mercoledì 27 aprile 2016

Dei risarcimenti, del perdono


Bloody, alla fine, è quello che non hai avuto da lui.
E' l'amore senza limiti, senza condizioni, senza manipolazioni.
Bloody è quello che ti vuole bene per quello che sei, indipendentemente da tutto il resto. Per quello che sei non fisicamente, non per quello che fai, ma per come ti rapporti a lui.

A.M.V.



Eccolo qui il mio risarcimento, la mia benedizione, la mia Felicità.
Eccolo qui l'Amore vero, incondizionato, indomito, inarrestabile.
Ed io che continuavo a cercare pace, ignara dell'ineluttabilità dell'averla già accanto.
Ed io che arrancavo, annaspavo e mi torturavo nell'attesa di un

"Perdonami per tutto il male che ti ho inflitto,
perdonami per aver maltrattato giorno dopo giorno, tutto il tuo Amore".


Non serve più.
Non mi serve più niente da te.


domenica 24 aprile 2016

Della fatica

Faccio un po' fatica ad ascoltare la musica, perché non c'è una sola canzone che non contenga almeno un verso che non mi si fermi in gola, facendomi sentire una sofferenza fulminea, spaventosa, ingestibile, fastidiosa come il timore di soffocare quando qualcosa ti va di traverso. Faccio fatica a gestire l'avvicinarsi del weekend, sebbene nessun sabato e nessuna domenica saranno mai peggiori di quelli già trascorsi, ma l'idea di avere tante ore da sfruttare in modo proficuo, o almeno benevolo, mi porta a sentire parecchia angoscia.
Faccio un po' fatica a stare nei posti affollati e quando devo, o mi tocca farlo, mi concentro soltanto sulle commissioni da sbrigare, cercando di liberarmi in fretta dal trascinarmi in quei luoghi che - senza alcun motivo apparente, ma con innumerevoli e discutibili pretesti - mi riportano a vivere ricordi che invece vorrei fossero almeno un po' sbiaditi, almeno un po' meno intensi, almeno un po' più ammansiti dal tempo.
Faccio fatica a gestire l'amarezza e la delusione, e spesso la voglia di piangere fino a perdere i sensi, perché non ci si può dire addio nella tenerezza più sincera e poi desiderare il male e la sofferenza dell'altro; non è possibile ridursi a dover offendere, umiliare e denigrare chi, fino a pochi giorni fa, era per te Amore. Ecco, assistere all'accanimento velato e vigliacco di chi sembra non appagarsi mai nell'infliggermi dolore in modo sadico e persecutorio è qualcosa che faccio fatica a spiegarmi e che faccio ancora più fatica ad accettare.

Però, perché altrimenti mi lamenterei e basta, non mi costa alcuna fatica camminare all'aria aperta, sudare, giocare con Bloody fino a sfinirmi e morire di sete. Non mi costa fatica ritrovare gli amici di sempre, un esercito a mani tese pronto ad abbracciarmi, ad aspettarmi, a sorridermi e a comprendermi. Non mi costa fatica elencare tutto quello che per nessun motivo al mondo sarebbe mai dovuto esistere e che per nessun motivo al mondo dovrà mai accadere di nuovo. Non mi costa fatica sperare, accogliere gli incoraggiamenti con fiducia e riporre qualche sogno nella tasca dei jeans.
Non mi costa fatica discutere di progetti e opportunità. Non mi costa fatica aspettare pazientemente che il peggio passi, senza alcuna fretta, senza alcuna smania, senza alcuna pretesa.  Non mi costa fatica accettare un fallimento che mi ha segnata più di tutto l'inchiostro che ho addosso e non mi costa fatica perdonare me stessa per aver amato fino ad annientarmi, annullarmi, snaturarmi.
Non mi costa fatica rivolgere qualche pensiero a Dio, a modo mio, con scetticismo e sopracciglia aggrottate, ma non mi costa fatica ritrovarmi a scoprire un po' di fede e il valore di una grazia che credo mi abbia restituito dignità e valore.

Ieri ho chiesto ad un uomo e a sua moglie se potessero scattarmi una foto ricordo con il mio cagnolino e mi sono ritrovata nel telefono con un ricordo indelebile, il ricordo della nostra prima giornata insieme in mezzo agli altri. E mi sento felicemente risarcita da quel primo frammento di disperazione che ha ceduto il posto alla voglia di sorridere, nonostante gli occhi lucidi e le guance lise da quel che piove e cade dalle ciglia.

Troverò una via, non ho fretta, e non mi costa fatica amarmi.

giovedì 14 aprile 2016

Della delusione


Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione. Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d'una ingiustizia che non t'aspettavi, d'un fallimento che non meritavi.
O. Fallaci

martedì 5 aprile 2016

Di chi aggiusta

Aggiusterai tutto. Lo farai a panza all'aria, lo farai scodinzolando, obbligandomi ad alzarmi, ad uscire, a prendere aria fredda in faccia, a parlare con estranei, a dire anch'io "come va?".
Aggiusterai tutto con la tua pallina in bocca, nell'attesa di un "molla", seguito da un bel lancio da prendere al volo.
Aggiusterai tutto. Perché ci sono parchi dove non siamo mai stati, montagne da affrontare con il fiatone, prati in cui perdersi e un lago che ci aspetta per un cono e una coppetta. Uno per me e l'altra per te.
Aggiusterai tutto. Perché il cuore fatto a pezzi si rimette insieme a leccate e nasate. E di certo non sarà l'ennesima cicatrice a cambiarmi la vita.
Aggiusterai tutto, con la quiete spensierata e la pazienza che è solo di chi di zampe ne ha più di due.
Aggiusterai tutto perché il tuo amore non conosce dubbio, esitazione, persecuzione, egoismo e cattiveria.
Aggiusterai tutto, e io mi affido a te, come quando mi trascini e sai sempre dove andare. E non manchi una buca, una pozzanghera, la merda di un tuo conoscente o anche solo un marciapiede in cui farmi inciampare. Ma poi, nonostante le fatiche, gli affanni e gli imprevisti, a casa mi ci fai tornare sempre.
Aggiusterai tutto, come fai ogni sera quando ci stringiamo, quando siamo vicini nonostante la solitudine amplificata dalla tv che va a vuoto, dai sospiri che rimbombano, dalle dita intrise di attesa vana e di speranze (da) sempre soltanto tradite.
Aggiusterai tutto perché quello che era non sarà mai più e io, che volevo un gatto e mica un puzzone tutto nero, non so pensare ad un solo giorno senza di te, il mio meccanico dell'anima, il mio psicologo da pianerottolo, il confessore che mi assolve senza rifilarmi cantilene, il mio bambino con la coda.
Il mio Bodibò aggiusta tutto.
La mia salvezza, il mio sollievo, la testimonianza che la vita è bella. In ogni caso.

mercoledì 30 marzo 2016

Della luce che irrompe nel buio, delle condanne

Ci sono giorni in cui è più difficile, giorni in cui sembra quasi impossibile.
Poi a volte ci si mette il rancore a darmi una mano, altre volte la delusione, e di tanto in tanto ci si mette pure l'estenuazione. In me sopravvivono, però, la malinconia, l'incredulità, il dispiacere per un impegno preso che sentivo sacro e inviolabile, un impegno a forma di promessa che si è spezzato come vetro scagliato a terra, come carta lacerata da uno strappo sadico.

Vivere in certi momenti ha le sembianze dell'esistere, del sopravvivere, del vegetare e questa mattina, mentre Bloody mi portava a passeggio e io cercavo di non farmi staccare una spalla, ho pensato che quello di cui ho bisogno, forse, non sia ricominciare, iniziare da zero, ma semplicemente andare avanti, tra giornate sena pretese, pianti senza lacrime e grida che non hanno più alcun suono. Forse, quello di cui ho bisogno è di perdermi in una lucida rassegnazione, perché tutto quello che ho desiderato - anima e corpo - sembra apparire soltanto quando tutto è ormai perso, irrimediabilmente.

Poi mi ricordo che godo del privilegio di insegnare a dei ragazzi un po' magici e che ognuno di loro -a modo suo - mi sbatte in faccia un mondo fatto di complessità, chiodi in bella vista, occhi stralunati, meccanismi inceppati e sforzi atti più a non deludermi che ad ottenere una buona valutazione. E loro non sanno nemmeno di essere la mia salvezza, luce che irrompe nel buio.

Penso al fatto che qualche sogno, nonostante la devastazione che mi ha quasi rasa al suolo, è rimasto lì, buono buono a pulsare e vibrare, e penso che sia stato bello impastare un dolce, godendo della presenza di una bimba e dei suoi pennarelli dall'altra parte del tavolo, sebbene mi abbia fatto impressione sentirmi chiedere, da cinque anni di vocina incuriosita, se io fossi una maestra. E lei non sa quanto abbia significato per me la sua spensieratezza, la sua innocente insistenza, la mattina trascorsa interamente insieme.

Avevo tutto e non è servito a niente, ho dato tutto e non ha portato ad alcunché.
E a volte mi sento già sbiadita, come se non fossi che una foto impolverata sul fondo di un cassetto, e questa sensazione mi logora piano piano, come tarli che perforano uno stomaco che sembra essere di legno in un corpo che vedo sgraziato, deformato, appassito, spento.

Perché sebbene essere altamente sensibili sia un dono, in me è una condanna, una croce, una maledizione. E per una volta vorrei non sentire nulla, nessuna colpa, nessun rimpianto, nessuna tenerezza, nessun perdono, nessun dispiacere.

Vorrei solo guardare il mondo distrattamente, come quando fuori piove, ma tu sei in casa e - avendo già messo a posto ogni cosa - non hai bisogno di uscire, ma solo di chiudere le tende, dare le spalle alla finestra e continuare con le tue faccende: arrogandoti il diritto di dare per scontato tutto quello che ti circonda, tutto quello che vedi, tutto quello che respiri e  tutto quello che vivi. Illudendoti che nulla cambierà mai, perché si potrà sempre trovare una via.

Feeling like a misshapen daisy in a field of perfection. 
Sighing over thrift store love songs.


martedì 22 marzo 2016

Del 22 Marzo 2015

" È una domenica mattina vestita ancora da inverno. Le macchine strisciano asfalto e pozzanghere senza riguardi e io penso alla quiete di questo istante mentre le campane chiamano bambini e anziani alla messa e la pioggia zittisce gli schiamazzi sgraziati dei passanti qui sotto.

Mi manca scrivere, sono una persona diversa, una persona migliore quando lo faccio. Mi manca raccontare, raccontarmi, ridipingere ciò che vivo, sento e vedo attraverso il filtro delle mie parole preferite e lasciare che qualcuno ci si perda o ci si imbatta, anche solo per sbaglio. È un esercizio di pulizia interiore, è un atto premuroso verso tutto quello che altrimenti soffoco e taccio. È non vanificare  la memoria di ciò che accade, di ciò che perderei tra impegni, responsabilità, burocrazie, distrazioni e buone e assai cattive abitudini.

Entra luce dalle tende. Sono sveglia da ore eppure non so lasciare nè te che mi abbracci nè il piumone che ci avvolge. Guardo le pareti rosse, bianche e blu della camera. Mi soffermo a ripensare alla bellezza dei momenti in cui abbiamo scelto, posizionato ogni oggetto attorno a noi e sospiro ricordando quanto il dolore sappia sbiadire il senso più profondo di ciò che ci ha uniti a favore di quello che ha resi vittime, ognuno a suo modo, di noi stessi.

Amore, noi viviamo una rivoluzione fatta di conquiste, forza di volontà, impegno e conferme quotidiane e mentre dormi io vorrei svegliarti per dirti che sei il mio orgoglio, che sei il mio coraggio e che non mi sembra ancora vero di non averti perso e che tutto sia come è ora. Perché non te lo ricordo abbastanza. Perché forse non lo so fare come vorrei.

E poi penso allo sciroppo d'acero che mi chiederà di tuffarsi su un lettino di pancake (e vogliamo scontentarlo?). Penso al nostro cagnolino che ci darà un buongiorno da straziare il petto di tenerezza e sorrisi. Penso che come non mai nella vita sia arrivato il momento di ripagare chi mi ama con una Erica non più fragile, assopita, dimessa, spaventata, disperata. E penso che qualcosa in me stia di nuovo gemmando e che il miracolo di ciò che ancora è, di ciò che è come non lo è mai stato non possa più essere mortificato e messo in pericolo da ciò che non sarà mai più.

È una domenica mattina in cui c'è tanto da fare,  a modo nostro. Tu compri una lanterna,  la tieni in cucina per anni. Poi arrivo io, ti mostro un'immagine e tu mi chiedi di comprare dei cactus. E ora abbiamo anche una serra microscopica che sa di armonia e sintonia. Che sa di noi."



È che ho abitato quel sogno giusto il tempo di un errore.
È che tutto quello che ero, tutto quello che davo a cuore aperto, tutto quello che facevo e sognavo per due, non è servito che a niente.
E provo rabbia. E provo dolore. 

giovedì 17 marzo 2016

Delle domande consuete

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse,
come un prato coperto a bitume. 
Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità... 
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perchè?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te,
aver tutto, ma non il domani...

martedì 19 gennaio 2016

Dell'insalata detox con finocchi, radicchio, arance e melograno



Finite le feste mi sono ritrova con demoni tentatori sparsi ovunque per casa, bombe caloriche infami che mi chiedono di essere finite, sgranocchiate, mangiucchiate, e il tutto - una volta ingerito - mi precipita in picchiata sia sulle rotondità che sui coscioni. Complice una terapia cortisonica, mi ritrovo a vedermi spenta, appesantita, impigrita e allora, di tanto in tanto mi regalo una bella botta di vitamine, colori e sapore. Qualcosa capace di saziarmi, ma che riesce a non farmi sentire in colpa una volta di fronte alla ciotola vuota.

Nelle insalatone mi piace unire i sapori contrastanti e abbinare al dolce il salato, al morbido il croccante, e questacomposizione di frutta e verdure è una tra le mie preferite. Per prepararla ho scelto di unire: finocchi tagliati a fettine sottili, puntarelle, radicchio di Chioggia, il succo e dei dadini di arancia pelata al vivo, melograno e noci. Ho condito con un'emulsione a base di succo di arancia e limone, sale e olio evo e ho tolto dal mio piatto, insolitamente, almeno un migliaio di calorie.

Per renderla un buon lunch box potreste aggiungere dei pezzetti di parmigiano, ma anche del tonno, del petto di pollo grigliato o del salmone saprebbero appagarvi.

Un suggerimento veloce, un inno ai cromatismi invernali che sanno stupire quanto un'inattesa, un'insperata giornata di sole.





giovedì 14 gennaio 2016

Della cena messicana for dummies



Un invito a base di un piatto unico appetitoso?
Io spesso punto sul messicano, come ho fatto proprio qualche giorno fa. Andare a mangiare fajitas y tacos al ristorante coincide con un bagno di sangue o, peggio ancora, con la degustazione di assaggi liberamente ispirati a qualcosa che, soltanto per sbaglio, ha avuto a che fare con la terra di Zapata. Anno dopo anno la mia insaziabile ingordigia ha potuto constatare che in media le porzioni sono state via via ridotte a fronte di un aumento dei prezzi poco giustificabile e ancor meno gradito. Siccome le cose buone devono essere alla portata di tutti, tanto vale prepararlo a casa!



Poche pietanze e un successo assicurato, basta solo prestare un pochino di attenzione a non far mancare quei condimenti e quelle salse fondamentali per una resa a prova di lingue biforcute, criticoni e fauci voraci. Siate generosi con le porzioni!

MENÙ MESSICANO FOR DUMMIESPer 4 persone




- Tortillas oppure Tacos
(si comprano!) 8 come minimo sindacale per fajitas e 12 per i tacos
- Fajitas di pollo con verdure (un petto di pollo intero, una cipolla grande, un peperone rosso, un peperone giallo, spezie per Tacos)
- Guacamole (due avocado, due lime, pomodoro, peperone, cipolla)
- Dadini di pomodori (pomodori, prezzemolo o coriandolo, scalogno, aglio e origano)
- Salsa piccante (si compra!)
- Formaggio edam o gouda o latteria (si compra!)
- Nachos (come aperitivo o per dar fondo alle ciotole con le salse)

FAJITAS DI POLLO CON VERDURE


Taglio a strisce una cipolla cicciona e due peperoni, uno giallo e uno rosso, lifaccio saltare in una padella in abbondante olio e fiamma vivace. Dopo una decina di minuti li salo e li allontano dal fuoco. Intanto taglio a striscioline il pollo e lo condisco in una ciotola con dell’olio e delle spezie per tacos, che troverete in qualsiasi supermercato. Cuocio il pollo su una bistecchiera e quando inizia a colorarsi unisco le verdure e lascio sul fuoco allegro fino a quando il tutto non avrà assunto una bella colorazione e l’aspetto non sarà visibilmente croccante.

GUACAMOLE


L’unica accortezza che dovete avere – per la riuscita della ricetta di una buona Guacamole - è scegliere degli avocado maturi, morbidi al tatto, ma non troppo scuri. Private l’avocado della scorza e del super nocciolo, riducetelo a una purea con l’aiuto di una forchetta, aggiungete il succo di uno o due lime a vostro gusto, i dadini piccolissimi di pomodoro, dadini di cipolla e sale. Io non metto olio perché così la salsa è molto più fresca e “fruttosa”. Mescolate con cura fino a quando gli ingredienti non si saranno uniti armoniosamente, man mano, prendete un nacho ovvero una patatina di mais. Il lime dovrebbe contribuire a non scurire la vostra Guacamole, alcuni conservano il nocciolo dell’avocado e lo lasciano nella ciotola con la preparazione finita fino al momento di servire perché dovrebbe prevenirne l’ossidazione, un ultimo trucchetto è ricoprire con pellicola trasparente avendo cura di farla aderire completamente alla superficie della salsa e mantenerla al fresco.

DADINI DI POMODORI




A me piacciono così: tagliati piccoli piccoli e privati della maggior parte dei semi. Li guarnisco con micro pezzetti di peperone rosso, scalogno, aglio fresco, prezzemolo o coriandolo (dipende da quel che trovo), succo di lime, origano, olio evo e sale. Li mescolo per bene e li metto, come al solito al fresco.


Farcite i vostri Tacos e le vostre Tortillas (che vanno riscaldate su una padella o al microonde) a piacere e gustatevi queste delizie bollenti!





Insomma, adesso che avete tutto pronto per la vostra cena messicana casalinga, potete scegliere di bere del buon vino, della birra fresca, una bibita stura-lavandino oppure impegnarvi con questa ricetta per Sangria: scegliete del vino rosso o bianco e versatelo in una caraffa*. Aromatizzatelo con un paio di stecche di cannella, aggiungete un cucchiaio di zucchero, dadi di arancia, pesche e chicchi d’uva, unite la scorza di mezzo limone e mettete in frigo a riposare fino a quando non lo servirete a tavola!
N.d.Milvina *No, non sto delirando, esiste una versione con vino bianco!


Considerando il quantitativo misero di avanzi... direi che si è trattato di un successo!

mercoledì 6 gennaio 2016

Del papurott senza la bagiana




Sì, avete letto bene e se avete familiarità con la Brianza e il milanese in generale, non potrete fare a meno di sorridere e di incuriosirvi, come me, di fronte a questo dolcetto dell'Epifania.

La tradizione racconta che il Papurott Senza la Bagiana o Papurogio sia

"un antico dolce brianzolo che risale ai primi del novecento e che si consumava il giorno dell'Epifania. Una mamma che non aveva la possibilità di comprare regali o dolci ai suoi bimbi, alla vigilia dell'Epifania con quel poco che aveva in casa - farina e poco altro - modelló un impasto dandogli la forma di papurott cosicché anche i suoi figli potessero ricevere un dono il giorno successivo. Si tratta di un dolce povero il cui ingrediente principale è l'amore di mamma con l'aggiunta di pasta di pane, zucchero, marmellata e uvetta sultanina. Papurott significa bambolotto, senza bagiana invece senza sesso".

Un angioletto da mordere e condividere, un dolcino dal sapore antico, eppure mantenuto con perseveranza e volontà. Non esiste una ricetta ufficiale, ogni famiglia che ne mantiene viva la tradizione tramanda la propria versione segreta di generazione in generazione. C'è chi lo realizza con un impasto simile a quello di una veneziana, come i panettieri e le pasticcerie, chi lo prepara partendo da una frolla, chi osa e se ne concede una versione a base di sfoglia; poi c'è chi lo decora con una pipetta di caramello, chi lo cosparge di granella di zucchero o zuccherini, chi lo segna con della marmellata, insomma ogni famiglia ha il proprio papurott e solitamente questo pupazzetto viene regalato da mamme e nonne.

Un dolce semplice, adatto a tutti i bimbi e ancor più adatto ai bimbi che da decenni non lo sono ormai più, bambini dai capelli argentati, voci basse e mani incerte, ma occhi lucidi e profondi davanti a ricordi di farina e uova.



Non ho scritto e condiviso alcunché del mio Natale, non solo per pigrizia e indolenza, ma anche perché la quotidianità ha preteso esazioni inattese e gli imprevisti si sono fatti largo a discapito della normalità. Mi sono dedicata ai miei cari, per quel che ho potuto e sofferto di una malinconia densa e spessa, così gravosa da sembrare mollica di pane. Ho cucinato biscotti da regalare, ho decorato una casetta di pan di zenzero che abbiamo fatto a pezzi una sera a cena a casa di amici, ho glassato stelle e cuori presi all'ikea e li ho appesi ai nostri due alberi, sì perché quest'anno ne abbiamo voluti due.

Ho provato a prendermi cura dei miei genitori eppure qualcosa è mancato. È mancato lo spirito dei Natali passati, quelli in cui i giorni erano scanditi dalla famiglia e dal ritrovarsi. Mi sono mancati i miei zii e i miei cugini, mi sono mancati i rumori fragorosi durante una tombola o una partita a mercante in fiera. Mi è mancata la nausea da troppo cibo e i sapori che hanno senso solo se gustati attorno a un tavolo arrangiato e sedie strizzate l'una vicina all'altra. Mi sono mancate le pietanze che passi di mano in mano scottandoti le dita, rischiando di far cadere i piatti da portata, vedendo sparire sotto al naso quel pezzo che avevi puntato dall'inizio del giro dei commensali. Sono mancati gli incontri improvvisati tra carte luccicanti e aperitivi e sono mancati i rituali più consueti, quello che rende il Natale il Natale che dev'essere e non soltanto un altro Natale dal quale sopravvivere.

I buoni propositi per il nuovo anno si scontrano contro l'impellenza di tutto quello che deve arrivare, tutto quello che deve tornare, tutto quello che se ne deve andare per sempre, tutto quello che non ha più il permesso di avvicinarsi. Vorrei essere un'acrobata capace di saltare di trampolino in trampolino, di sfida in sfida, di rischio in rischio, ma è come se mi fossi rannicchiata così tanto da soffrire di un indolenzimento cronico, paralizzante, soffocante.

Intanto riprendo fiato, angosciata all'idea di privarmi delle lucine intermittenti e degli addobbi, del profumo di pan pepato e dell'attesa, perché in fondo il Natale non è altro che un anelito nostalgico di qualcosa che vorremmo vivere e rivivere, senza dare il permesso al tempo di cambiare la vita, cambiarci gli occhi e soprattutto il cuore.

Felice 2016 a chi ha bisogno di un augurio, di un po' di coraggio, di un po' di luce e soprattutto speranza.