lunedì 2 maggio 2016

Di quel che si muore


A volte mi sento così persa, sconsolata, sconfitta da essere incapace di razionalità, lucidità e concretezza. Arranco, mi costa uno sforzo sovrumano compiere anche i gesti più semplici, più indispensabili, più necessari, quelli della quotidianità, quelli da cui non hai scampo, quelli che devi a chi ami ancor più che a te stessa.

Deglutisco migliaia di emozioni, le mando giù a stento con meno di un goccio di saliva, e sospiro cercando un po' di quiete, un po' di sollievo, anche soltanto un poco di tregua, ma spesso crollo, mi accascio e non so porre fine ai singhiozzi e ad una devastazione che non credo di aver mai provato nella mia intera esistenza.

Ieri ho pianto davanti a mia madre, ero riuscita a tenere botta per un mese e mezzo, ma complice la sacralità di una domenica mattina, complice la vita che ferveva nelle scale e fuori dalla finestra, tutto - all'improvviso - è diventato troppo, insostenibile, incalzante al punto da disorientarmi, da farmi perdere ogni residuo di forza, ogni slancio, ogni anelito di resistenza all'incedere che cerco sempre di schivare.

Mi sono sentita chiedere "Perché piangi? Le tue domeniche, i tuoi giorni erano forse migliori di quelli che hai adesso?" e la risposta taciuta in realtà non poteva essere nient'altro che un "No, non lo erano".

Seguo i consigli di chi mi guarda e non sa più che pesci prendere per infondermi coraggio e speranza. Seguo i suggerimenti di chi mi sprona a reagire, di chi mi incita a rassegnarmi a quel che è stato e di vivere con maggior amor proprio ciò che è adesso, di chi mi scuote e mi ricorda di andare avanti, senza fretta, senza affanno, perché l'esito di questi giorni - che sembrano interminabili e sadici quanto una tortura - dovrà categoricamente volgere al mio bene, al ritrovare me stessa, al ricominciare a godere di ogni giorno di vita, ogni istante di bellezza, ogni occasione di serenità.

E' che mi sento persa.

Mi sento privata di ogni illusione, di ogni convincimento che mi portava a credere che io valessi di più, che meritassi di più, che andandomene avrei dato inizio ad una rivoluzione, che aspettando buona buona, lo stupore mi avrebbe risarcita.

Ma non è così, non sarà mai così. E mi ritrovo ad annuire al tarlo che mi ricorda che solo la disperazione mi induceva a credere alle menzogne che mi raccontavo per sopravvivere. La verità è che io non sopportavo, non sopportavo un cazzo di niente di quello che mi toccava ingoiare, ma avevo così paura della paura, paura dell'angoscia, paura della degenerazione, paura di me stessa da rimanere immobile, a testa china, nell'attesa di qualcosa che solo l'amore vero, la volontà e il rispetto della sacralità di un impegno senza firme, ma stretto col sangue, avrebbero potuto cambiare.

E ho imparato che più amore dai, meno varrà quello che offri a due mani. Ho imparato che a donarsi anima e corpo non resta che niente per noi stessi. Ho imparato che una natura egoista si ingozza fino a schifare tutto quello che hai in te e che incessantemente regali. Ho imparato che poi si incomincia a tenere per sé l'entusiasmo. Poi la pazienza. Poi l'ostinarsi a giustificare. Poi il perdono. E infine anche la tolleranza.

Prima mi sono ripresa il corpo.
Poi mi sono ripresa l'ultimo respiro di una dignità dilaniata.
Poi ho gettato la spugna.

Perché di autolesionismo si muore, così come di sadismo, così come di rassegnazione, così come di dolore. E non ci si può ammazzare per chi non conosce il significato di reciprocità, di rispetto: ideali ben più sacri e inviolabili del maledetto Amore.

E vorrei che la mia rabbia non fosse solo la didascalia che accompagna una foto o un post, ma un sentimento vivo, capace di liberarmi, di aprirmi gli occhi, di risarcirmi, di curare ogni singolo squarcio che nessun rimedio sa ancora cicatrizzare, lenire, attenuare, sanare definitivamente.

E non voglio più tollerare altre pene, perché sono disarmata e non voglio più infliggere coltellate per schivarne. Io non voglio il male di nessuno, io voglio solo il mio bene, perchè ho amato anima e corpo, ma adesso devo mettere in atto quell'unica regola di vita sensata che dice:

"AMA TE STESSA SENZA CEDERE MAI, 
SENZA ESITAZIONE, 
FALLO CON TUTTE LE TUE FORZE.
E POI QUELLO CHE AVANZA, 
SE NE AVANZA, DALLO AGLI ALTRI." 


Erica, Maggio 2016

Del 2 Maggio 2011 (Ce la farai mai, Erica?)

E' infatti vera felicità riconoscersi degni di essere felici


Long Island, 2010


Ho scritto e poi per sbaglio ho toccato due tasti che han cancellato ogni pensiero, ogni immagine a forma di frase e la possibilità di rimediare alla mia consueta sbadataggine. Ho scritto ancora, cambiando le parole, un po' per scaramanzia, un po' perché le parole non si fanno usare due volte; soffrirebbero quanto ne soffre chi abusa di loro e le maltratta, ma mi è andata male nuovamente. E' per questo che ho deciso di ricominciare a farlo per la terza volta, perché significa che oggi è un giorno buono per sforzare l'anima ed i pensieri a non lasciarsi andare alla pigrizia.

Ascoltavamo Tom Petty insieme, la tua macchina era entrata da poco nel reticolo di quelle strade spaventosamente familiari, eppure mai viste prima se non miliardi di volte in televisione, distrattamente, pensando solo a volte, di volerle vedere  "un giorno chissà, un giorno magari". Ascoltavamo anche Neil Young, Bob Dylan e Billy Joel. Tu raccontavi menzogne premurose mentre io facevo in modo di crederci per entrambi, convinta che sarei bastata per non sgretolare quel sogno che mi cucivo addosso ogni mattina e che rammendavo ogni notte, convinta che i miei sentimenti ed i miei propositi sarebbero bastati a far sopravvivere, o forse nascere, un sogno che non era utopia o possibilità, ma semplicemente illusione. Poi non ho più ascoltato molto, perché quando la musica diventa l'unico linguaggio che sei capace di interpretare e gestire, ogni singolo verso è un taglio profondo inflitto dalla distrazione e la distrazione fa male come il sangue che non sei preparato a vedere.

Leggevo allora e leggo ancora però, perché senza musica riesco ad affrontare meglio alcuni aspetti della nuova "me", con i quali mi rapporto in un modo che è in bilico tra l'incredulo ed il paradossale. Attraverso le parole posso liberarmi di alcuni degli spettri che mi si annidano tra gola e petto, imponendomi un soffocamento continuo al quale non mi so rassegnare.

Sono amareggiata.
Lo sono nel profondo, lo sono nelle illusioni che non sbocciano, nei sogni che non prendono forma, nelle aspettative che non fanno che tentennare desiderose che qualcosa migliori. Vivo un'amarezza che solo una terapia, una cura, un medico potrebbero addolcire, ma non è ancora il tempo dei festeggiamenti, non è nemmeno il tempo del sollievo e tanto meno quello della quiete, la quiete dopo l'inferno, perché non sono le tempeste a spaventare qui dentro, tra queste mura di cemento e cuori protetti da strati spessi di disincanto, ma è il male senza nome, quello che toglie il sonno e mangia la vita con mani sporche e bocche ingorde.

Sono stanca, stanca dell'impoverimento della mia testa sempre più pigra, delle pretese della mia interiorità, della profondità delle mie esigenze, della mia impossibilità ad accontentarmi di qualcosa di comodo.

Sono stanca, stanca di chi pensa che sia una stronza cui "ben le sta quel che vive" ( ndE... a buon rendere...), di chi crede che non stia succedendo niente in me solo perché non mi piango addosso e non condivido più la cronaca di dettagli che mi lacererebbero.

Sono stanca di avere a che fare con chi ha la pretesa di spiegarmi chi sto diventando. Sono stanca di chi si illude di conoscermi e di comprendermi, sono stanca di chi pensa che non ci sia più nulla da scoprire. Sono stanca di incassare i colpi con una maestria che avrei preferito non avere. Sono stanca di chi si scarica la coscienza ponendo domande che sono solo squallidi convenevoli. Sono stanca della diplomazia che mi ritrovo sempre tra le mani non appena una maledizione sboccia a fil di labbra.

Sono silenziosa, sono tanto malinconica quanto malconcia, sono delusa. Sono nauseata dalla pochezza e sono infastidita dal grottesco che vedo vivere attorno a me. Sono innervosita da chi si spreca e si accontenta, sono intollerante verso chi confonde i sentimenti con le sensazioni.

Ma sono anche altro.

Sono lucida nelle mie decisioni, sono di conforto e di aiuto quando chi amo ha bisogno di me, sono ironica e sarcastica, sono incallita nella mia voglia di andare avanti. Sono convinta che tutto quel che sta accadendo sia parte di un progetto più grande, un progetto non divino, ma semplicemente formativo, perché non posso che migliorare come essere vivente, come donna, come figlia e come Erica.
Sono anche felice perché non sono più tutto quel che ero e che detestavo essere. Sono felice e mi riconosco degna di ogni più piccola felicità che arriverà e ogni singola felicità che saprò conquistarmi. Avanti così, avanti a porgere il bisturi quando c'è da recidere un canchero tanto del corpo quanto dell'anima.

Ho Pipola, ho l'hennè per fertilizzare il cervello, ho la musica, ho biscotti e non sono sola.
Non mi serve molto altro.

Magari una moto, magari uno zainetto pieno di soldi, magari il biglietto per il viaggio che sogno di fare presto, da sola.

Magari un uomo, ma non un maschio inutile, usato da femmine da poco, un uomo con tanta vita e tante storie da raccontare, un uomo che non abbia paura del proprio passato, un uomo che sappia vivere il presente. Qualcuno per cui valga la pena ricominciare a parlare d'Amore, o forse farlo per la prima vera volta nella vita: quella buona chissà, quella buona magari.



Nota del 2 Maggio 2016.


Io del passato non ho mai parlato solo e soltanto per delicatezza, perché i paragoni feriscono, i confronti mortificano, condividere qualcuno quando non si è pronti per farlo, fa solo e soltanto del male. 
Male superfluo, inutile, cinico, prepotente. 

 E' che trovando TE, non un roadie incontrato per sbaglio, io credevo di avere nella vita, per il resto della vita, un compagno scelto, voluto e desiderato.

Io sentivo di aver trovato me stessa, di aver realizzato il mio Sogno più puro.

Che cogliona, eh?


Erica, 2010

sabato 30 aprile 2016

Di Super Dog, il mio supereroe

Ci sono giorni un po' più complicati, ma in quei giorni io mi perdo nei tuoi occhietti, un po' come se mi tuffassi all'indietro, senza guardare, certa di non cadere senza essere afferrata.

Ti guardo e mi ripeto che tutto andrà bene, che tutto ricomincerà ad avere senso, che anche tutto questo dolore sarà servito a qualcosa.

E allora ho di nuovo speranza, coraggio, quasi forza.

E tu che fai? Mi cerchi e non ti allontani, indomito, in un amore sincero che cura ogni squarcio dello spirito, prendendo a zampate la mia smania di solitudine e isolamento.

Perché anche se adesso sembra tutto inutile e insormontabile, tu meriti una super mamma.
E la riavrai.

Mio piccolo Super Dog: un supereroe cui non occorrono maschere o superpoteri, il mio paladino di ogni forma di giustizia, che scaccia i cattivi a suon di puzzette e ricompensa i buoni con musate da perderci la testa.

mercoledì 27 aprile 2016

Dei risarcimenti, del perdono


Bloody, alla fine, è quello che non hai avuto da lui.
E' l'amore senza limiti, senza condizioni, senza manipolazioni.
Bloody è quello che ti vuole bene per quello che sei, indipendentemente da tutto il resto. Per quello che sei non fisicamente, non per quello che fai, ma per come ti rapporti a lui.

A.M.V.



Eccolo qui il mio risarcimento, la mia benedizione, la mia Felicità.
Eccolo qui l'Amore vero, incondizionato, indomito, inarrestabile.
Ed io che continuavo a cercare pace, ignara dell'ineluttabilità dell'averla già accanto.
Ed io che arrancavo, annaspavo e mi torturavo nell'attesa di un

"Perdonami per tutto il male che ti ho inflitto,
perdonami per aver maltrattato giorno dopo giorno, tutto il tuo Amore".


Non serve più.
Non mi serve più niente da te.


domenica 24 aprile 2016

Della fatica

Faccio un po' fatica ad ascoltare la musica, perché non c'è una sola canzone che non contenga almeno un verso che non mi si fermi in gola, facendomi sentire una sofferenza fulminea, spaventosa, ingestibile, fastidiosa come il timore di soffocare quando qualcosa ti va di traverso. Faccio fatica a gestire l'avvicinarsi del weekend, sebbene nessun sabato e nessuna domenica saranno mai peggiori di quelli già trascorsi, ma l'idea di avere tante ore da sfruttare in modo proficuo, o almeno benevolo, mi porta a sentire parecchia angoscia.
Faccio un po' fatica a stare nei posti affollati e quando devo, o mi tocca farlo, mi concentro soltanto sulle commissioni da sbrigare, cercando di liberarmi in fretta dal trascinarmi in quei luoghi che - senza alcun motivo apparente, ma con innumerevoli e discutibili pretesti - mi riportano a vivere ricordi che invece vorrei fossero almeno un po' sbiaditi, almeno un po' meno intensi, almeno un po' più ammansiti dal tempo.
Faccio fatica a gestire l'amarezza e la delusione, e spesso la voglia di piangere fino a perdere i sensi, perché non ci si può dire addio nella tenerezza più sincera e poi desiderare il male e la sofferenza dell'altro; non è possibile ridursi a dover offendere, umiliare e denigrare chi, fino a pochi giorni fa, era per te Amore. Ecco, assistere all'accanimento velato e vigliacco di chi sembra non appagarsi mai nell'infliggermi dolore in modo sadico e persecutorio è qualcosa che faccio fatica a spiegarmi e che faccio ancora più fatica ad accettare.

Però, perché altrimenti mi lamenterei e basta, non mi costa alcuna fatica camminare all'aria aperta, sudare, giocare con Bloody fino a sfinirmi e morire di sete. Non mi costa fatica ritrovare gli amici di sempre, un esercito a mani tese pronto ad abbracciarmi, ad aspettarmi, a sorridermi e a comprendermi. Non mi costa fatica elencare tutto quello che per nessun motivo al mondo sarebbe mai dovuto esistere e che per nessun motivo al mondo dovrà mai accadere di nuovo. Non mi costa fatica sperare, accogliere gli incoraggiamenti con fiducia e riporre qualche sogno nella tasca dei jeans.
Non mi costa fatica discutere di progetti e opportunità. Non mi costa fatica aspettare pazientemente che il peggio passi, senza alcuna fretta, senza alcuna smania, senza alcuna pretesa.  Non mi costa fatica accettare un fallimento che mi ha segnata più di tutto l'inchiostro che ho addosso e non mi costa fatica perdonare me stessa per aver amato fino ad annientarmi, annullarmi, snaturarmi.
Non mi costa fatica rivolgere qualche pensiero a Dio, a modo mio, con scetticismo e sopracciglia aggrottate, ma non mi costa fatica ritrovarmi a scoprire un po' di fede e il valore di una grazia che credo mi abbia restituito dignità e valore.

Ieri ho chiesto ad un uomo e a sua moglie se potessero scattarmi una foto ricordo con il mio cagnolino e mi sono ritrovata nel telefono con un ricordo indelebile, il ricordo della nostra prima giornata insieme in mezzo agli altri. E mi sento felicemente risarcita da quel primo frammento di disperazione che ha ceduto il posto alla voglia di sorridere, nonostante gli occhi lucidi e le guance lise da quel che piove e cade dalle ciglia.

Troverò una via, non ho fretta, e non mi costa fatica amarmi.

giovedì 14 aprile 2016

Della delusione


Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione. Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d'una ingiustizia che non t'aspettavi, d'un fallimento che non meritavi.
O. Fallaci

martedì 5 aprile 2016

Di chi aggiusta

Aggiusterai tutto. Lo farai a panza all'aria, lo farai scodinzolando, obbligandomi ad alzarmi, ad uscire, a prendere aria fredda in faccia, a parlare con estranei, a dire anch'io "come va?".
Aggiusterai tutto con la tua pallina in bocca, nell'attesa di un "molla", seguito da un bel lancio da prendere al volo.
Aggiusterai tutto. Perché ci sono parchi dove non siamo mai stati, montagne da affrontare con il fiatone, prati in cui perdersi e un lago che ci aspetta per un cono e una coppetta. Uno per me e l'altra per te.
Aggiusterai tutto. Perché il cuore fatto a pezzi si rimette insieme a leccate e nasate. E di certo non sarà l'ennesima cicatrice a cambiarmi la vita.
Aggiusterai tutto, con la quiete spensierata e la pazienza che è solo di chi di zampe ne ha più di due.
Aggiusterai tutto perché il tuo amore non conosce dubbio, esitazione, persecuzione, egoismo e cattiveria.
Aggiusterai tutto, e io mi affido a te, come quando mi trascini e sai sempre dove andare. E non manchi una buca, una pozzanghera, la merda di un tuo conoscente o anche solo un marciapiede in cui farmi inciampare. Ma poi, nonostante le fatiche, gli affanni e gli imprevisti, a casa mi ci fai tornare sempre.
Aggiusterai tutto, come fai ogni sera quando ci stringiamo, quando siamo vicini nonostante la solitudine amplificata dalla tv che va a vuoto, dai sospiri che rimbombano, dalle dita intrise di attesa vana e di speranze (da) sempre soltanto tradite.
Aggiusterai tutto perché quello che era non sarà mai più e io, che volevo un gatto e mica un puzzone tutto nero, non so pensare ad un solo giorno senza di te, il mio meccanico dell'anima, il mio psicologo da pianerottolo, il confessore che mi assolve senza rifilarmi cantilene, il mio bambino con la coda.
Il mio Bodibò aggiusta tutto.
La mia salvezza, il mio sollievo, la testimonianza che la vita è bella. In ogni caso.

mercoledì 30 marzo 2016

Della luce che irrompe nel buio, delle condanne

Ci sono giorni in cui è più difficile, giorni in cui sembra quasi impossibile.
Poi a volte ci si mette il rancore a darmi una mano, altre volte la delusione, e di tanto in tanto ci si mette pure l'estenuazione. In me sopravvivono, però, la malinconia, l'incredulità, il dispiacere per un impegno preso che sentivo sacro e inviolabile, un impegno a forma di promessa che si è spezzato come vetro scagliato a terra, come carta lacerata da uno strappo sadico.

Vivere in certi momenti ha le sembianze dell'esistere, del sopravvivere, del vegetare e questa mattina, mentre Bloody mi portava a passeggio e io cercavo di non farmi staccare una spalla, ho pensato che quello di cui ho bisogno, forse, non sia ricominciare, iniziare da zero, ma semplicemente andare avanti, tra giornate sena pretese, pianti senza lacrime e grida che non hanno più alcun suono. Forse, quello di cui ho bisogno è di perdermi in una lucida rassegnazione, perché tutto quello che ho desiderato - anima e corpo - sembra apparire soltanto quando tutto è ormai perso, irrimediabilmente.

Poi mi ricordo che godo del privilegio di insegnare a dei ragazzi un po' magici e che ognuno di loro -a modo suo - mi sbatte in faccia un mondo fatto di complessità, chiodi in bella vista, occhi stralunati, meccanismi inceppati e sforzi atti più a non deludermi che ad ottenere una buona valutazione. E loro non sanno nemmeno di essere la mia salvezza, luce che irrompe nel buio.

Penso al fatto che qualche sogno, nonostante la devastazione che mi ha quasi rasa al suolo, è rimasto lì, buono buono a pulsare e vibrare, e penso che sia stato bello impastare un dolce, godendo della presenza di una bimba e dei suoi pennarelli dall'altra parte del tavolo, sebbene mi abbia fatto impressione sentirmi chiedere, da cinque anni di vocina incuriosita, se io fossi una maestra. E lei non sa quanto abbia significato per me la sua spensieratezza, la sua innocente insistenza, la mattina trascorsa interamente insieme.

Avevo tutto e non è servito a niente, ho dato tutto e non ha portato ad alcunché.
E a volte mi sento già sbiadita, come se non fossi che una foto impolverata sul fondo di un cassetto, e questa sensazione mi logora piano piano, come tarli che perforano uno stomaco che sembra essere di legno in un corpo che vedo sgraziato, deformato, appassito, spento.

Perché sebbene essere altamente sensibili sia un dono, in me è una condanna, una croce, una maledizione. E per una volta vorrei non sentire nulla, nessuna colpa, nessun rimpianto, nessuna tenerezza, nessun perdono, nessun dispiacere.

Vorrei solo guardare il mondo distrattamente, come quando fuori piove, ma tu sei in casa e - avendo già messo a posto ogni cosa - non hai bisogno di uscire, ma solo di chiudere le tende, dare le spalle alla finestra e continuare con le tue faccende: arrogandoti il diritto di dare per scontato tutto quello che ti circonda, tutto quello che vedi, tutto quello che respiri e  tutto quello che vivi. Illudendoti che nulla cambierà mai, perché si potrà sempre trovare una via.

Feeling like a misshapen daisy in a field of perfection. 
Sighing over thrift store love songs.


martedì 22 marzo 2016

Del 22 Marzo 2015

" È una domenica mattina vestita ancora da inverno. Le macchine strisciano asfalto e pozzanghere senza riguardi e io penso alla quiete di questo istante mentre le campane chiamano bambini e anziani alla messa e la pioggia zittisce gli schiamazzi sgraziati dei passanti qui sotto.

Mi manca scrivere, sono una persona diversa, una persona migliore quando lo faccio. Mi manca raccontare, raccontarmi, ridipingere ciò che vivo, sento e vedo attraverso il filtro delle mie parole preferite e lasciare che qualcuno ci si perda o ci si imbatta, anche solo per sbaglio. È un esercizio di pulizia interiore, è un atto premuroso verso tutto quello che altrimenti soffoco e taccio. È non vanificare  la memoria di ciò che accade, di ciò che perderei tra impegni, responsabilità, burocrazie, distrazioni e buone e assai cattive abitudini.

Entra luce dalle tende. Sono sveglia da ore eppure non so lasciare nè te che mi abbracci nè il piumone che ci avvolge. Guardo le pareti rosse, bianche e blu della camera. Mi soffermo a ripensare alla bellezza dei momenti in cui abbiamo scelto, posizionato ogni oggetto attorno a noi e sospiro ricordando quanto il dolore sappia sbiadire il senso più profondo di ciò che ci ha uniti a favore di quello che ha resi vittime, ognuno a suo modo, di noi stessi.

Amore, noi viviamo una rivoluzione fatta di conquiste, forza di volontà, impegno e conferme quotidiane e mentre dormi io vorrei svegliarti per dirti che sei il mio orgoglio, che sei il mio coraggio e che non mi sembra ancora vero di non averti perso e che tutto sia come è ora. Perché non te lo ricordo abbastanza. Perché forse non lo so fare come vorrei.

E poi penso allo sciroppo d'acero che mi chiederà di tuffarsi su un lettino di pancake (e vogliamo scontentarlo?). Penso al nostro cagnolino che ci darà un buongiorno da straziare il petto di tenerezza e sorrisi. Penso che come non mai nella vita sia arrivato il momento di ripagare chi mi ama con una Erica non più fragile, assopita, dimessa, spaventata, disperata. E penso che qualcosa in me stia di nuovo gemmando e che il miracolo di ciò che ancora è, di ciò che è come non lo è mai stato non possa più essere mortificato e messo in pericolo da ciò che non sarà mai più.

È una domenica mattina in cui c'è tanto da fare,  a modo nostro. Tu compri una lanterna,  la tieni in cucina per anni. Poi arrivo io, ti mostro un'immagine e tu mi chiedi di comprare dei cactus. E ora abbiamo anche una serra microscopica che sa di armonia e sintonia. Che sa di noi."



È che ho abitato quel sogno giusto il tempo di un errore.
È che tutto quello che ero, tutto quello che davo a cuore aperto, tutto quello che facevo e sognavo per due, non è servito che a niente.
E provo rabbia. E provo dolore. 

giovedì 17 marzo 2016

Delle domande consuete

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse,
come un prato coperto a bitume. 
Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità... 
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perchè?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te,
aver tutto, ma non il domani...