domenica 14 agosto 2016

Della sera del 12 Agosto

Nel paesino dove abbiamo la casa c'è una chiesetta, e lì accanto c'è una piazza con le sue panchine e la sua fontana. Ma non c'è nemmeno un baretto, un circolino, insomma, non c'è niente se non il rumore dell'acqua e l'abbaiare dei cani in lontananza. E la piazza è sempre vuota, persino la domenica quando c'è la messa. Perché tutti di lì passano,  ma nessuno si prende il lusso di fermarsi.
Nelle strade di montagna i gatti se ne fottono di chi si fa gli sparoni in auto, in moto, in bici, in trattore o in camion e si piazzano in mezzo alle carreggiate, sdraiati come se fossero su un divano.
Nel cielo di stasera le nuvole sono lunghe, piatte, stirate. Sembrano sciarpe logore, ma anche ciabatte sfondate.
Ho litigato con Bloody oggi.
E mi sento triste.
E anche frustrata.
Mi sono seduta al buio del nulla della piazza, e mi sono messa di buzzo buono a guardare il niente, a respirare i moscerini e ad insistere nell'inumidirmi le labbra seccate dal sole e dal vento.
Mentre facevo la poetessa dei poveri, hanno iniziato a suonare le campane ed è un miracolo che non sia morta di infarto.
Mi aspetta una salita ripida e avere un cane che tira - più di un pelo di non si può dire cosa - mi farà comodo.
Da qui le stelle sembrano più vicine e limpide, perché non c'è molta luce ad imbrattarle. Ma io non credo più ai desideri riposti nell'incandescenza che fa mettere i nasi all'insù. Non credo nei baci dati sotto al vischio, alle mutande rosse del veglione, alle candeline da soffiare in una volta sola, al tre d'amore, al sale e l'olio che portano disgrazie non credo e nemmeno più al topolino dei denti.
Credo negli occhi stanchi e nei fazzoletti stropicciati tenuti in tasca, che non si sa mai. Credo che il male vinca sempre sul bene e credo che quando pensi di aver toccato il fondo è lì che l'inferno appare per davvero e inizia il puttanaio.
Credo nelle promesse tradite e nei sorrisi di circostanza.
Credo nel sadismo e nei vetri rotti.
Però credo ancora nella mia torta di mele e in quel cazzone del mio cane. Credo in quello che canto mentre ascolto la musica che ho in macchina. E credo nei budini. E nei capillari rotti. E nei coglioni girati. E nelle bestemmie che nascono dal cuore e che si fermano tra i denti.

Degli incontri casuali

Prendo la macchina e chiedo a Bloodino di accompagnarmi nei boschi. Tra tutti gli imbranati della Terra io sono da medaglia d'oro.  In piano ho sempre le scarpe da trekking, nei boschi e in salita le Vans Old Skool.
Camminiamo lungo un percorso vita tenuto così bene da farcela rischiare almeno un paio di volte, la vita intendo.
Ma con le scarpinate ci stiamo prendendo gusto e il mio cagnino è stupendo quando esplora felice e sicuro di sé.

Abbiamo trascorso un'ora di saliscendi tra rovi, foglie secche, frustate di rami e pietre sulle quali giocarsi le caviglie. Entrambe. Contemporaneamente.

Scendiamo, riprendiamo il sentiero che porta alla macchina, mi ricordo del cartello che segnala una strada chiusa, senza protezioni. Chissà dove mi porta. Le gambe non sono ancora abbastanza stanche. Ricominciamo a salire.

Duecento metri e trovo soltanto una casa, una donna che guarda i fiori, due cagnini che abbaiano. Meglio filarsela. I valtellinesi non hanno proprio dei bei modi. Spiego alla donna, un'anziana coi capelli tinti da poco del nero "toglimi dieci anni se puoi", che mi trovavo lì per caso e che cercavo una via diversa dalle solite per lasciare il cane libero di correre.

Iniziamo a parlare. Ha una casa bellissima, una villa come quelle che costruiva il marito in Svizzera, una di quelle coi balconi in legno con le incisioni decorative, una di quelle con le tendine inamidate, i mobili rustici e le foto senza polvere.

Mi racconta la sua vita con dignità e contegno dei montanari, ma senza quella diffidenza maliziosa di chi vuole farti fesso. Sembra molto sola.  E stanca. Ma è  ospitale.

- Tu hai studiato perché parli bene
- Ti voglio dare la ricetta del risotto con le zucchine. E tu ce l'hai una bella ricetta col basilico?
- La vita è un destino che non puoi comandare. Io certe cose me le sogno e poi si avverano.
- Ma poi torni a trovarmi la prossima volta che passi di qui?

La ricetta di una pasta con base di pesto, melanzane, pomodorini e pecorino ce l'avevo. E lei se l'è voluta scrivere. Annotava piano, perché la compagnia che ti regala una sconosciuta che ha tempo a sufficienza per sentire accenni di una vita di felicità e tragedie, mica la si può avere ogni giorno.

E mentre era intenta a segnare nero su bianco i passaggi, gli ingredienti e le dosi, io sentivo già il bisogno di raccontare della Signora Elena - che lavorava nella trattoria Milvia per andare a Morbegno - mi son detta "O le faccio una foto o mi prenderanno per la cazzara in vena di condividere balle".

Mi ha lasciata con parole che mi hanno fatta riflettere, ma anche sorridere. Le lascio qui, perché non le voglio dimenticare:

- Vedi come sei fortunata? Non sei sposata e non hai figli. Puoi costruire tutto da zero.
- Stai con gli amici, viaggia, prenditi cura di te. Non uscire con chi capita, non andare a ballare. Perché il destino arriva sempre e solo quando vuole lui. E se uno ti vuole bene. Lui ti trova.

Ho sgranato gli occhi, un po' in soggezione, forse anche un po' desiderosa di dare credito a quello che mi diceva e ho sorriso.

Mi sono sentita dire che ero bella e che sembravo brava e buona. Chissà se mi si legge in faccia anche quanto sia scema. E quanto male faccia ancora ricordare.

Le ho promesso di portarle un pezzo di torta e di tornare a trovarla. E voglio essere di parola.

mercoledì 10 agosto 2016

Di chi non pagherà mai.


Medical Surity:
You Can Get PTSD From Staying In An Emotionally Abusive Relationship

Stop. Just stop asking why a woman is so stupid and so weak when she stays in an abusive relationship. There’s no answer you can possibly understand.

Your judgment only further shames abused women. It shames women like me.

There was no punch on the very first date with my ex. That’s not normally how abusive marriages start. In fact, my first date was probably pretty similar to yours: he was charming, he paid attention to me, and he flattered me.

Of course, the red flags were there in the beginning of my relationship. But I was naïve, probably much like you were in the beginning of your relationship.

Except my relationship took a different turn than yours.

An abusive relationship takes time to build. It’s slow and methodical and incessant, much like a dripping kitchen faucet.

It begins like a little drip you don’t even notice — an off-hand remark that is “just a joke.” I’m told I’m too sensitive and the remark was no big deal. It seems so small and insignificant at the time. I probably am a little too sensitive.

I occasionally notice the drip but it’s no big deal. A public joke made at my expense is just my partner being the usual life of the party. When he asks if I’m wearing this dress out or whom I’m going with, it only means he loves me and cares about me.

When he tells me he doesn’t like my new friend, I agree. Yes, I can see where she can be bossy. My husband is more important than a friend, so I pull away and don’t continue the friendship.

The drip is getting annoying, but you don’t sell your house over a leaky faucet.

When a playful push was a little more than playful, I tell myself he didn’t really mean it.

He forgets he’s stronger than me. When I confront him in yet another lie he’s told, he tells me I’m crazy for not believing him. Maybe I’m crazy … I’m beginning to feel a little crazy.

I begin to compensate for the drips in my relationship. I’ll be better. I’ll be a better wife. I’ll make sure the house is clean and dinner is always prepared. And when he doesn’t even come home for dinner, I’ll keep it wrapped and warmed in the oven for him.

On a night I’m feeling feisty, I feed his dinner to the dog before he comes home. I’m not feeling quite as smug well after midnight when he does show up. I quickly get out of bed and go to the kitchen as he yells at me to make him dinner.

Waking me from sleep becomes a regular occurrence. I no longer allow myself deep, restful sleep. I’m always listening and waiting.

The drip is flowing pretty strong now. I’m afraid to put a bucket under it and see how much water I’m really losing. Denial is setting in.

If I hadn’t said what I did, he wouldn’t have gotten so mad. It’s my fault; I need to just keep quiet. I should know better than to confront him when he’s been drinking.

He’s right — I really am an ungrateful bitch. He goes to work every day so I can stay home. Of course he needs time to himself on the way home from work each day.

On the rare occasion I do meet with my friends, I rush to be home before him. I never ask. I mustn’t inconvenience him.

We attempted counseling. Although neither of us was totally honest about why we were there, the counselor was open with us about their concerns.

I’m working so hard to be the perfect woman and have the perfect family that I don’t take the time to notice there’s water spilling on to the floor.

I know what will make this better. I’ll get really active outside the home but of course, I’ll still take care of everything in the home and never burden him. And I’ll never dare ask for help.

I work very hard to present the front of a perfectly happy family.

I’ve begun to drop subtle hints to the other people but when they confront me I adamantly deny it. No, everything is great, I insist. I point to all the happy family photos I post to Facebook as evidence.

I’m not sure which scares me more: the fear that others will find out my secret, or that he will find out I told the truth about our us. I realize I’m now afraid of him.

And then one day, I wake up and realize the house is flooding. My head bobs under the water. I’m scared.

Oh dear God, what have I done? How did we get here? Who have I become?

I want to leave.

Where would I possibly go? And if I do go somewhere, what will I do? How will I afford living on my own?

He’s right — I have no skills to survive on my own.

“What, you want to leave and go whore around?” he yells to me. “I always knew you were a slut.”

He’s a master at deflection. His actions are no longer the focus; I’m the one on trial now.

I’m no longer the woman I was on our first date. I’ve become timid and weak in front of him. I feel defeated. I chose this man. It’s my fault.

With every breath I take, it’s my duty to keep the dog safe and keep my life together. It’s the only life I’ve known for the last two years.At this point, I don’t know how to do anything else.

I stay.

The flood continues. My head bobs under a second time.

On a typical anger-filled evening, I say enough is enough and I decide to fight back. But even in his stumbling drunken stupor, he’s stronger than I am.

I see the look in his eye as he hovers over me.

“Go ahead and leave,” he sneers to me. “But the dog stays here.”

My retreat that night is all it takes to turn the faucet on all the way and force me to tread water, if not for my life, then at the very least for my sanity.

Despite my best attempts, my secret has been exposed. I can’t just up and leave like well-meaning friends tell me to. It’s not that easy.

I’m one of the lucky ones. I’m no longer in that relationship, yet my scars run deep.

Abuse doesn’t always manifest as a black eye or a bloody wound. The effects of psychological abuse are just as damaging.

I stayed for the sake of my love and dreams. Now, I blame myself for the effects staying may possibly have on me.

Why did I stay? I stayed because I was isolated; I was sleep deprived; I was told and I believed I was worthless; I was worn down from constantly being on guard for the next attack.

I stayed because I was more afraid to leave.


Source: http://www.yourtango.com/2015276377/you-can-get-PTSD-from-psychologically-abusive-relationships

domenica 31 luglio 2016

Di quello che è successo

E poi è successo che, di ritorno da Las Vegas, sia partita anche per l'Olanda e che sia riuscita a rendere costante una collaborazione professionale che ora mi impegna ogni giorno dal lunedì al venerdì.

E poi è successo che abbia sentito la voglia e spesso il bisogno di scrivere, ma che mi sia imposta di non farlo - se non via social - per evitare di recriminare sul solito dolore, per non dare al peggio di me la possibilità di avere la meglio e per non continuare a infilzare lame dentro a ferite che non ne volevano sapere di rimarginarsi.

E poi è successo che mi sia ritrovata a perseguire l'equilibrio, la sensatezza, la pacatezza, perché convivere con aspetti del mio carattere che mi sfiniscono quanto delle montagne russe di entusiasmo e disperazione, mi stava logorando.

E poi è successo che abbia deciso di avere cura di me stessa come se si trattasse di qualcuno che amo, ritrovatosi in una condizione di grave difficoltà, e mi sono accorta di quanto poco basti per accarezzarsi anziché infliggersi nuove mortificazioni.

E poi è successo che persino la pelle più sottile e delicata si sia ispessita e che abbia ricominciato ad alzare la testa, certa del fatto che solo credendoci, avrei iniziato a venirne fuori.

E poi è successo che mi sia ritrovata a provare sdegno, perché i filtri spessi dell'amore, o chi per esso, rendono ciechi, stupidi, insensati e anche parecchio ritardati.

E poi è successo che mi sia ritrovata a piedi nudi nell'erba, con la testa bagnata al sole, con il viso senza trucco e le guance asciutte. E allora è successo che abbia trattato me stessa con rispetto e benevolenza, scacciando le colpe insensate e le malinconie di film proiettati soltanto tra le lacrime dei miei occhioni miopi dalle ciglia troppo lunghe.

E poi è successo che mi sia tornata la voglia di dire.
E anche quella di raccontare.
Ma ancora di più, quella di ricominciare ad essere.

mercoledì 22 giugno 2016

Dei Souvenir da Las Vegas: una guida ai 10 gadget indispensabili. E pure trash.


Quali sono gli oggetti da riporre in valigia dopo un soggiorno a Las Vegas? In che modo orientarsi sugli acquisti e sui souvenir che verranno regalati a parenti e amici? Ecco la mia guida per lo shopping, oggetti selezionati meticolosamente, tra cui quello che vi ritroverete tra le mani a distanza di sei mesi dal vostro ritorno e che vi farà dire a gran voce: Ma, porca miseria, me lo sono comprato veramente?!

Poco prima della partenza mi sono ritrovata a scrivermi con la mia ex compagna di Università, nonchè cara amica, Stefania e lei - nel raccontarmi della propria esperienza a Las Vegas - mi ha accennato ad una caratteristica dei negozi in cui ci si imbatte in ogni dove - e a qualsiasi ora del giorno e della notte - in quel dell'oasi luccicosa del Deserto del Nevada, ovvero: sono tutti indistintamente rivenditori di paccottiglia.



Con il termine paccottiglia intendeva anticiparmi che mi sarei imbattuta in una serie inenarrabile di gadget a basso costo, probabilmente made in China, e marchiati in modo seriale dalla scritta "Welcome to Fabulous Las Vegas". Ecco, non avrebbe potuto ringalluzzire meglio la mia curiosità e, di pari passo, nutrire la mia smania di rendere tutto quel ciarpame mio, non appena avrei messo piede sul suolo del paese a stelle e strisce!

Da sempre sono un'amante dei gadget, ma negli ultimi due anni - diamo a Cesare quel che è di Cesare, anche se meriterebbe solo calci sui denti - questa tendenza si è trasformata in una vera passione e, conseguentemente, si è raffinata sempre più. Se avete una predilezione per i memorabilia, sappiate che a  Las Vegas sarete a casa. E se avete tendenze rockeggianti, ancor di più rock'n'roll, avrete di che riempire i vostri bagagli.

Ma veniamo alla lista degli oggetti trash e indispensabili, quelli senza i quali potreste sentirvi monchi, zoppi o anche soltanto insanabilmente infelici.


1. Souvenir da casinò.
Fiche usate, mazzi di carte sui quali non è più possibile puntare, ma anche dadi. Quali migliori amuleti per attirare quel po' di fortuna che fa sempre tanto comodo a tutti noi? Io ho preso le carte dell'Hard Rock Cafe, ma fate attenzione quando le comprerete: i jolly potrebbero essere stati rimossi!

2. Bicchierini da shot, o da liquorino. Vedete voi come chiamarli, ma i vostri digestivi saranno contenuti in bicchieri senza rivali. Io ho assemblato un set da sei pezzi, per un totale di 5.94 $. Perché certe volte sognare costa così poco che è un crimine non farlo. Nice and easy, huh?

3. Dadi di peluche
Da far penzolare dallo specchietto retrovisore ed esibire gloriosamente. Anche perché se una macchina ha l'ambizione di distinguersi da tutte le altre, non deve semplicemente essere una bomba su ruote e avere una carrozzeria da sogno o un motore ruggente, ma può anche essere la nostra amata utilitaria, customizzata con almeno un adesivo, almeno un deodorante buffo e nauseante e almeno una decorazione capace di oscillare tra l'improponibile e il redneck, il vergognoso e l'imbarazzante, ma anche tra il kitsch e la tamarrata.


4. Snowballs: palle di neve per tutte le stagioni
Perché confinare un oggetto decorativo all'espozione natalizia quando lo si può gustare durante tutto l'arco dell'anno? Le palle di neve più tipiche riportano il cartellone che dà il benvenuto all'ingresso in città oppure miniature della città stessa. Quello che ho scelto per me è una fusione tra simboli delle carte e l'insegna famigerata, piazzata in ogni dove. Mi è capitato spesso di capovolgere la mia snowball, di guardarmela e di mettermi a sorridere, perché spesso più un oggetto è privo di qualsiasi utilità, più lo ho a cuore.

5. Magliette 
Indispensabili per dar sfoggio della vostra avventura al rientro. Quella che mi sono regalata è apparentemente sobria: nera, di buona fattura, con un bel logo della città, copiosamente glitterato. Ma il bello arriva voltando le spalle, perché lungo tutta la schiena si dispiegano un bel paio d'ali. Anche il demonio era un angelo pentito, o no?


6. Magneti 
Ce ne sono di ogni tipo, dimensione, colore e prezzo.  Solitamente, la spesa supera di poco il dollaro. Quelle che ho deciso di regalare - come segno di buon auspicio - sono delle maxi fiche, chiamate Lucky Chip, che in base al colore riportano l'ammontare del valore della puntata. Per ora sono state gradite tutte quelle che ho potuto recapitare.
Per quanto riguarda gli acquisti di natura personale, me ne sono concessa qualcuna un po' più particolare, tra cui il retro del pick up (detto truck) di Toby Keith e una donnina provocante sullo sfondo di un asso di picche (che mi ha subito riportato alla mente l'Ace of Spades del compianto Lemmy).

7. Mug
Dai, non si può andare in vacanza e non riportarsi a casa una tazza, che sia da tè , da caffè, una jar, una roba termica o un contenitore adatto alle bevande fredde. Chiunque voglia essersi sentito a casa in America, dovrà portarsi a casa uno di questi ricordi fondamentali. La mia è abbastanza economica e rigorosamente appariscente, e con lei sono riuscita a coniugare una bassa spesa a qualcosa che sem-pli-ce-men-te adoro!

8. Burro Cacao
Sì, avete letto bene. Senza burro cacao sarà dura sopportare le interminabili ore di volo per e dagli USA, ma anche mentre sarete a passeggio per la Strip, la temperatura torrida farà reclamare alle vostre boccucce un po' di idratazione. Qualcuno di voi potrebbe anche mugugnare: Beh, ma io me lo porto da casa, allora.
E a ciò ribatto senza indugio: rinunciando così ai gusti Piña Colada, Vegas Cherry o Martini? E rischiando così di non essere gli artefici della felicità delle amiche più care? Tsè!



9. Portachiavi e apribottiglie
Solo apparentemente questi sono i regali dell'ultimo minuto, in realtà rappresentano un dono impersonale, presumibilmente utile, non ingombrante e dallo stile più disparato, perfetto per ogni tipo di ricevente. Io credo di essermene presa qualcuno di troppo, ma avrò modo di usarli, riciclarli o anche solo conservarli per riguardarli ogni tanto!

10. Luggage tag, etichette plastificate per bagagli
Da riservare al vostro bagaglio a mano, perché poter avere tra le grinfie una targhetta così carina, vi sara costato, probabilmente, un occhio della testa e una bella trasvolata oceanica.
Io me ne sono concessa due, perché ero indecisa sul colore, ero troppo stanca per fare qualsiasi forma di acquisto e, nel dubbio, ho scelto di aggiungere un articolo in più in cassa, pur di scongiurare qualsiasi forma di pentimento postumo.


Nota 1
Las Vegas non è a misura di animali domestici 
Un cane rischia - detto senza mezze misure - di morire se esposto alle temperature già intollerabili per noi, di asfalto, strade, ma anche di condizionatori impostati in modalità Viva La Siberia!
I negozi non sono orientati verso la vendita di prodotti per cani o gatti e tra quel poco che si trova ci sono collari dal dubbio gusto oppure semplici bandane. E io ho preso al mio Bloody questo straccetto di stoffa rossa, che, pur essendo senza infamia e senza lode, è di una tonalità vivace ed è corredato da una scritta a prova di sorriso. E prima o poi gliela farò indossare durante una bella passeggiata, magari non quando si suda da fermi, perché va bene la simpatia, ma il caldo non è uno scherzo e un colpo di calore ancora meno.


Nota 2
Addobbi fuori stagione
Prima o poi avrò di nuovo un mio albero di Natale, un bell'alberello che nessun prepotente deciderà di tenersi assieme al resto di ogni oggetto acquistato in comune. E quel Natale, esporrò questa decorazione - tanto buffa quanto adorabile - perché un Babbo che riceve un bacio da una sventola di ballerina, non potrà far altro che essere ben augurante.
E se mai non dovesse riuscire ad essere un portafortuna, so per certo, che riporterà alla mia mente un ricordo felice: quello del primo viaggio della mia nuova vita.

sabato 18 giugno 2016

Del centesimo post su Dramas and Cookies



Un momento da ricordare. Un momento in cui fermarsi, prendere fiato, guardarsi attorno e capire che cosa stia succedendo, che cosa sia già successo, che cosa non debba mai più succedere e capire in che cosa potrei impegnarmi per far succedere quello che ancora aspetto.

Un vassoietto di sushi, portato amorevolmente a casa per cena. Io il sushi lo mangio con le bacchette, ma non sono capace di usarle. Ho comperato un pupazzetto che le tiene unite per l'estremità superiore, eppure - nonostante la Lidl si sia messa d'impegno per togliermi almeno una difficoltà -risulto ancora goffa e imbranata davanti ai bei rotolini di riso gustosi e colorati. E quindi partiamo da questa inquadratura: una tavola imbandita, tre adulti intenti a cenare, un cagnetto che scodinzola e bacchette che non vogliono saperne di collaborare con la consumazione del mio pasto.

Parlo con i miei di un nuovo viaggio che mi è stato proposto, questa volta un'avventura on the road in nome di un'Amicizia che da vent'anni è parte della mia vita. Un viaggio in auto, verso Nord, un viaggio per vivere qualcosa che da sempre ci ripromettiamo, ma che le circostanze e le gabbie in cui mi sono voluta rinchiudere non hanno mai reso possibile. Un viaggio che fa parte di quel percorso di liberazione che voglio che mi conduca ad una consapevolezza di me, della quale non mi sono ancora mai saziata in tutta la vita.

Non chiedo mai pareri, non chiedo permessi, solitamente annuncio, a decisioni prese o cazzate fatte, quale sia stato il mio ultimo colpo di testa e metto un po' chi mi capita a tiro con le spalle al muro. Prepotenza? No, giuro, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di essere prepotente. E' che o faccio così o rimango immobile nei tentennamenti e nelle insicurezze che mi impediscono di prendere qualsiasi decisione.

Parlando a tavola ho detto al mio papà "Tu cosa ne pensi?" e lui, bonariamente come sempre, ha esordito con la frase più naturale del mondo, parole che mi hanno rifilato uno schiaffone a cinque dita in pieno volto "Ma Erica, hai quasi quarant'anni cosa vuoi che dica io?".
Minchia. 

Puttana eva. 

Ma chi?
Ma come?
Ma che cazzo?!
Quasi quarant'anni.


Ma io non li ho quasi quarant'anni, non posso averli: vi siete sbagliati. Papà, ti hanno fregato, la memoria ti fa cilecca, di sicuro hai preso un granchio. Papà, fai qualcosa, cazzo: io non posso essere ad un passo dal baratro dei q-u-a-r-a-n-t-a.

Da una frase così innocente è nato un dramma personale, perché se questo blog si chiama Dramas and Cookies è evidente che un filo di verità sia contenuta nel nome che ho deciso di attribuirgli. Ecco, allo scoccare dei cento post su questo diario, mica poi tanto segreto, alla soglia dei quaranta, forse è il momento di annotare quello che non ho, perché quando i post saranno duecento ho intenzione di giungere ad un bilancio nettamente diverso e concretamente più positivo.

Io non ho costruito una famiglia mia, ce l'ho messa tutta e ho toppato in pieno, e troppo spesso temo che sia troppo tardi per riprovarci.
Io non ho nessun essere umano da amare come si ama qualcuno che fa battere il cuore, anzi, a stento mi tollero allo specchio, figuriamoci come possa pormi nei confronti di bipedi in genere.
Io non ho un lavoro fisso e continuativo, non ho entrate solide e gratificanti, sebbene della costellazione di lavori che svolgo, non ce n'è uno che non mi appassioni.
Io non ho una casa e quindi non ho ferraglia di chiavi che aprano una serie di portoni e porte che mi conducano ad un angolo di mondo che ho saputo mettere in piedi con le mie mani.
Io non ho un progetto definito da perseguire, perché vivo in funzione del rimettermi in piedi, dell'imparare a non piangere sempre, dello sforzarmi a non lasciare che tutto vada alla deriva. E non è che abbia chissà quante energie avanzate in questo bel periodo da dimenticare.
Io non ho fiducia negli altri, ma ne ripongo solo nella mia famiglia e in una manciata di amici che mi tengo stretta a due mani, forse stringendo persino troppo.
Io non ho solidità e posso solo contare su quella che mi viene offerta senza riserve, in palmo di mano.
Io non ho ancora capito se da certe rovine se ne venga davvero fuori o se si debba fingere per sopravvivere oppure sopportare pazientemente fino a quando il tempo non avrà fatto il suo corso.
Io non so come abbia fatto a mettere nero su bianco questa lista.


Stamattina, mentre Bloodino mi portava a passeggio ho guardato i necrologi e, davanti all'edicola sulla via per Desio, ho sentito una lacrima rigarmi il viso all'idea di me sola, con nessuno al mio funerale, con nessuno che si premurasse di dire "La stronza è schiattata".
E mi sono sentita sollevata, alleggerita, confortata. Perché lo stesso pensiero io l'avevo visto al cinema, perdendomi nel destino favoloso di  Amélie Poulain. E - sebbene lei fosse drasticamente più giovane - la sua vita, all'improvviso è cambiata, complici una serie di mirabolanti avventure nelle quali ha deciso di imbattersi, ostinarsi e crederci.

Otis Redding cantava, gridava e straziava con la sua I've got dreams to remember. Ecco, io, forse sto ricominciando a ricordare i sogni che avevo, quei sogni che ho dovuto, che ho voluto scagliare via lontano perché troppo impegnativi, perché troppo grandi, perché incompatibili con le pretese di ciò in cui avevo deciso di imbattermi.

I sogni che ho maltrattato, ad uno ad uno, mi stanno perdonando e mi stanno restituendo della consapevolezza, della nostalgia buona che mi infonde desiderio di non lasciare che tutto resti incompiuto.

Ballerò sola ancora a lungo, quel voltastomaco inflitto dal genere umano non fa che incedere giorno dopo giorno, ma non è detto che intanto io non possa almeno godermi la musica, fantasticare su quel che vedo sfrecciando per la strada, nutrirmi di quell'universo di dettagli in cui i miei occhi sanno perdersi, Per continuare a raccontare, perché almeno l'amore per lo scrivere, nessuno è mai riuscito a comprometterlo.

Non è un bilancio positivo e prenderne atto è una coltellata, ma non lo stilo nella disperazione delle menzogne, ma nella consapevolezza di aver scelto di essere libera.

Milvina Drama Queen, Erica: 100 post e quasi 40 anni.
Ma col cavolo che li dimostro, dai!

giovedì 16 giugno 2016

Di Las Vegas (che mi ha resa di nuovo Viva)




Mi ero ripromessa questo: prima scrivi gli articoli, li invii al giornale e poi, semmai, ti metti di buzzo buono e ti dedichi ai ricordi legati a Las Vegas. Una ricompensa da aspettare e poi riscuotere gioiosamente? Oppure un invito senza mezze misure a non procrastinare? Per dovere di cronaca mi preme comunicare, in modo piuttosto compiaciuto, che gli impegni sono stati portati a termine, le scadenze sono state tutte rispettate e ora posso mettermi finalmente a raccontare del mio breve viaggio.
Ascolto Toby Keith, scoperto in quella che chiamavo casa fino a tre mesi fa. Lui è stato un compagno di rare notti romantiche che avevano le sembianze di un bella fiaba - rivelatasi poi il più detestabile degli incubi - ma ancor di più compagno di pulizie affannate, faccende domestiche imbronciate, stirate solitarie e azioni tanto devote quanto ripetitive, eppure piene di illusioni cretine. Illusioni accuratamente tradite con sadismo da parte di quello in cui venivano riposte, illusioni che credevo dovessero essere il più importante degli scopi della vita. Un po' come se, sistemando ossessivamente la casa, anche il resto e anche lui si sarebbero sistemati.


Ho deciso che Mr. Keith sarebbe stato la colonna sonora di questi pochi giorni oltreoceano, perché dopo tutto quello che ho dato, perso e dovuto regalare, invano, avevo bisogno di tenermi almeno qualcosa di buono. Sono da poche pretese, ma non a buon mercato ed è per questo che mi approprio di una manciata di canzoni fatte di quel country che sapeva tenermi compagnia incoraggiandomi, avvolgendomi in atmosfere di una vita agognata da sempre, una vita che chissà se si farà mai anche solo sfiorare dalle mie dita ruvide.



Avevo bisogno quanto l'ossigeno di andare via, di allontanarmi, di scappare, per certi versi. Anche se solo per poco.
Bramavo una pausa e quella che mi hanno offerto è stata una benedizione - estenuante eppure incredibile - durante la quale ho potuto fare un po' di conti con me stessa, riappropriandomi di quella parte della mia natura che devo aver buttato via assieme al vetro delle  bottiglie che mi hanno svuotato prima l'anima poi la voglia di vivere man mano che il tempo trascorreva.
Ma il vetro si ricicla, e così ho fatto io con me stessa. E nella Città del Peccato ho ritrovato autostima, amor proprio, persino affetto per quella me così rincoglionita e cazzona da avermi rovinato la vita, ma non il resto della vita.


Las Vegas è luci colorate sempre accese, eccessi in parte inconcepibili e in parte comici. Las Vegas è balordi che bruciano alle macchinette tutto quello che hanno in tasca, accanendosi, e non badano che sia mattina, pieno giorno o notte inoltrata. Las Vegas è mazzieri che prima sbadigliano e poi ti sfoggiano il più grande dei sorrisi se gli passi vicino, perché lavorare a percentuale - e a mance - non credo che faccia arrivare sereni a fine settimana, quando è giorno di paga. Las Vegas è negozi aperti ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni su sette, è contrasti così forti da straziare, assurdità che ti fanno vergognare di aver distolto lo sguardo per non vedere e, sotto certi aspetti, è impotenza allo stato puro. Las Vegas è ragazzi rassegnati, sporchi, in branco, ubriachi da far schifo, impolverati, buttati a terra accanto alle loro scritte su pezzi di cartone buone giusto a rimediare qualche spicciolo, ma ragazzi che se ti vedono con un bel vestito, ti sorridono - sdentati - e ti regalano una parola buona, dolce, premurosa, magari un po' grossolana, però bonaria e rispettosa: anche se tu non hai nulla da lanciargli in cambio.


Las Vegas è turisti vistosi, affannati, sudati, cafoni, prepotenti, curiosi, vestiti di colori sgargianti in tagli di abiti che non perdonano nessuno dei vizi che si sono concessi negli anni; turisti seriali, desiderosi di accumulare, di portare a casa, di avere sacchi pieni di compere da sfoggiare: re e regine dallo scettro da selfie sempre pronto ad essere allungato, poco prima di scattare la milionesima foto-cheese. Las Vegas è prostitute appariscenti, bellissime, ammiccanti, generosamente disponibili ai tavoli da gioco, eppure quelle stesse donne - prima dell'alba - tornano a essere soltanto ragazze stanche col trucco colato che, ciondolando su tacchi improbabili, se ne tornano a casa dopo ore di lavoro, presumibilmente da voltastomaco. Las Vegas è aria condizionata con temperatura siberiana anche a cielo aperto (perché vaporizzata) e nei parcheggi; è lusso ostentato, cerimoniali da film muto di inizi Novecento e costruzioni mastodontiche, sfacciate, plasticose, eppure belle come le attrazioni di un immenso luna park.


Las Vegas è tassisti cubani in cerca di un briciolo di umanità e di scambio di voci, mentre ti accompagnano in Cadillac Escalade verso l'aeroporto, ma anche tassisti di origine filippina che dalla loro Lincoln, ti elencano meticolosamente i nomi di ogni singolo hotel, resort e casinò e - ad ogni semaforo - ti ripetono come una cantilena almeno un paio di aneddoti che ti fanno sorridere e annuire in segno di approvazione, stupore ma spesso anche non-ho-capito.


Las Vegas è l'America che mi mancava fino a stare male, l'America che non ero ancora riuscita a vivere se non negli intenti, l'America che non mi sarei mai potuta permettere di rivedere in tempi brevi, l'America che avevo dimenticato e che ho ritrovato: l'America da sola, per la terza volta.


Las Vegas è stata il riappropriarmi del tempo secondo i miei bisogni, secondo i miei desideri, secondo le mie inclinazioni e secondo i miei ritmi, i miei soli ritmi. Ho adorato non dover rendere conto a nessuno, non dover svegliare nessuno, non dover pregare nessuno di non esagerare, non dover aspettare che ci si alzasse dal tavolo di un locale mentre sentivo di perdere tempo prezioso per vedere, toccare, sentire e prendere a due mani un pezzo di mondo nuovo e sconosciuto. E ho constatato che nella vita che credevo sarebbe durata per la vita, non avrei mai potuto godere di tutto quello di cui ho fatto esperienza in modo fiabesco, volutamente appassionato, genuinamente pieno di entusiasmo come ho fatto da sola.

Las Vegas mi ha ricordato quanto io possa essere in pace con me stessa nonostante ci possano essere migliaia di specchi a circondarmi, mi ha mostrato che non sono invisibile, che non sono del tutto sbagliata e che non sono nemmeno così ingombrante, inutile, misera, come qualcuno voleva che diventassi, per godere del male che mi infliggeva. Questa città così viva e travolgente, che ho definito affettuosamente la Rimini d'America con un' Amica, si è presa cura di me come una buona zia, come chi sceglie di averti a cuore e di accudirti senza chiederti niente in cambio, se non rivederti sorridere non appena ne hai le forze, la voglia, lo slancio.

E allora Viva Las Vegas, luogo dove ho deciso di sposarmi in gran fretta con le mie tettone, i miei occhioni, il mio sorriso grande e la mia lingua biforcuta, con le mie gambe e con la mia pancia, con le mie braccia sempre più piene di disegni e piedi con le unghiacce smaltate, ma sempre troppo stanchi.

Viva Las Vegas! Fiabilandia nella quale ho promesso Amore Eterno - davanti a Dio, al cielo più grande che ci sia, ad Elvis, ai Kiss mezzi nudi in strada, a Topolino e ad ogni singola vescica che mi è venuta miglio dopo miglio - ai miei sogni appena rifioriti e a come sono, ai miei sbagli, ma ancora di più al credere che il meglio mi stia aspettando e debba ancora arrivare. Che non tutto sia perduto, che abbia solo smarrito la via, ma che sappia esattamente come ritrovarmi .

Che Viva la luccicosa Las Vegas
e che sia gentile con voi come lo è stata con me se potrete, se vorrete mai andarci, perché in me il suo ricordo viva, pulsi e gridi sempre tutto quello che non sei riuscito a spegnere, distruggere e far morire.

Persino il più lacerato dei cuori può essere ricucito e a me non mancano né ago, né filo, né mani per rimetterlo insieme.
I know your head is turning
I know your heart is burning
Girl, you gotta listen

Don't you know he ain't worth missing
(Toby Keith)


martedì 7 giugno 2016

Dei voli internazionali interminabili: una guida per la sopravvivenza.

Io non so che cosa mi stia succedendo, ma anno dopo anno, volo dopo volo, la mia angoscia, il mio catastrofismo e il mio panico accrescono esponenzialmente quando mi ritrovo ad alta quota, ben ancorata ad un sedile di una Simmenthal volante.

Colpa dei pochi viaggi? Macché! A quelli mi ci ha fatta abituare l'entusiasmo fin da quando ero ragazzina e posso dire di aver goduto del privilegio di aver perso il conto dei decolli e degli atterraggi, così come delle mete nelle quali ho potuto trascorrere più o meno tempo.

Ma allora che cosa mi succede?

Mentre scrivo, sono da qualche parte in mezzo all'oceano Atlantico, direzione Miami, ovvero prima tappa di questo viaggio che in sole 24 ore mi condurrà da Malpensa a Las Vegas. Non avendo voglia di leggere, di guardare un film o di fare le parole crociate, mi metto a scrivere e penso a quei ragazzi appena sposati, alla tizia in tacco 12 a quell'altra in sandali che si son beccati una non-stop di dieci ore filate e che sono visibilmente disorganizzati e scomodi nel loro viaggiare.

A seguire una serie di consigli appresi di prima mano, ricevuti ad ogni nuova avventura. Sono  suggerimenti trafugati studiando gli altri viaggiatori, pensate geniali scambiate condividendo ore o giorni, dei salvavita appresi a seguito di conseguenze più o meno gradevoli che ho avuto modo di fare sulla mia pelle. Consigli magari ovvi, volutamente tragicomici, ma indicazioni che mi sembra opportuno annotare: alla peggio torneranno comodi solo a me.

1. Prima di partire fate una lista di tutto quello di cui potreste aver bisogno mentre siete via, suddividetela per argomenti, ed iniziate ad elencare - il più precisamente possibile - quello che vi potrebbe occorrere. Documenti, vestiti, accessori, medicine, prodotti per la cura della persona,  accessori, extra che ritenete imprescindibili.
Iniziate a stilarla almeno una settimana prima di mettervi a fare i bagagli. Più accurata sarà la lista, più universalmente valida sarà, e - abbreviata o allungata - sarà vostra alleata per la preparazione di ogni valigia successiva da quella per un weekend, al viaggio sabbatico di un anno. Annotatela quindi su una rubrica, un'agenda di casa, il vostro diario, salvatevela su un drive oltre che sul pc, inviatevela via mail. Insomma, non relegatela ad un foglio di carta straccia.

2.Vestitevi comodi e abolite ciò che vi sta stretto già mentre guidate, un conto sono un paio d'ore di volo, un conto è una trasvolata oceanica. Ogni fastidio legato a ciò che indossate verrà pagato a caro prezzo con il trascorrere del tempo. Ricordatevi che una felpa va portata anche con 45°C  al suolo, perché immobilità e temperature siberiane a bordo, favoriranno lo smoccolamento del vostro naso, poi di quello dei santi del calendario quando vi ritroverete influenzati.

3. Se siete donne truccatevi il minimo indispensabile, anzi, se avete già un uomo o se la vostra destinazione è l'Afghanistan (e quindi si suppone non vi interessi la fauna locale) evitate proprio di farlo. La pelle in aereo tende a seccarsi per colpa del condizionamento dell'aria. Io viaggio senza trucco - anche perché mi viene da star male all'idea di riaccasarmi - e tengo a portata di mano in una pochette: sapone, crema idratante e burro cacao . Li applico almeno ogni 3/4 ore, o meglio, in corrispondenza di ogni sonnellino e risveglio. Io mi porto anche una lavetta, perché quando passo la carta sul viso per asciugarmi, mi sento più sporca di prima che me la lavassi.

4. Bevete il più possibile - non ho detto di ubriacarvi che tanto è aggratis - e se potete, magari, evitate di fare come la sciura della Florida che mi siede accanto e che, nel giro di sei ore di volo, si è già tracannata cinque bicchieri da bibita colmi di vino rosso e due birrette. Fatevi sempre dare almeno un bicchiere d'acqua ad ogni giro di hostess e steward e buttateci dietro quel che più vi pare. Ecco, se avete la tendenza al mal di panza evitate di bere troppe bibite gassate in quanto - in quota - sono difficilmente digeribili. Non vorrete mica ritrovarvi ridotti allo stato gassoso, o  no?

5. Se siete deboli di stomaco - oppure rompini o sfigati con l'alimentazione - portatevi i vostri snack, perché la noia, così come l'immobilità portano a desiderare di mettere qualcosa tra i denti, e quasi mai per autentica fame. Se amate la frutta portatevela da casa,  perché il Minute Maid può ricordare l'arancia, ma di arancia dentro ne ha ben poca, e io  proprio oggi , ho rimediato un terribile crumble alla ciliegia come surrogato della frutta.
È buona norma, quindi, non dimenticare mai un antiacido in compresse oppure un'anti-nausea se di soprannome fate Vomitillo Malcontento. E ricordate che anche i chewing gum vanno centellinati, perché vi gonfiano, e poi ruttate, e poi mi tocca menarvi se mi sedete accanto.
In ogni caso, sappiate che nei voli intercontinentali sarete coccolati, nutriti e tendenzialmente inchiattati a volontà.

6. Portatevi il cuscino a mezzaluna, la maschera per coprire gli occhi e i tappi per le orecchie. Non scherzo, vi salveranno quando sarete morti di sonno e non riuscirete a spegnervi. Il cuscino sceglietevelo strafigo, ma deve essere comodo e schiaffatelo nel bagaglio a mano: categoricamente, pena annullamento del volo. Ve ne sarà fornito uno di cortesia, grande come un vassoietto e inutile come le indicazioni delle uscite di sicurezza prima del decollo. Avrete anche un plaid, ma se volete evitare bocche aperte, craponi ciondolanti e resurrezioni dall'oltretomba, tenere ben fermo il collo, come se ve l'avessero ingessato, quella mezza ciambella vi sarà d'aiuto.

7. Infine, se siete affetti da almeno due o tre queste patologie:
- Oddio, moriremo tutti!
- Oddio, precipiteremo!
- Oddio non rivedrò mai più il mio cane e non mangerò mai il nuovo Magnum con copertura al doppio cioccolato!
- Oddio quello col turbante che si è appena alzato in piedi, ora si farà esplodere e ciao pepp!
- Oddio, una turbolenza, adesso accendo il cellulare per postare su Facebook che non posterò mai più (se non dall'Aldilà)

Provate con questi aiuti che ritroverete accanto a voi, pronti  a soccorrervi.


- Cercate l'equipaggio, se vedete la crew sul pallidino andante, seduta, con le cinture di sicurezza ben allacciate e intenta a pregare, allora siete spacciati: buonanotte ai suonatori, tirate fuori il violino alla Titanic e non serve che leggiate altro. MAscorgere in loro della naturalezza, distrazione, persino monotonia nello svolgere il loro lavoro, sarà un ottimo calmante: l'equipaggio tornerà a casa e voi con loro.

- Cercate un marmocchietto, più piccolo è, meglio è. Se è stato buono, allora merita di diventare grande, di vivere emozioni, di fare cazzate e di prendere un aereo tra vent'anni tutto solo senza i genitori. Se il piccolo è un bastardello, allora, merita di diventare grande e di vivere ogni volo con un suo degno erede che gli scassi le balle ad ogni singolo spostamento aereo, ferroviario e marittimo che sia, perché il Karma esiste, ah, se esiste.

- Pensate che quelli attorno a voi se la dormono beatamente e viaggiano nella serenità più assoluta e sfacciata... e fatemi capire: quelli devono scamparla e noi schiattare per aria come popcorn? Nah, non esiste.

- Se tutto questo non dovesse bastarvi, se non fosse sufficiente a ripristinare in voi la quiete e la spensieratezza, allora sappiate che ad un certo punto - nella stagione estiva - potrebbero porgervi, durante le vostre ultime preghiere, una coppettina di gelato, che vi farà stare bene come un grattino sotto al mento, come il sorriso di chi vi vuole bene. Perché persino nella disperazione più inconsolabile ad alta quota, lo stupore potrebbe spuntarla su di voi e su tutte le rogne e rognette che vi hanno fatto viaggiare inquieti.

Sono le sei e mezza di sera, ora italiana.
Scrivere ha fatto volare quasi un paio d'ore.
Me ne mancano almeno altre otto di volo e tre di scalo.
E come direbbe Coliandro: MINCHIA.

E non può succedere nulla perché me l'ha assicurato lo Steward. Perché lui vola da almeno una trentina d'anni. Intrattiene i bambini con giochi di carte, ingozza la vecchia di vino, mi dice che sembro una bambina e continua a prendermi in giro perché non crede alla mia età (sono vestita da Rita Pavone, nemmeno io credo al mio passaporto) . E siccome lui e il capitano fanno le veci del mio papà, mentre sono in mezzo alle nuvole a dar fastidio agli angeli, allora posso avere meno panico, meno angoscia, meno ossessioni. 

Bisognerà pur credere che tutto andrà bene, altrimenti che senso avrebbe desiderare un nuovo viaggio, una nuova avventura, persino di spiccare nuovi voli?




sabato 4 giugno 2016

Del femminicidio



Un pensiero incarognito sul femminicidio. 
O lo condivido o muoio avvelenata dalla mia stessa bile.

È che si dovrebbe smettere di chiedere alle donne "Come hai potuto permetterlo?". E ribaltare definitivamente di peso chi è colpevole. Partire quindi da un nuovo punto di vista : "Tu, pezzo di merda schifoso, come cazzo ti sei permesso?".

Ma chi infligge persecuzioni è furbo, sfacciato e chirurgico. Agisce nell'ombra, al buio, a porte blindate chiuse a doppia mandata: senza lasciare traccia. Nasconde per bene i segni che infligge e le mortificazioni con cui infierisce, certo del compiacimento che gli assicura che la passerà liscia. Anche stavolta.

Manipola la mente, la realtà, la volontà di chi gli è succube. Fa leva sul senso di colpa. Gioca sadicamente con i sentimenti di chi si illude che vaneggiando d'amore, dimostrandosi sempre più comprensivi e disponibili, si innescherà quel meccanismo capace di indurre il cambiamento di qualcosa o almeno di scongiurare degenerazioni persino peggiori di quelle che sono già - abitualmente - la regola.

Nemmeno la più tribale delle leggi del taglione basterebbe a risarcire un solo giorno di inferno, un solo momento di umiliazioni, una sola notte di disperazione. E l'inadeguatezza delle pene è il primo e il più spietato dei complici. Poi seguono la compiacenza,  lo scetticismo, la denigrazione, la percezione di esagerazione, il prendere le distanze e, infine, l'indifferenza degli altri.

Scarpe rosse per prenderli tutti a calci quelli così, prima sui denti, poi tra le gambe.
Scarpe rosse per scappare senza voltarsi indietro.
Scarpe rosse per celebrare la propria dignità ritrovata.
Scarpe rosse per farsi notare e camminare a testa alta: risorgendo.

giovedì 2 giugno 2016

Di KISS ROCKS VEGAS al cinema

kiss kiss army kiss rocks vegas

Quando ho saputo di questa proiezione, in principio, mi sono girate un po' le balle, perché internazionalmente il concerto è stato condiviso il 25 maggio 2016, mentre per Sud America e Italia lo spettacolo è stato posticipato al 31. Volevamo distinguerci? Mah, chissà, Di sicuro volevano che morissi di impazienza. Sta di fatto che giorno peggiore non avrebbero potuto infliggermelo: la mattina seguente la mia sveglia sarebbe suonata prima delle cinque, il mio treno sarebbe partito dalla Stazione Centrale in direzione Verona alle sette spaccate e le mie ore di sonno avrebbero rasentato le quattro e mezza scarse. Ma io sono roccherolle e non temo il sonno!

Gli intoppi non mi hanno fermata anche perché avevo dato la mia parola a qualcuno che merita che ogni promessa sia un debito e ogni patto rispettato, ragion per cui io e la mia sorellina Silvia, armate di popcorn (lei) e caramelle in confezione da chilo (io), ci siamo messe in poltrona a godere di uno spettacolo che - se solo avessimo potuto viverlo davvero - sarebbe stato quello della vita, in assoluto il più indimenticabile tra tutti i concerti visti e scaraventati addosso in nemmeno due ore di musica. 

kiss kiss army kiss rocks vegas


I KISS non si smentiscono mai e il mio amore per loro non fa che accrescere man mano che il mio processo di stagionatura avanza. In epoca social è delizioso poter seguire quelli che sono i tuoi idoli via Twitter o Instagram, impazzisco quando Paul Stanley condivide delle foto improbabili dei suoi desinaretti preparati per quella bonazza della moglie, o quando il buon vecchio Simmons fa da promoter ai figli. Attraverso i loro link, tweet e scatti viene però ridimensionata la percezione di "inarrivabile" e viene resa a portata di click, una sorta di intimità e prossimità. Ecco, non nascondo che forse questo processo manipola e annienta quella devozione che si rivolge ai miti, a quelli che attraverso la loro musica o la loro arte hanno guidato pezzi importanti della tua esistenza, eppure una sorta di smaterializzazione delle, so called, divinità ti porta ad apprezzarne maggiormente gli intenti e le opere. 

Lo spettacolo è stato girato all' Hard Rock Hotel & Casino di Las Vegas nel novembre del 2014 ed è un lungometraggio - introdotto da una serie di interviste che mostrano un lato molto affettuoso della band di New York e persino tenero il alcuni frammenti - rappresenta una sorta di tappa della maturità imprescindibile dal loro modo spettacolare di porsi. Las Vegas è la Città delle Luci e gli effetti speciali non sono mancati nemmeno un istante, non hanno lesinato in termini di luci e esplosioni. E' come se i Kiss sapessero rendere un Circo, volutamente ostentato, un momento di meraviglia, stupore e incanto, ma lo fanno a suon di rock. Si sorride allo schermo mentre si balla, mentre si tiene il tempo, mentre ci si chiede "Ma perché tutti questi rincoglioniti che mi circondano se ne stanno buoni buoni in poltrona?".

A fine concerto non avevo più voce, le mani tremavano ed ero al settimo cielo, come una bimba che ha appena assistito a qualcosa di fantasmagorico. I KISS hanno ammansito qualcosa in più di tutto quello che è ancora troppo complicato e va a gravare su quello che è già di per sé conciato per le feste.

kiss kiss army kiss rocks vegas

I KISS ti incoraggiano, ti riempiono di energia allo stato puro, ti confortano, sono dei buoni amici che ti ficcano nel cervello che tutto andrà per il meglio, che ad impegnarsi si verrà ripagati e che la vita possa essere veramente una figata solo e soltanto se vissuta al massimo. Ed è proprio loro il rock del quale ho bisogno ora. Quello di cui ho avuto bisogno fin da quando ero una ragazzina.

La musica ti rimette insieme tutto quello che ti si è rotto.
Lo fa imponendoti di tenere il tempo, di saltare sulla poltrona, lo fa facendoti sentire bene, bene per davvero. E quindi gli poso perdonare persino di non avermi permesso di rivivere I Was Made For Loving You, cosa che invece avevano fatto nel lontano 1999, quando in compagnia di Federico e Tiziano, mi sono guardata e goduta il concerto a Milano da posti riservati, felici come nessun altro (forse solo un pochino meno di Tiziano) di essere stati lì a pochi metri dallo PSYCHO CIRCUS.

kiss kiss army psycho circus