zucchine, poco olio di oliva e un cucchiaio raso di salsa di pesce come sostituto del sale.
Ho fatto cuocere il tutto a fuoco vivo giusto il tempo della cottura della pasta, circa 13 minuti e ho legato i fusilloni al condimento in padella, unendo poco prima di disporre nel piatto un bel cucchiaio di salsa al basilico (ottenuta da basilico, olio aglio e sale che potete tranquillamente sostituire con un cucchiaio di pesto alla genovese) e qualche fogliolina sempre di basilico.

giovedì 30 luglio 2015

Del cagnolino rock'n'roll e dei ricordi


Ma io non lo volevo il cane! 
E invece - come fin troppo spesso accade - il biker ha avuto la meglio. 


Il giorno del mio compleanno, l'autunno scorso, uno scriccioletto siciliano di tre mesi (tutto orecchie e pisellino) è entrato a far parte della nostra Rock'n'Roll Family. A tutt'oggi non so esprimere a parole quanto io sia riconoscente nei confronti del mio M.per essere stato così testardo. Lui sosteneva che un cane ci avrebbe cambiato la vita, che ci avrebbe uniti e che avrebbe consolidato l'impegno reciproco che desideravamo veder radicare giorno per giorno.

Io non ne volevo sapere.
Puntavo ad un gatto, ma anche a un bel niente.

L'adozione di Bloody in canile è stata l'espressione più sincera dell'amore a prima vista, una di quelle emozioni che ti si tatuano nel cuore, nei ricordi e in quella parte dello spirito dove viene cullata la felicità in purezza, qualcosa che la vita ti lascia a prescindere da chi sia arrivato o chi se ne sia andato, indipendentemente da quello che tu abbia avuto e quello che ti sia stato strappato via, qualcosa di tuo e di così intimo che niente e nessuno potrà mai scalfire. 

Una gran bella fiaba, vero?
Col cazzo!

Mi concedo un francesismo perché a ripensarci la so called fiaba è stata travolta da drammi, esplosioni, sofferenza, mondi fragolini infranti e trailer di diapositive dall'inferno. Per arrivare al compimento dei nostri intenti ne abbiamo passate di tutti i colori, ma poi abbiamo scelto di non gettare alcuna spugna, semmai di scagliare una sassata contro ogni forma e grado di avversità, sebbene ahimè, non  ci sia concesso lapidare chi qualche pietrata se la meriterebbe senza appello. You know who you are!

Siamo quelli che si tengono stretti mano nella mano, a volte ballando, a volte immobili, a volte imbronciati, a volte stremati. Siamo complici come non mai, ancora acciaccati, eppure sempre più uniti, perché entrambi crediamo che non sia stato un caso se qualcuno o qualcosa ha deciso che dovessimo incontrarci, divorarci, metterci alla prova, ritrovarci e stare insieme.

E Bloody che c'entra?
Milvina, non parlavi del cagnaccio?

bloody bastard
Sei bello! Ma bellooo!
Lui è un promemoria quotidiano di bene, l'ago della bilancia quando cerchiamo equilibrio, monito quando ciò che è più difficile e ingestibile ci richiama al bisogno di armonia, lui è ridere quando la quotidianità induce a scordarti come si faccia, lui è ristabilire le priorità e il giusto peso di ciò che nel bene e nel male va gestito.
Lui è l'andare avanti con leggerezza, perchè ci insegna che a volte l'unica cosa da fare sia darsi una grattata, una scrollata poderosa e scondinziolare felici, perchè come diceva Chiara, un'amica di non so quante vite fa: la vita è bella, in ogni caso.

Quest'ondata di ricordi è nata riguardando le fotografie di ieri. Sono stata con il nostro piccoletto - ormai un audace ragazzetto di un anno - in un giardino pubblico poco distante da casa dei miei genitori. Quel posto è una validissima alternativa ad un'area cani e lì - in particolare la mattina quando i bimbi sono dai nonni e i ragazzini ronfano fino a tardi - Bloody può correre all'impazzata libero dal guinzaglio e spesso in compagnia di qualche compagno di giochi. Guardandolo con la sua linguetta stremata dalle corse e con il suo manto lucente, mi sono sentita fortunata e avevo voglia di annotare qui qualche frammento di noi.


dirty shirty eat sleep get tattoos
2/3 di noi

Se a qualcuno interessasse, indosso una maglietta Dirty Shirty un brand americano; il modello è "EAT SLEEP GET TATTOOS", non credo sia ancora in commercio, ma se vi andasse di arricchire il vostro guardaroba con qualcosa di figo, di rock e spesso in edizione limitata, date un'occhiata al sito. Ricordatevi che spediscono dagli USA, quindi occhio sia alle tasse doganali che alle spese di spedizione che potrebbero immagonirvi!

Gli occhiali da sole sono un esemplare autentico di plasticazza cinese.
Buona fortuna, and go get yourself cheap sunglasses!

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